Ordine, autorità e sacrificio nell’universo chiuso di Clarens. Il limite della comunità in Jean-Jacques Rousseau
L’argomento del Primo libro del Contratto sociale è molto suggestivo: Rousseau si pone una domanda impegnativa e al tempo stesso provocatoria, ossia per quale motivo l’uomo nato libero, è dovunque in catene. Prendendo come assunto l’assenza di libertà quale caratteristica fondativa dell’uomo corrotto in società, nell’Emilio Rousseau fa rilevare che “il primo di tutti i beni non è l’autorità, ma la libertà”. Libertà e felicità da ricercare in una solitudine tratto costituente dell’uomo e conforme all’ordine naturale: un essere solitario, è, per Rousseau, un essere realmente felice.
A questo livello andrebbe indagata a fondo l’argomentazione circa l’assenza della libertà e si potrebbe divaricare l’analisi sulla ricerca del ‘luogo’ nel quale risiede il male delle catene, ovvero se esso vada rintracciato nell’oppressione della società, oppure se sia insito nella scissione dell’intimo umano fra ‘essere’ e ‘dover essere’. Secondo Jean Starobinski, che s’inserisce nel filone inaugurato da Ernst Cassirer, il male viene prodotto attraverso la storia e la società, senza alterare l’essenza dell’individuo e quindi la colpa della società non è colpa dell’uomo nella sua essenza, ma nei suoi rapporti: è dunque nelle mani dell’uomo, non nel suo cuore che tutto degenera.
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