Dalla prima alla seconda Roma. Una (dis)continuità ecumenica
Un teismo inclusivo
L’età moderna ha percepito la propria distanza dalla classicità, talvolta rivendicandola, talvolta deprecandola. Ma argomentando quasi sempre su fraintendimenti. Anche la cosiddetta nostalgia dell’antico, tra l’altro, si è ridotta a vagheggiare un comunitarismo nevrotico che, nella lotta alla liberaldemocrazia, travisa il senso dell’appartenenza. Di qui, la sindrome del nostro tempo: sia che si omologhi l’umanità intorno alle pulsioni elementari, sia che si perori una metafisica dell’internazionalismo, comunque si ignorano gli archetipi del vivere sociale. Sicchè né le bombe, né i recenti fatti di Parigi, ci convincono a discutere di integrazione senza falsi pudori. A tal punto che, in clima di global age, non riusciamo ancora a capire cosa davvero implichino multiculturalismo, multietnicismo e via dicendo.
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