La controversa politica del nudge: psicocrazia o pragmatismo migliorista?

Il senso di questa parola, nudge, viene oggi reso in italiano come “spinta gentile”: una  spintarella garbata che non forza l’altro in una certa direzione, ma solo gliela indica, quasi  affettuosamente. In inglese designa di solito un “colpetto di gomito”, come per dire al vicino:  guarda lì! E’ questa la “filosofia” proposta da Thaler e Sunstein.1 Ed è questa, ci dicono, la  “filosofia” alla base della presidenza Obama.2 Non si tratta, però, della vecchia politica degli  incentivi economici: gli autori per primi ne riconoscono tutti i limiti e cercano, dunque, qualcosa di  nuovo. Anzi: nessuno più di loro e meglio di loro, perché sia Thaler che Sunstein sono due  “pentiti”, tanto sul piano ideologico quanto sul piano scientifico.  

Richard H. Thaler è un economista che esce da una formazione quanto mai tradizionale, i  Chicago boys di Milton Friedman. Però, sempre più insoddisfatto della psicologia immaginaria  dell’homo œconomicus e conquistato negli ultimi anni alla causa della behavioral economics, sta  ormai fra coloro che – dopo il crac finanziario del 2007 e la recessione che ne segue – riabilitano  Keynes. Questo suo interesse, tuttavia, non riguarda tanto le politiche keynesiane quanto il Keynes  “psicologo” e, in particolare, le forme della “illusione monetaria”: un concetto che Thaler – insieme  con Eldar Sharif, di Princeton – ha ripreso ed empiricamente approfondito. 

Con quel termine (money illusion), Keynes intendeva un complesso di fallacies che nascono,  soprattutto in periodi di forte inflazione, dalla difficoltà di distinguere tra variazioni nel valore  nominale e variazioni nel valore reale degli importi monetari; con la conseguente difficoltà di  paragonare correttamente fra loro i rapporti alternativi tra guadagno e perdita. Vere e proprie  misperceptions che in certi periodi, valutava Keynes, influiscono sul mercato del lavoro e sulle  decisioni di consumo molto più di quanto non si creda. Per esempio, sintetizza efficacemente  Piattelli Palmarini, molte persone «preferirebbero un aumento di stipendio del 15% in una economia  che ha il 10% di inflazione a un aumento del 5% in una economia senza inflazione».3 Non solo:  «per la gente comune è arduo stimare il valore monetario di quanto non trova una verifica numerica  immediata, pubblica ed obbiettiva, per esempio è arduo stimare il costo di un figlio, di una malattia  prolungata e perfino dell’uso dell’automobile».4 Tutte “fallacie” di cui solo oggi cominciamo a  capire anche i correlati cerebrali.5 

L’ignoranza del fattore tempo – “fattore” da intendersi in senso strettamente matematico di  coefficiente – aggrava ulteriormente l’illusione monetaria. Keynes pensava soprattutto alle decisioni 

di consumo ma, se guardiamo anche alle decisioni d’investimento, vedremo che la maggioranza  delle persone, nel fare i propri calcoli, omette sistematicamente il fattore tempo. Gli economisti  norvegesi Tore Ellingsen e Magnus Johannesson l’hanno dimostrato sperimentalmente: benché tutti  ripetano che “il tempo è denaro”, pochi sembrano averlo capito davvero.6 Ma già qualche anno  prima di loro, Sharif e Thaler, osservando la varietà di comportamenti non-razionali nei quali  l’agente economico tende a incorrere quando è chiamato a gestire titoli di credito che non ha pagato  ancora (un’asincronia che costituisce la norma della finanza contemporanea), dimostravano come il  solo fatto d’iscrivere l’operazione in bilancio e la presenza fisica di un rendiconto risultino efficaci  nel ridurre l’irrazionalità di gestione. In altri termini: la sola esistenza di un foglio scritto funge da  ancoraggio dell’attenzione e riduce la discrepanza tra financial accounting e mental accounting di  quel che stiamo facendo.7 

Mi sono un po’ dilungato su questo articolo, che sembra non avere a che fare col nostro  tema, perché in realtà bilanci e rendiconti, in ispecie quando siano fisicamente sotto gli occhi,  costituiscono già un primo esempio di nudge: un “colpetto di gomito” che uno si dà, per così dire,  da sé solo. Come un post-it appiccicato su qualcosa, che mi dicesse: ricordati che non l’hai ancora  pagato! 

Hai voglia a dire che l’homo oeconomicus è un utilitarista razionale che, bene informato, sa  sempre quello che fa. La verità – ci dicono Sunstein e Thaler – è che siamo Humans, non Econs: il  più delle volte la decisione non obbedisce alle regole della “scelta razionale” (rational choice), ma  si fa “ad occhio” (rule of thumb). E perfino quando l’informazione sarebbe facilmente accessibile,  

ci “dimentichiamo” di profittarne. Insomma: sarebbe meglio che di post-it ce ne fossero di più; e se  non li vogliamo mettere noi, che ce li mettesse qualcun altro… 

Cass R. Sunstein è un costituzionalista inquieto, con felici incursioni in campi  tradizionalmente vicini alla sua materia (dal diritto dell’economia alla filosofia politica), ma anche  in campi fino ad oggi lontani da essa (come la nuova psicologia dell’economia rifondata da Daniel  Kahneman). E benché sia stato nel recente passato vicino a personaggi come Bush e Greenspan,  professa ora una filosofia politica metodologicamente fondata sull’estensione della behavioral  economics dalla sfera dei comportamenti economico-finanziari a quella dei comportamenti giuridici  e sociali: filosofia che – con una formula un po’ inquietante – egli stesso ha chiamato libertarian  paternalism. Questa prospettiva – scrivono Thaler e Sustein già nel 2003 – «preserva la libertà di  scelta, ma autorizza sia le istituzioni pubbliche sia le istituzioni private a suggerire direzioni che  favoriscano il loro benessere». Non c’è ragione, aggiungono, di liquidare il “paternalismo  libertario” come un oxymoron inaccettabile, per almeno due ragioni: (1) perché le politiche da esso  ispirate non inficierebbero l’autonomia del cittadino più di quanto già non avvenga in forme  implicite e sottaciute (contro cui nessun “libertario” ha nulla da ridire); (2) perché si tratta di un  paternalismo asimmetrico, che rinforza la razionalità delle persone meno riflessive, ma non è in  grado d’interferire con le ponderate decisioni di un soggetto autonomo e razionale (quale ognuno di  noi è presupposto essere nelle filosofie libertarian).8 

Ed eccoci al punto. Secondo Thaler e Sunstein, la vecchia politica degli incentivi spesso  fallisce perché fondata sull’evanescente presupposto di un calcolo razionale degli interessi (calcolo  che nella realtà gli agenti economici e gli attori sociali non sono in grado di fare, fuorviati come

sono da routine biases che impediscono loro di realizzare e persino percepire soluzioni alternative).  Di contro, la politica del nudge, la “spinta gentile”, consiste semplicemente nel suggerire agli  interessati certe soluzioni, altrimenti difficili da percepire, e nel renderne evidente la convenienza,  altrimenti difficile da calcolare. Oppure, viceversa, nell’attirare l’attenzione sulle conseguenze  negative di comportamenti sbagliati, ma ricorrenti nell’uso comune: conseguenze in teoria già note,  ma di rado presenti alla mente dell’agente (e dunque ininfluenti sul comportamento). La psicologia  retrostante è ancora quella di Kahneman e Tversky, integrata con Schelling e Koffka. La strategia  del nudge gioca infatti sullo schema mentale detto “euristica della disponibilità”: quello che ci fa  ritenere più probabili le circostanze, di solito sempre le stesse, che sono semplicemente più facili da  immaginare (ease of representation), mentre esclude dal computo delle conseguenze tutto il resto.  Ed è spesso fondata, in pratica, sulla costruzione di un “punto focale” – il c.d. “punto di Schelling”  – che funge nel contempo da focus della percezione e attrattore della decisione.9 

Funziona: sia in positivo che in negativo. In positivo, si tratta di attirare l’attenzione, mettere  in evidenza un scopo, renderlo “interessante”. Un esempio che Thaler e Sunstein citano spesso e  volentieri è quello messo in pratica all’aeroporto di Schiphol (Amsterdam). «Quando all’interno di  ogni orinatoio […] è stato messo un adesivo con l’immagine di una mosca, la quantità di pipì finita  sul pavimento, sotto le latrine, è diminuita dell’80%. Evidentemente, anche nei comportamenti più  casuali, gli uomini sono motivati dalla possibilità di prendere di mira un bersaglio»!  

In negativo, si tratta di mettere a disposizione dell’agente una rappresentazione delle  conseguenze non volute del suo agire oppure, anche, quella che potremmo chiamare una  “esplicitazione delle implicazioni ego-distoniche”. Chi strappa i fiori delle aiole, o incide col  temperino il legno delle panchine, non è necessariamente il peggiore dei vandali: spesso,  semplicemente, non pensa. Ecco perché il comune di Pamplona, dopo avere rinnovato gli arredi  urbani, ha messo nelle aiole e sui sedili un semplice cartellino: “per i fiori: € 90.000”, “per le  panchine: € 200.000”.10 Così pure: chi trasgredisce un divieto posto nel pubblico interesse,  oscuramente sente di fare il comodo suo, ma non è detto che chiaramente percepisca il proprio  comportamento come irragionevolmente asociale. Ecco perché ad Amburgo c’è una zona pedonale  col seguente cartello: “Le persone ragionevoli non vanno in bicicletta in questa zona. Alle altre è  severamente vietato” (il fatto che il cartello sia anche un po’ spiritoso rinforza l’“ancoraggio”).11 

In sostanza si tratta solo di fornire un surplus di motivazione, positiva o negativa. Senza con  ciò vincolare nessuno. Perfino in assenza di divieti, tutte le scelte restano formalmente e  sostanzialmente possibili: anche quelle orientate… “fuori del vaso”. Né si vieta ai cittadini di portare  temperini nel parco. Solo che viene predisposta, a opera delle istituzioni rappresentative, una choice  architecture che facilita certi percorsi e ne demotiva certi altri. Un po’ come fanno i supermarket,  quando vogliono indirizzare il cliente verso certi scaffali piuttosto che verso certi altri. Nel supermarket questo magari si fa per incentivare la vendita di junk food e di altri articoli  inutili o dannosi (di solito collocati negli scaffali più frequentati e più facilmente accessibili, poco al  di sotto dell’altezza degli occhi). Ma – si chiedono Thaler e Sunstein nel loro libro – non potremmo  usare la stessa tecnica per lo scopo opposto? Cioè, per indirizzare la gente verso scelte “sane”. Gli  esempi sono tanti, e non riguardano solo il regime alimentare, bensì anche l’economia: dal  risparmio energetico alla previdenza sociale (due questioni molto serie e francamente irrisolte  nell’American way of life). Per esempio: l’esigenza di ridurre i consumi energetici può essere resa  “evidente” con tecniche che giocano sulla imitazione emulativa. Alcune compagnie elettriche  americane hanno cominciato a inserire nelle bollette di ogni utente una informazione aggiuntiva:  quanto spende il vicino di casa più “virtuoso” (tanto più efficace quanto più omogeneo il quartiere e 

simili le case). Per quanto riguarda invece la previdenza sociale, si pensa di battere la routine bias mediante la tecnica nota come “inversione della opzione di default” (la stessa tecnica del silenzio assenso studiata in Italia per incrementare la donazione di organi). Negli Stati Uniti, previdenza  sociale vuol dire soprattutto piani assicurativi di compagnie private: piani talora molto vantaggiosi  che però si scontrano con la bassa propensione al risparmio delle famiglie americane. In realtà, la  maggioranza dei bread-winners non sono affatto contrari a sottoscrivere un piano-pensione per sé e  per la propria famiglia, ma tanti per semplice inerzia non hanno ancora provveduto a farlo. Per  aumentare il numero di cittadini coperti, è stato dunque congegnato un progetto governativo che  attiva per tutti, automaticamente, un piano di accantonamenti. Da esso è ovviamente possibile  recedere ma, laddove viene applicato, pochi lo fanno!  

Nell’architettura delle scelte predisposta dagli strateghi del nudge, la “inversione  dell’opzione di default” sta alla “euristica della disponibilità” come il decision-making sta alla  percezione delle scelte possibili. Tutte e due funzionano nel senso di mettere la routine, l’inerzia, la  preferenza per l’ovvio, paradossalmente al servizio del nuovo. Ma ci sono altre tecniche, anche più  sottili e diciamo pure più “insidiose”: al confine con l’inganno (seppure solo nel senso della  illusione ottica) o in qualche modo prossime alla persuasione subliminale.  

Lungo la Lake Share Drive (Chicago) c’è una successione di curve pericolose, dove molte  macchine che non rispettavano il limite di velocità finivano fuori strada. Le autorità si sono limitate  a dipingere i segmenti della striscia tratteggiata in prossimità di ogni curva progressivamente più  vicini, così creando nel conducente l’illusione di stare guadagnando velocità (e inducendolo a  rallentare). 

E per finire, un esperimento realizzato in Italia con un trucco davvero degno di un  supermarket. Gli psicologi del Laboratorio di ricerca sulla decisione strategica (Università di  Trento/Rovereto) hanno chiesto a un campione di cittadini un contributo a favore del programma di  rimboschimento del parco del Brenta e dell’ Adamello. Metà del campione veniva esposta, nel  momento della richiesta, al profumo di pino silvestre. Risultato: quella metà ha registrato donazioni  più che doppie (130%) rispetto all’altra!12 

Naturalmente la metodologia proposta da Thaler e Sunstein non ha mancato di suscitare  critiche. C’è chi, nonostante tutti gli esempi di cui sopra, obietta che non funziona; per meglio dire che non funziona abbastanza. Fra costoro Tammy Boyce, principale analista della politiche  pubbliche per la sanità nel Regno Unito, secondo cui la nudging people idea si dimostra forse  efficace nell’indirizzare il comportamento immediato, ma non ci sono prove che funzioni nel  favorire modifiche comportamentali di lungo periodo.13 Poi c’è chi teme, invece, che la strategia del  nudging possa funzionare troppo; cioè che dalla diffusione di pratiche siffatte a livello istituzionale  possano emergere società ben più “paternalistiche” che non “libertarie”. Società “skinneriane”  fondate sul condizionamento di massa,14 che farebbero inorridire un autentico liberale come John  Stuart Mill. Magari più sane per quanto riguarda gli stili di vita nelle sfere economica, finanziaria,  sanitaria ed ecologica, ma sostanzialmente meno libere, per non dire quasi-totalitarie. Sia pure di un  totalitarismo soft: “gentile”, appunto. Se ciò sia vero o no, se queste preoccupazioni siano fondate,  sarà di competenza dei filosofi politici discuterlo. Personalmente trovo un po’ ipocrita farne una questione di principio, cui rispondere sì o no;  anche perché le tecniche del nudge sono già in uso nel campo commerciale e, in nome della 

concorrenza, nessuno ci trova niente da ridire. In particolare trovo alquanto ipocriti quei liberal liberisti che – facendo del nudging contro il nudging – giocano sull’alone delle parole. Perché mai  le stesse tecniche dovrebbero essere perfidamente “suggestive” nella sfera pubblica e  simpaticamente “creative” in quella del commercio privato? Francamente non vedo perché le  politiche pubbliche (quando emergano esse pure da una leale competizione tra forze diverse, come  accade in ogni paese democratica) debbano volontariamente imbavagliarsi e sempre rivolgersi al  cittadino con uno stile squallido e burocratico.  

Al di la del nudge sì/nudge no, credo che si debbano pragmaticamente distinguere sia gli  strumenti che gli ambiti di applicazione. Le semplici retoriche, ancorché pensate da specialisti della  comunicazione persuasiva, non possono subire limitazioni di sorta, perché limitare l’uso del  linguaggio (e con essa la libertà di parola, fosse pure quella dei pubblici uffici) sarebbe – a mio  avviso – ancor più illiberale degli effetti eteronomici che si vogliono con ciò contenere.  L’esplicitazione d’informazioni tali da orientare le scelte del pubblico va pure permessa in  qualunque ambito, alla duplice condizione che sia “la verità, solo la verità” e che “tutta la verità”  resti facilmente accessibile. Per quanto riguarda invece l’uso di installazioni e dispositivi, ferma  restando la proibizione di tecniche stricto sensu “subliminali”, si possono pensare taluni modesti  vincoli (per es. l’esplicitazione della fonte).  

Ma più importante, io credo, è la distinzione degli ambiti. Nell’ambito politico-generale, i  vincoli possono ben essere maggiori; ma più nel senso di garantire la par condicio fra suggestioni  diverse che non nel senso di vietare l’adozione di tecniche suggestive (del resto già in uso, non solo  da parte delle forze politiche, ma anche da parte dei governi). Viceversa, nell’ambito  amministrativo, laddove sui fini sia stato formalizzato un accordo, una certa creatività nell’orientare  i cittadini verso quella direzione mi pare del tutto desiderabile. Ciò vale in particolare per le  campagne di sensibilizzazione dirette a prevenire quelle “defezioni” dalla socialità che aumentano  per tutti il costo della cooperazione (esempi tipici: le truffe degli automobilisti ai danni delle  compagnie assicurative e, naturalmente, l’evasione fiscale).  

E tanto per fare un ultimo esempio: non ci troverei niente di scandaloso se le tecniche del  nudge fossero applicate agli assurdi consumi di energia nella città di New York. Basti dire che quasi  il 40% dei gas-serra emessi dalla città proviene dai sistemi di riscaldamento-raffreddamento degli  edifici residenziali, e in particolare da quelli che che hanno solo un contatore condominiale, talché  nessuno può rendersi conto del consumo individuale. Col risultato che per 250 mila appartamenti  (dati della compagnia elettrica Edison) si verifica quel tipico “effetto ristorante” che fa lievitare la  spesa: se il conto è comune, e mi toccherà comunque pagare le follie degli altri, perché io solo  dovrei contenermi? Bene: se trovassimo il modo di far “vedere” ad ognuno (con nuovi contatori o  con qualche altro sistema) la quota che discende dalla sua personale responsabilità, sarebbe anche  questa una intollerabile manipolazione? 

Come che sia, la nudge-style behavioral ecomics sta guadagnando terreno fra gli economisti  democratici degli Stati Uniti e fra i consulenti della amministrazione Obama. Il seguace più  importante della nudging people idea è al momento un quarantenne di successo: Peter R. Orszag.  Laureato a Princeton e specializzato alla London School of Economics, Orszag, già Senior  Economist con la presidenza Clinton, è divenuto con Barack Obama il 37° Direttore dell’Office of  Management and Budget (qualcosa di simile a quel che da noi è la Ragioneria generale dello Stato).  Orszag proclama di avere in parte rinnegato la propria formazione per abbracciare le nuove idee  dell’economia comportamentale di Thaler e Sunstein. E proprio Cass Sunstein lo affianca come  primo consigliere nel suo nuovo incarico. Fra le prime questioni di cui i due si sono occupati c’è un  cavallo di battaglia della nudging strategy: la sanità. L’obiettivo economico è quello di ridurre le  spese sanitarie; ma non più nella prospettiva aziendalistica del managed care (fondata sul rapporto  costi-benefici),15 bensì promuovendo comportamenti più sani. Con grande scandalo degli   

15 Col termine managed care s’intende negli Stati Uniti un complesso di tecniche amministrative e gestionali intese a  ottimizzare il rapporto costi/benefici nell’erogazione delle cure mediche, sia nel pubblico che nel privato. E ciò secondo 

opinionisti conservatori che scrivono per giornali come The New Republic e altri, i quali vedono  perfino in ciò un’intollerabile attentato alla libertà degli individui. Staremo a vedere. Nel frattempo, sull’onda di Thaler e Sunstein, la strategia della “spintarella gentile” riceve  una crescente attenzione anche in Europa. Per quanto riguarda l’Italia, è giusto fare il nome di  Nicolao Bonini, ordinario di Psicologia generale nell’Università di Trento e direttore del già citato  Laboratorio di Rovereto, il quale ha pubblicato (insieme con Constantinos Hadjichristidis) uno  specifico volume sui meccanismi “segreti” della decisione economica.16 

Per concludere: ho l’impressione che la nudge strategy abbia suscitato reazioni molto  diverse, sulla stampa europea e americana, per ragioni che vale la pena chiarire. In America sono  state espresse perplessità forti, al limite dell’indignazione. Perplessità tutte politiche, principalmente  da parte di una destra libertaria che vede nel libertarian paternalism vede nulla meno che un  affronto. Credo che ciò dipenda in parte dalla scelta, poco felice, del nome (siamo sicuri che questo  sia davvero “paternalismo”?) e soprattutto, diciamolo, dal fatto che i suoi teorici, Thaler e Sunstein,  sono due transfughi: non solo dal libertarianism duro e puro, ma anche dal liberismo friedmaniano;  insomma, due “traditori” che, sventolando Keynes, corrono fra le braccia di Obama e, come tutti i  traditori, da bastonare. Nell’Europa continentale invece prevale una benevola curiosità: fra gli  economisti e soprattutto fra gli psicologi dell’economia. Del che personalmente mi rallegro, purché  non si pensi che l’adozione di nudge strategies nella comunicazione istituzionale degli Stati ci possa  esimere dal riformare in profondità le regole della finanza internazionale, 

E i filosofi? Tacciono assorti. Diamogli un “colpetto di gomito”…

18/09/2010
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