Con Habermas, dopo Habermas: voce pubblica e responsabilità filosofica
La scomparsa di Jürgen Habermas (Düsseldorf, 18 giugno 1929 – Starnberg, 14 marzo 2026) ha avuto un’eco internazionale che eccede quella, seppur ampia, solitamente riservata ai grandi filosofi. Non si tratta solo del riconoscimento di un’opera, ma della percezione della perdita di una voce insieme filosofica e pubblica, capace di intervenire senza soluzione di continuità nei nodi cruciali delle società contemporanee: dal confronto con il totalitarismo alla crisi delle democrazie, fino alle trasformazioni dell’ordine mondiale e al sovvertimento del diritto internazionale.
Per oltre settant’anni, Habermas non è stato soltanto un autore, ma una presenza strutturale nel dibattito pubblico: dall’Europa alla legittimità democratica, dal costituzionalismo al rapporto tra religione e secolarizzazione, fino alle questioni più recenti legate alla guerra e alla comunicazione digitale. Anche in Italia questa presenza è stata costante, come testimoniano le numerose traduzioni, discussioni e traiettorie di ricerca che hanno formato generazioni di studiose e studiosi.
Il senso della perdita riguarda precisamente questa funzione. Viene meno una voce capace di tenere insieme elaborazione teorica e presa di parola pubblica. Non è solo la perdita di un sistema, ma di una funzione discorsiva. Nella prospettiva habermasiana, una “voce” è il punto da cui si avanzano pretese di validità — verità, giustezza, sincerità — esposte alla critica e bisognose di risposta. La sua funzione non è chiudere il discorso, ma mantenerlo aperto e strutturato, anche nel disaccordo.
Questo aiuta a comprendere l’ampiezza del riscontro internazionale: ciò che viene meno è un interlocutore riconoscibile entro uno spazio pubblico sempre più instabile. Le sue prese di posizione, anche controverse, riattivavano circuiti di discussione, rendevano esplicite le linee di conflitto, esigevano risposte. Anche il dissenso trovava in quella voce una condizione di possibilità.
Per questo, il nostro ricordo non può essere meramente commemorativo. Non si tratta solo di richiamare un autore tra gli altri, ma di misurarsi con una tradizione – quella della teoria critica della società – che continua a orientare problemi, lessico e criteri della discussione filosofica e politica.
In questo quadro, resta un riferimento significativo l’intervista Philosophy, Postmetaphysical Thinking, and a Changing Public Sphere (2021), pubblicata nel numero inaugurale della Rivista Italiana di Filosofia Politica e curata assieme a Michele Nicoletti e Stefano Petrucciani, già presidenti della nostra Società. Non è solo un contributo rilevante, ma un momento di autoriflessione per la nostra comunità. Aprire la rivista con un intervento di Habermas significava indicare un orientamento preciso: costruire uno spazio di confronto tra generazioni e approcci, assumendo il discorso filosofico come pratica condivisa e pubblicamente rilevante.
Quell’intervista ha oggi un valore che va oltre il documento. Vi si trova una sintesi del percorso teorico di Habermas e una verifica delle categorie dell’agire comunicativo alla luce del pensiero post-metafisico e delle trasformazioni socio-politiche recenti. E vi emerge un tratto decisivo del suo modo di fare filosofia: la disponibilità a un dialogo che non separa il livello specialistico da quello pubblico.
È in questa esposizione — alla critica, al confronto, alla pluralità degli interlocutori — che si riconosce una delle forme più esigenti della sua eredità.
Nell’intervista, Habermas definisce così il compito della filosofia:
«La filosofia è una modalità scientifica di pensiero che, se vuole esser presa sul serio, richiede una coscienza falsificazionista. I pensieri filosofici non hanno alcunché di esoterico; devono passare attraverso il filtro di una discussione specialistica. Ma questi possono, naturalmente, assumere un intento critico per la formazione dell’opinione pubblica, così come accade per gli argomenti scientifici discussi in altre discipline. Con ciò, essi godono del vantaggio di una maggiore affinità che la filosofia e la teoria sociale – così come anche la teoria politica – hanno nei confronti di temi rilevanti per la formazione della coscienza politica dei cittadini nella sfera pubblica politica».
Qui si chiarisce il nesso tra rigore e responsabilità pubblica: la filosofia non si esaurisce nell’accademia, ma non può nemmeno rinunciare ai propri standard argomentativi e scientifici. La sua incidenza pubblica dipende dal mantenimento di questa tensione.
Nella stessa intervista, il tema della trasformazione della sfera pubblica — centrale fin dagli anni Sessanta — viene riletto alla luce della digitalizzazione:
«La digitalizzazione della comunicazione di massa […] sprigiona una forza centrifuga tale da minare i circuiti comunicativi centripeti […] Il punto riguarda le condizioni della comunicazione pubblica: la crescente difficoltà di mantenere spazi condivisi in cui le opinioni possano entrare in relazione e trasformarsi reciprocamente».
Oggi lo spazio pubblico è segnato dalla frammentazione: voci amplificate da piattaforme, disperse in micro-pubblici, spesso incapaci di entrare in relazione. Non mancano le voci; si indeboliscono tuttavia i nessi tra esse. In questo contesto, la “voce” come portatrice di pretese criticabili diventa più difficile da sostenere – ed è anche per questo che la perdita di Habermas appare così evidente.
La sua eredità si presenta allora meno come un insieme di tesi da conservare che come un campo di problemi da riaprire. Teoria della sfera pubblica, agire comunicativo, etica del discorso, patriottismo costituzionale, post-secolarizzazione, democrazia deliberativa convergono su un’esigenza comune: chiarire le condizioni in cui il disaccordo può essere trattato comunicativamente per giungere a decisioni condivise, prive di violenza.
Per le società filosofiche – in particolare per la Società Italiana di Filosofia Politica, così come per la Società Italiana di Teoria Critica che ho l’onore di presiedere – questo implica un compito preciso: non solo sviluppare questi concetti, ma verificarne la tenuta nelle condizioni attuali, segnate da una relazione sempre più problematica tra comunicazione, potere e formazione della volontà politica.
Parlare di “Habermas dopo Habermas” non significa prolungarne semplicemente la linea, ma assumerne l’esposizione critica.
In questo senso, è decisivo mantenere aperto uno spazio di argomentazione pubblica, in un contesto globale attraversato da conflitti intensificati e da una crescente difficoltà a stabilizzare arene discorsive condivise.
Il riscontro internazionale alla sua scomparsa segnala così qualcosa di specifico: non viene meno soltanto un grande teorico, ma una modalità esigente di presenza filosofica. È su questa modalità — prendere parola, esporsi, articolare ragioni che chiedono risposta — che si misura oggi la possibilità di raccoglierne l’eredità.
Ed è qui che essa si fa più impegnativa. Nonostante i dati di realtà sembrino smentirlo, Habermas non ha mai abbandonato l’idea che la razionalità comunicativa possa costituire un orizzonte normativo e controfattuale. La filosofia, in questo quadro, non restaura un ordine perduto, ma chiarisce e custodisce le condizioni del discorso, anche quando appaiono indebolite.
Riletta oggi, l’intervista del 2021 assume il valore di una consegna: non un sistema da applicare, ma un atteggiamento da assumere. Una pratica discorsiva che riconosce la propria fallibilità senza rinunciare alla responsabilità pubblica.
Se vi è un’eredità da trarre, è forse questa: la filosofia non garantisce esiti, ma mantiene aperta la possibilità di interrogare e di decidere di concerto. In un tempo di frammentazione dello spazio condiviso, questa possibilità – fragile ed esposta – resta una condizione minima per una pratica critica, inquieta, non riducibile a costrutti prefissati.
Riferimenti bibliografici:
Poiché è difficile riassumere in poche righe le innumerevoli opere di Habermas, con la relativa letteratura secondaria, si fa qui solo riferimento – oltre che alla intervista rilasciata alla Rivista italiana di Filosofia Politica – alle due ultime opere tradotte in Italiano e a qualche saggio sulla storia della ricezione del suo lavoro.
Calloni M., Corchia L., “Jürgen Habermas in Italia tra teoria critica e discorso pubblico”, in Seminario di Teoria Critica (a cura di M. Calloni, L. Cortella, A. Ferrara, V. Marzocchi, S. Petrucciani, W. Privitera), Genealogia del pensiero post-metafisico. Riflessioni su Una storia della filosofia di Habermas. Con una Postfazione di J. Habermas, Milano, Mimesis, 2023, pp. 143-172.
Calloni M., Nicoletti M., Petrucciani S. (2021), “Filosofia, pensiero post-metafisico e sfera pubblica in cambiamento. Intervista a Jürgen Habermas”, in Rivista Italiana di Filosofia Politica, n. 1, pp. 137-154. https://riviste.fupress.net/index.php/rifp/article/view/1441
Habermas J., Una storia della filosofia: Vol. 1. Per una genealogia del pensiero postmetafisico costellazione occidentale di fede e sapere, 2022; Vol. 2. La costellazione occidentale di fede e sapere, 2024; Vol. 3. La libertà razionale. Tracce del discorso su fede e sapere (giugno 2026), Milano, Feltrinelli.
Habermas J., Nuovo mutamento della sfera pubblica e democrazia deliberativa, Edizione italiana con introduzione di M. Calloni, Milano, Cortina, 2023.
Habermas J., Per un mondo migliore. Colloqui con Stefan Müller-Doohm e Roman Yos, Milano, Feltrinelli 2026.
Müller-Doohm S., Corchia, W. Outhwaite L., Habermas global. Wirkungsgeschichte seines Werks, Berlino, Suhrkamp. 2019.
Società Italiana di Teoria Critica, https://teoriacritica.org/