La teoria lockiana della tolleranza. Una rilettura
Quella che si intende proporre qui è una lettura degli argomenti lockiani a sostegno della tolleranza quale via di accesso al tema dell’ordine politico, della legittimità dell’azione politica e dei suoi limiti in una società caratterizzata – come direbbe Rawls – dal fatto del pluralismo. La via che si intende seguire consente di mettere a frutto tanto le conclusioni teorico-politiche elaborate nei Two Treatises of Government, quanto le considerazioni sviluppate nell’Essay Concerning Human Understanding sulla funzione fondamentale della credenza e della probabilità nella vita pratica. La teoria della tolleranza lockiana e i suoi limiti appaiono espressione, da un lato, di quelle che l’autore considera le condizioni minime necessarie per far sussistere il legame sociale in una società in cui sono venuti meno o sono entrati in crisi i vincoli tradizionali, dall’altro, della sua particolare interpretazione della natura del conflitto religioso e delle circostanze in cui si rende impossibile annullarne le conseguenze negative. Circostanze in cui non è possibile far ricorso a quella che a Locke si presenta (già dal 1667) come la soluzione più efficace e meno gravida di conseguenze socialmente negative: non l’uniformità, che anzi può essere causa di una degenerazione dello scontro religioso in conflitto violento e distruttivo per lo stato, ma la competizione tra attori religiosi privati di influenza sul potere politico e la moltiplicazione delle loro ragioni di rivalità e di conflitto. Una soluzione che allontana Locke da Hobbes, nonostante alcuni punti di partenza condivisi, primo tra tutti la preoccupazione per il tema delle credenze socialmente pericolose e il comune anticlericalismo.
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