Le sfide dell’Open Access al sistema di comunicazione della scienza

1. Un nuovo paradigma di pubblicazione della scienza 

Il movimento per l’accesso aperto alla letteratura scientifica ha avviato una campagna in favore della condivisione dell’informazione e della conoscenza nei primi anni novanta del secolo scorso, ma è tra il 2002 e il 2003 che l’Open Access ha cominciato a configurarsi in seno alla comunita accademica come un nuovo paradigma di pubblicazione. Risalgono infatti a quegli anni le due imponenti iniziative, la Budapest Open Access Initiative (2002) e la Conference on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities (2003), che hanno siglato il riconoscimento internazionale del movimento per una letteratura scientifica Open Access, vale a dire letteratura digitale, on-line, gratuita e libera da alcune restrizioni dettate dalle licenze per i diritti di sfruttamento commerciale.  

Nella pratica, le politiche di pubblicazione ad accesso aperto si sono dotate di due canali e di nume rosi strumenti di supporto: 

1. Il primo canale, detto la «strada verde» per l’OA, sono gli archivi elettronici aperti, che possono essere istituzionali (di universita o centri di ricerca), oppure disciplinari. Gli archivi istituzionali vengono installati dalle universita per permettere ai loro membri di auto-archiviare i loro risultati e prodotti, al fine di conservarli e certificarli. Oggi la quasi totalita delle universita e dei centri di ri cerca dei paesi sviluppati si è dotata di archivi istituzionali1, ma esistono anche progetti nati per ov viare a tale mancanza come Open AIRE (Open Access Infrastructure for Research in Europe)2. La tipologia di archivi istituzionali che ad oggi contiene il maggior numero di documenti sono i reposi tory delle tesi di laurea e di dottorato che molte universita hanno installato e messo on-line. Gli ar chivi disciplinari sono repository dedicati a specifiche discipline, e rispondono ad un’esigenza di versa rispetto ai primi, cioè quella di comunicare velocemente ai colleghi della medesima disciplina o di discipline affini i propri risultati. Tra i più noti e popolati archivi disciplinari ci sono ArXiv (fi sica e informatica), il primo archivio aperto installato nel 1991 da Paul Ginsparg e che a febbraio 2010 contiene quasi cinquecentosessantamila articoli, RePEC – Research Papers in Economics, che contiene oltre settecentomila articoli ad accesso aperto ed E-LIS (per la biblioteconomia e le scienze dell’informazione) che ha superato i diecimila articoli3. Le caratteristiche che accomunano gli archi vi sono di non effettuare il peer review e accettare anche testi non sottoposti al referaggio. Negli ar chivi si trovano dunque pre-print e post-print, e varie tipologie di materiali scientifici e didattici. 

2. La seconda strada, detta «aurea», è costituita dalle riviste ad accesso aperto, che non sono diverse dalla riviste tradizionali se non in quanto rendono gli articoli da loro selezionati liberamente dispo nibili al mondo4. DOAJ, un portale mantenuto dall’universita di Lund indicizza le riviste ad accesso 

aperto attive (oggi oltre quattromilacinquecento, quasi duemila delle quali interrogabili al livello dei singoli articoli), secondo una procedura che comporta la richiesta da parte del Responsabile della ri vista e una verifica del servizio DOAJ della conformita della rivista stessa ad alcuni criteri, tra cui l’esistenza di un comitato scientifico e il peer reviewing.  

 Archivi e riviste non sono alternativi ma complementari; mentre le seconde assolvono al compito della disseminazione e restano strumenti essenziali ai fini della valutazione, i primi consentono la certificazione dei risultati e l’archiviazione di lungo periodo anche di quegli articoli che vengono pubblicati su riviste ad accesso riservato. Archivi e riviste sono però interoperabili grazie al proto collo per l’interscambio dei metadati OAI-PMH che li rende parte di una rete interrogabile come spazio comune.  

I servizi di supporto all’Open Access sono moltissimi. Assai utile è il portale SHERPA/RoMEO5, creato per facilitare i ricercatori nel gestire i propri diritti d’autore in modo compatibile con la mas sima diffusione dei loro prodotti. SHERPA/RoMEO indica le politiche di copyright dei principali editori (principalmente anglofoni, però) divisi sulla base di quattro colori (verde, blu, giallo, bianco) che indicano se e quale versione di un testo è possibile auto-archiviare. 

Quelle sopra elencate sono strategie pratiche che possono armonizzarsi con il tradizionale sistema di pubblicazione della scienza senza sconvolgerlo; come mostra il sito SHERPA/RoMEO, l’auto-ar chiviazione è compatibile con la maggior parte delle politiche degli editori che pubblicano le riviste più importanti. Tuttavia, le sfide che l’OA porta con sé sono di portata più ampia e l’adozione di po litiche di pubblicazione open access su larga scala può portare a una vera e propria rivoluzione co pernicana in un ambito fondamentale per la scienza e per la societa, quello delle pubblicazioni scientifiche. Per mezzo delle pubblicazioni, infatti, ricercatori e istituzioni acquisiscono posizioni e finanziamenti. Ma le pubblicazioni sono anche il tramite tra la comunita accademica e la societa ci vile: i cittadini, gli studenti, le imprese, i politici, cioè il pubblico in generale. 

2. La scienza come bene comune. Un’idea antica e rivoluzionaria Che lo spazio dell’uso pubblico della ragione debba essere lasciato libero è un’idea antica. Un filo rosso che nella tradizione del pensiero politico e filosofico parte da Platone e attraversa la storia del le idee, passando per i padri della Chiesa e raggiungendo un apice negli illuministi, fino a realizzar si, in tempi molto recenti, nella filosofia tecnica di Internet e del Web. «Le cose degli amici sono comuni», scriveva Platone nel Fedro, un dialogo di filosofia e politica della comunicazione, affer mando che le idee acquisiscono valore e forza nell’essere discusse e trasmesse6. Un concetto che trova felice espressione nell’immagine usata da uno dei padri della Chiesa, Giustino, per indicare il carattere inesauribile della rivelazione e ripresa da Thomas Jefferson in una lettera a Isaac MacPher son del 13 agosto 1813: «Chi riceve un’idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come chi accende il suo lume al mio riceve luce senza oscurare me»7. Immanuel Kant aveva sostenuto nel 1784 che presupposto di ogni rischiaramento in ogni societa politica è la liberta dell’u so pubblico della ragione. Una condizione che giuridicamente è garantita tramite il ricorso alla tra dizione del diritto romano, per cui possono essere oggetto di proprieta solo le res qui tangi possunt,

e non i beni immateriali. Kant è in favore di una distinzione dello statuto del libro, se considerato in quanto prodotto o in quanto discorso. Nel primo significato, il libro è un oggetto fisico ed è sottopo sto al regime della proprieta privata: il proprietario potra farne ciò che crede. Il libro è però sottopo sto a un diverso regime se considerato come discorso. I pensieri in esso contenuti appartengono al l’autore; tuttavia, non essendo beni competitivi, l’autore non è danneggiato dalla loro diffusione. Il logos della conoscenza è patrimonio collettivo e interazione dialogica e non subisce privazione dal la condivisione ma dalla riproduzione trae il suo alimento. È diritto dell’autore parlare senza censura davanti a un pubblico più ampio possibile; ad esso corrisponde il diritto del pubblico a un tale di scorso8.  

La tradizione di pensiero che sostiene lo statuto immateriale dei commons della mente confuta an che l’argomento di Garreth Harding secondo cui i beni comuni sarebbero sottoposti a una inevitabile tragedia, poiché il loro sfruttamento senza limiti ne comporterebbe la distruzione. A differenza dei prati, che se sono calpestati senza limiti non possono che esserne distrutti, le idee possono essere pensate da più menti senza impoverirsi. La loro condivisione, al contrario, ne arricchisce la forza, e da loro più luce9.  

La filosofia tecnica e politica a fondamento di Internet e del World Wide Web ha progettato un siste ma di documentazione e di comunicazione universale, un sistema aperto, scalabile e flessibile. La possibilita di contribuire liberamente all’ipertesto globale e di accedere facilmente a buona parte di esso è stata accompagnata dagli effetti dirompenti dati dalla liberta di collegare tramite libere asso ciazioni (link) documenti diversi e lontani. Caratteristiche che vengono riconosciute espressamente nella Dichiarazione di Berlino del 2003, il principale documento politico dei sostenitori dell’accesso aperto, che vede nella rete le possibilita per rendere massimamente accessibile la conoscenza scien tifica su scala globale10: 

Internet ha radicalmente modificato le realta pratiche ed economiche della distribuzione del sapere scientifico e del patrimonio culturale. Per la prima volta nella storia, Internet offre oggi l’occasione di costituire un’istanza globale ed interattiva della conoscenza umana e dell’eredita culturale e di offrire la garanzia di un accesso universale.  

Noi, i firmatari, ci impegniamo ad affrontare le sfide di Internet come mezzo funzionale emergente per la diffusione della conoscenza. Siamo certi che questi sviluppi saranno in grado di incidere significativamente tanto sulla natura delle pubblicazioni scientifiche quanto sul sistema esistente di valutazione della qualita scientifica.  

In accordo con lo spirito della Dichiarazione della Budapest Open Access Initiative, la Carta di ECHO e il Bethesda Statement sull’Open Access Publishing, abbiamo redatto la Dichiarazione di Berlino per promuovere Internet quale strumento funzionale alla conoscenza scientifica 

La Dichiarazione prende così spunto dalle nuove possibilita che Internet offre e garantisce di accedere universalmente alla conoscenza ed esprime l’impegno a cogliere le sfide che il nuovo spazio di comunicazione porta con sé, sia per quel che riguarda le pubblicazioni scientifiche, sia relativamente al problema, decisivo per la politica e le politiche della scienza, della valutazione. La filosofia open access, oltre a voler promuovere la rete come spazio e strumento di condivisione del sapere, si propone di elaborare misure di cui tenere conto per raggiungere tale obiettivo e di indicarle agli attori che prendono decisioni in campo scientifico (istituzioni, finanziatori, biblioteche, archivi e musei). I promotori intendono sostenere la massima disseminazione, completa e rapida, della conoscenza scientifica validata dalla comunita accademica (che include: risultati originali della ricerca scientifica, dati grezzi, metadati, fonti, rappresentazioni digitali grafiche e di immagini e materiali multimediali scientifici); e la difesa e l’implementazione di tecnologie, prima tra tutte il Web, interoperabili, sostenibili, interattive, trasparenti: «i contenuti ed i mezzi di fruizione – vi si legge – dovranno essere compatibili11 e ad accesso aperto».  

Affinché un contributo possa definirsi ad accesso aperto, dovra soddisfare due requisiti:  

1. L’autore(i) ed il detentore(i) dei diritti relativi a tale contributo garantiscono a tutti gli utilizzatori il diritto d’accesso gratuito, irrevocabile ed universale e l’autorizzazione a riprodurlo, utilizzarlo, distribuirlo, trasmetterlo e mostrarlo pubblicamente e a produrre e distribuire lavori da esso derivati in ogni formato digitale per ogni scopo responsabile, soggetto all’attribuzione autentica della paternita intellettuale (le pratiche della comunita scientifica manterranno i meccanismi in uso per imporre una corretta attribuzione ed un uso responsabile dei contributi resi pubblici come avviene attualmente), nonché il diritto di riprodurne una quantita limitata di copie stampate per il proprio uso personale.  

2. Una versione completa del contributo e di tutti i materiali che lo corredano, inclusa una copia della autorizzazione come sopra indicato, in un formato elettronico secondo uno standard appropriato, è depositata (e dunque pubblicata) in almeno un archivio in linea che impieghi standard tecnici adeguati (come le definizioni degli Open Archives) e che sia supportato e mantenuto da un’istituzione accademica, una societa scientifica, un’agenzia governativa o ogni altra organizzazione riconosciuta che persegua gli obiettivi dell’accesso aperto, della distribuzione illimitata, dell’interoperabilita e dell’archiviazione a lungo termine.  

La Dichiarazione, riconoscendo che il passaggio all’accesso aperto modifica la disseminazione della conoscenza anche nei suoi aspetti finanziari e soprattutto legali, costituisce anche un impegno, da parte dei suoi sostenitori, a trovare soluzioni che sostengano futuri sviluppi dei sistemi, sia legali che economici, in cui sono inquadrati oggi i prodotti della ricerca. Paradigmi che si sono definiti e affermati in un ambito storico e culturale in cui la comunicazione avveniva a mezzo stampa, e che dovrebbero essere rivisti e ridisegnati per adeguarsi alle tecnologie oggi disponibili per la disseminazione della scienza.  

3. L’OA e il sistema di potere nella scienza 

La comunicazione scientifica moderna si è dotata di strumenti ad hoc, come le opere monografiche, i trattati e manuali, gli articoli e le recensioni su periodici scientifici, che vengono prodotti in seno alla comunita accademica e finanziati dalle istituzioni scientifiche ma sono stampati e diffusi per il tramite di editori. Le pubblicazioni, valutate sia ex ante nei comitati editoriali di riviste e collane, sia ex post, in fase di attribuzione dei fondi di ricerca o di reclutamento o avanzamento di carriera, 

sono diventate le banconote della scienza in un sistema che ha portato ad alcune distorsioni, prima tra tutte la nascita di un oligopolio editoriale, e che con l’avvento di Internet è entrato in crisi.  Jean Claude Guédon, professore di storia della scienza in Canada e sostenitore del movimento per l’accesso aperto sin dalle origini, ha mostrato le criticita del tradizionale sistema di comunicazione in In Oldenburg’s Long Shadow. Nel saggio del 2002 ha ricostruito il processo attraverso il quale a partire dal secondo dopoguerra, grazie all’adozione da parte delle biblioteche di basi di dati private e relativi indici bibliometrici (primo tra tutti l’Impact Factor, che calcola le citazioni di un periodico) per selezionare quali riviste acquistare, un’azienda privata ha sfruttato la posizione di monopolio garantitale dal suo prodotto (lo Science Citation Index (SCI) – oggi Web of Science di ISI Thomson) per costruire un sistema gerarchico di riviste in cui le proprie, solo anglofone, sono i periodici di “serie A”.  

Diventando il metro per stabilire il “grado” di qualita di una rivista, le citazioni costruiscono canali preferenziali per l’accesso ai testi. Per essere accessibile, una rivista deve acquistare visibilita, essere cioè nella giusta vetrina ed avere buona pubblicita. E nelle vetrine migliori finiscono quelle riviste che le biblioteche non possono non acquistare, poiché è su di esse che vengono calcolati gli indici bibliometrici. Si crea così un circolo vizioso in cui a ricevere più citazioni non possono che essere i testi maggiormente accessibili, che restano tali perché continuano ad essere i più citati.  

In questo modo, la scienza mainstream, così come si è andata configurando dal secondo dopoguerra a oggi, viene creata come un artefatto di SCI, che dietro alle sue funzioni bibliometriche e scientometriche nasconde un potere ben più ampio e pervasivo. E il centro della scienza mainstream coincide con lo Science Citation Index – Web of Science, fino a sovrapporvisi. Una congiuntura che ha dato a ISI-Thomson una posizione di quasi monopolio sul mercato (posizione che oggi condivide Elsevier, che gestisce la base di dati SCOPUS, concorrente di Web of Science)12. È stato di nuovo Jean Claude Guédon a mostrare, in una conferenza più recente in Brasile, come la divisione tra scienza “mainstream” e scienza “periferica” abbia poco a che vedere con la qualita dei prodotti e dei processi della ricerca, e molto dipenda invece dalla possibilita di pubblicare su riviste prestigiose controllate da potenti oligopolisti13. E come il determinarsi di una simile situazione abbia comportato quattro conseguenze di grande rilievo: la creazione e il progressivo rafforzamento di una gerarchia a due livelli tra le riviste incluse negli indici di ISI-Thomson e Elsevier e quelle escluse, che è diventata un criterio di qualita in sé; l’affermarsi di un sistema anglo-centrico e il progressivo svilimento e declino dei periodici pubblicati nelle altre lingue; la concentrazione del mercato delle pubblicazioni scientifiche intorno a poche imprese private, tra cui spiccano ISI Thomson e Elsevier; e infine la cosiddetta “crisi del prezzo dei periodici”, espressione con la quale si intende l’aumento vertiginoso del costo degli abbonamenti alle riviste scientifiche (che nel periodo 1975-1995 è aumentato del 300% oltre l’inflazione). Un fenomeno che ha comportato la drastica contrazione delle possibilita di acquisto delle biblioteche e che ne ha messo in ginocchio i bilanci. 

In altri termini, la strutturazione del sistema di pubblicazione della scienza in due livelli gerarchici (nazionale e internazionale) ha portato alla costruzione di due insiemi di pubblicazioni non comunicanti, quello della scienza locale o periferica, e quello della scienza centrale o mainstream. Solo le pubblicazioni SCI, su cui si calcola l’Impact Factor (IF), rientrano nel secondo insieme.  La gran parte dei paesi europei, e tra questi tutti quelli che continuano a pubblicare in lingue diverse dall’inglese e che intendono continuare a farlo, non possono che trarre vantaggio dalle possibilita offerte dall’open access publishing. Essi si trovano infatti in una posizione non facile se considerata dalla prospettiva del rapporto tra “centro” e “periferia”. Consideriamo in particolare il caso delle Scienze umane e sociali. Nelle scienze umane e in buona parte delle scienze sociali si pubblica nella lingua nazionale, parlata e conosciuta in una frazione limitata della comunita scientifica. Inoltre, lo strumento di diffusione dei risultati sono gli articoli sulle riviste, mentre per entrare nell’accademia

e per gli avanzamenti di carriera sono necessarie le monografie, il cui acquisto da parte delle biblioteche è reso sempre più difficile dagli effetti della “crisi del prezzo dei periodici”. Ma anche nelle Scienze, Tecnologia e Medicina, in cui la produzione scientifica è esclusivamente in inglese e pubblicare su riviste ad alto Impact Factor garantisce l’accesso ai finanziamenti e alle posizioni più prestigiose, la contrazione dei finanziamenti pubblici alle universita avvenuta negli ultimi anni e prevista per quelli a venire14 e l’aumento del prezzo delle riviste rendera ancora più difficile per le biblioteche mantenere attivi gli abbonamenti alle riviste SCI-Web of Science o SCOPUS. Con la conseguenza che per i ricercatori italiani, francesi, tedeschi, accedere ai periodici nel database ISI Thomson sara sempre più difficile, con il rischio di una progressiva esclusione dal confronto con la letteratura mainstream. Un destino che li accomunera agli scienziati del Terzo Mondo, facendoli scivolare dai margini del centro alla periferia della scienza. Eppure, nonostante gli evidenti vantaggi che la ricerca potrebbe trarre dal ridisegnare il rapporto tra “centro” e “periferia”, tra scienza “mainstream” e scienza “locale”, la comunita scientifica presa nell’insieme stenta a uscire dalla morsa che la attanaglia e che rischia di strangolarla.  

4. Che fare? Qualche riflessione conclusiva 

L’Open Access è in grado di offrire soluzioni a questa situazione distorta. Gli strumenti e le politiche in favore dell’accesso aperto permettono infatti di rendere più democratico l’accesso ai prodotti scientifici – articoli, riviste, monografie – e di prescindere, almeno in parte, dal brand a questi associato.  

Per favorire l’affermarsi dell’accesso aperto, che ne è una condizione pregiudiziale, una tappa fonda mentale è la definizione di mandati istituzionali, cioè di regolamenti che obblighino o incentivino i ricercatori che pubblicano i propri risultati grazie ai fondi di un’istituzione pubblica a depositare i prodotti della ricerca nell’archivio della stessa istituzione, o che stabiliscano criteri per incentivare la pubblicazione su riviste Open Access.  

In tal senso, i dati al riguardo lasciano ben sperare per il futuro. Nel 2006, mentre qualche editore comincia a sperimentare politiche OA, sono stati sottoscritti oltre 50 policy in favore dell’accesso aperto e una decina di mandati. Nell’anno successivo sono nati molti progetti di digitalizzazione, pubblicazione, archiviazione e numerosi servizi finanziati con fondi pubblici. Le policy sottoscritte dalle principali istituzioni pubbliche, associazioni scientifiche e universita del mondo in favore del l’accesso aperto ammontano a circa ottanta, mentre i mandati arrivano a venti. Un dato dell’ottobre 2009 ci indica che policy e mandati ammontano, ad oggi, a oltre centotrenta. Tra essi, è importante ricordare le linee guida dello European Research Council (ERC) del 2007 e un progetto pilota del VII programma quadro dell’Unione Europea lanciato nell’agosto del 2008 nell’ambito del quale i ri cercatori di sette aree disciplinari (Energia, Ambiente, Salute, Sistemi Cognitivi /Interazione/Robo tica, Infrastrutture di Ricerca, Scienza e Societa, Scienze Socio-Economiche e Umanistiche) sono tenuti a depositare i risultati delle loro ricerche svolte all’interno del FP7 attraverso articoli peer re viewed o manoscritti finali in archivi istituzionali ad accesso aperto. Nella stessa direzione si muo vono le politiche adottate da CNRS, National Institutes of Health (NIH) negli Stati Uniti, Wellcome Trust, Max Planck Institut, le universita di Harvard e di Stanford. 

Il Web è refrattario all’uso di sistemi di filtro precedenti alla pubblicazione per costituzione, che è invece una caratteristica dell’accademia come istituzione. Ma oggi una riflessione sui criteri di valu tazione è al centro del dibattito di ricercatori, amministratori, finanziatori delle universita, e tra que

sti e i governi. Se la tradizione della stampa confonde la disseminazione e la selezione, perché gli alti costi di pubblicazione richiedono di essere selettivi, la pubblicazione elettronica e ad accesso aperto può conciliare questi due aspetti. In altre parole diviene possibile costruire un sistema di co municazione e di valutazione della scienza aperto e democratico poiché non basato su insiemi chiu si, il cui accesso è regolato da pochi oligopolisti privati. Le comunita di ricerca sono chiamate a reinventarlo. In questa direzione va una recentissima delibera del senato accademico della LUISS che ha adottato una politica istituzionale mandataria per il deposito dei metadati bibliografici e delle copie elettroniche di tutti i lavori scientifici prodotti dai docenti dell’Ateneo nell’Archivio aperto istituzionale. La disponibilita dei testi integrali ad accesso aperto sara immediata o soggetta ad un periodo di embargo in accordo con le politiche editoriali. 

La policy prevede tuttavia un altro passaggio che può costituire un precedente importante nella necessaria integrazione degli Archivi Aperti istituzionali nelle procedure di deposito dei prodotti scientifici soggetti a valutazione della ricerca. La LUISS ha stabilito infatti che, a conclusione di un periodo di transizione di dodici mesi, l’Archivio istituzionale diventera il principale strumento e punto di accesso per l’attivita di valutazione del personale docente e di assegnazione di risorse finanziarie ai progetti di ricerca portati avanti all’interno dell’Ateneo ed esclusivamente i documenti depositati nell’archivio istituzionale dell’ateneo andranno a costituire la lista ufficiale delle pubblicazioni correlate al curriculum di ciascun docente. 

In alcuni sistemi di valutazione della ricerca sono stati invece introdotti criteri di premialita come incentivo per gli autori ad adottare politiche di pubblicazione trasparenti, sostenibili e orientate alla massima diffusione dei risultati scientifici. 

Istituzioni pubbliche e universita dovrebbero preservare e incoraggiare la pubblicita dei risultati scientifici tramite mandati che impongano l’auto-archiviazione o la pubblicazione su riviste OA di tutta la produzione scientifica finanziata con fondi pubblici. Le procedure di valutazione potrebbero essere subordinate a tale scelta, per esempio collegando le anagrafi della ricerca agli archivi istituzionali. Ne guadagneremmo in trasparenza, visibilita e accessibilita e la possibilita di scegliere tra una molteplicita di criteri di valutazione. E forse scongiureremmo il pericolo, che ora è più che un’ombra all’orizzonte, di contribuire, anche solo per ignavia o per passivita, alla scomparsa di cultura scientifica di buona parte del pianeta.

26/09/2010
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