Il senso della Repubblica. Schiavitù

S. Mattarelli (Franco Angeli, Milano, 2007)

L’intenzione che muove gli autori dei saggi che compongono l’opera – terzo volume  di una trilogia che in precedenza ha trattato le nuove frontiere della dottrina politica del  repubblicanesimo (2007) e la teorica dei doveri (2008) – è quella di far luce su una pratica  alquanto diffusa e della quale, tuttavia, poco si sa, e intorno alla quale poco si discute. Tra le  gravi violazioni della dignità delle persone per cui a tutti i livelli è prevista la repressione  penale e che sono oggetto di un’unanime condanna morale, la schiavitù, infatti, è quella che  finora ha ricevuto minore considerazione sociale ed istituzionale, e ciò essenzialmente perché  si è abituati a pensare ad essa come a qualcosa di lontano nel tempo o nello spazio, ma forse  anche per più sottili ragioni politiche ed economiche.  

Come si illustra nella nota introduttiva dei curatori (pp. 7-19), acquistano rilievo nel  caso della schiavitù la ricostruzione e l’indagine storica, ovvero la memoria. Si pensi in questa  prospettiva al silenzio che ha avvolto una data significativa come il primo gennaio 2008,  giorno in cui è venuto a cadere il bicentenario della messa al bando dell’importazione degli  schiavi negli Stati Uniti d’America. Rompere il silenzio diventa pertanto un obiettivo  prioritario, come già sottolinea Costanza Margiotta nel saggio che apre l’opera (pp. 23-31),  soprattutto nei riguardi del passato coloniale di gran parte delle nazioni occidentali, un passato  che affonda le proprie radici nella prima età moderna, paradossalmente la stessa età in cui  aveva origine il giusnaturalismo come dottrina dei diritti dell’uomo. L’autrice prende le  mosse da una cosiddetta loi memorielle, adottata dal parlamento francese nel 2001 (la legge  Taubira), con la quale per la prima volta schiavitù e tratta degli schiavi sono stati considerati,  in Francia, quali crimini contro l’umanità, anticipando così le conclusioni della Conferenza  mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza a essi  connessa, tenutasi a Durban lo stesso anno. Margiotta rileva però come, diversamente dalla  Dichiarazione assunta dall’Unione Europea nell’ambito di tale Conferenza, la legge in  questione non evidenzi minimamente il nesso tra schiavitù e colonialismo, quasi che le due  cose corressero su binari distinti. Anzi spesso, come mostra paradigmaticamente il caso  portoghese esaminato da Roberto Vecchi (pp. 33-44), gli stati nazionali hanno tessuto le lodi  del proprio passato coloniale, costruendo intorno ad esso miti che a tutt’oggi permangono  nella letteratura ufficiale e nelle “politiche della memoria”. L’autore mostra come in realtà la  presenza e l’importazione di schiavi fu fondamentale per la formazione economica, sociale e  culturale di un Paese come il Brasile ad esempio.  

Tutta da indagare è anche la sorte toccata a molti Stati africani a partire dal  diciannovesimo secolo, quando sotto il vessillo dell’abolizionismo di matrice illuministica, i  metodi di produzione capitalistici penetrarono nel continente, sostituendo agli antichi rapporti  di dipendenza nuove forme di sfruttamento. Di questa realtà, fatta di illibertà e coazione, che  si protrae a tutt’oggi, dà conto il contributo di Fabio Viti (pp. 45-65), il quale si rivela molto  utile soprattutto per comprendere il background del fenomeno migratorio in Europa. Viti  denuncia l’uso talvolta improprio che viene fatto del linguaggio schiavista (un motivo  ricorrente, per la verità, in tutta l’opera), sottolineando come la schiavitù tout court comporti  invero una “confisca” dell’essere umano, e dunque un assoggettamento psichico e fisico delle  persone. In Africa quasi tutti i rapporti sociali sono contrassegnati dalla “dipendenza  personale”, nel senso che la dipendenza scandisce anche l’appartenenza a una comunità, ma  con ciò non siamo ancora nell’orbita dell’appropriazione di esseri umani. D’altra parte, molti  lavori si caratterizzano qui per lo sfruttamento o per l’asservimento volontario: a farne le  spese sono soprattutto i minori o coloro che si trovano in situazioni di radicale necessità 

economica. Da qui alla schiavitù naturalmente il passo è breve, ma come l’autore sottolinea, è  sulla “qualità del lavoro” in queste (come in altre) società che deve convergere maggiormente  l’attenzione. 

Effettuata questa precisazione diventa più facile cogliere, come fa Thomas Casadei  (pp. 67-89), oltre al nesso tra schiavitù e immigrazione, anche l’importanza, già evidenziata  da Luigi Ferrajoli, dei diritti sociali per prevenire e combattere le violazioni della dignità delle  persone (cfr. L. Ferrajoli, Principia iuris: teoria del diritto e della democrazia, Roma-Bari,  Laterza, 2007, pp. 326-327). Sulla scorta dell’opera di Kevin Bales, Disposable people: New  Slavery in the Global Economy (1999), ed in linea con l’obiettivo di rompere il silenzio,  Casadei introduce nel discorso la cosiddetta “metafora del vedere”: in un’epoca globale come  la nostra, contrassegnata da una sempre più forte interdipendenza tra i mondi, la schiavitù,  lungi dall’essere una pratica lontana, è sotto i nostri stessi occhi. E la causa principale per cui  una parte sempre più consistente di persone diventa disposable sta in questo, che la loro  “vulnerabilità” non è attribuibile a cause contingenti o a fattori casuali, come in passato  accadeva per il fatto di essere stati sconfitti in guerra o per la razza o il colore della pelle, ma è  “strutturale”, nel senso che è legata in modo inscindibile alla situazione sociale in cui si nasce  e in cui ci si trova a vivere (p. 84). D’altro canto, la schiavitù, spiega l’autore, è anche,  soprattutto, connotata dallo sfruttamento del corpo, dal suo abuso, e ciò segna una sorta di  continuità dall’antichità fino ad oggi: essa denota una non-proprietà su di sé, per la quale si  configura drammaticamente come “questione di vita o morte”. 

Per tutto il mondo antico, come ricorda Riccardo Caporali (pp. 93-110), la schiavitù  non cessò mai di apparire come qualcosa di utile o vantaggioso, da praticare, al pari della  guerra, inevitabilmente. È soltanto con l’Illuminismo che, almeno in teoria, se ne riconosce il  carattere delittuoso, di pratica da combattere e abolire, come illustra approfonditamente nella  sua ricostruzione del dibattito francese sette-ottocentesco Marcel Dorigny (pp. 111-132).  

Se l’Esprit des lois (1748) di Montesquieu rappresenta il testo emblematico da cui tale  dibattito prese avvio, dal punto di vista della prassi concreta il vero spartiacque fu costituito  dalla Rivoluzione americana, in particolare dalla Dichiarazione dei diritti, dalle ripercussioni  che essa ebbe in ambito europeo fino all’esplodere della Rivoluzione in Francia. Eric Foner  (pp. 137-145) cerca di chiarire le ragioni del silenzio intorno al già ricordato bicentenario  della messa fuori legge dell’importazione di schiavi, e le individua in circostanze di fatto per  le quali, dopo tale svolta legislativa, la schiavitù e il commercio degli schiavi non cessarono  (qui come altrove), ma conobbero semplicemente nuove dinamiche. Discriminazione e  sfruttamento in nome della razza si sono a lungo protratti, come mostrano le rivendicazioni  che scuotono la società americana contemporanea alla cui base troviamo la nozione di  “riparazione” evocata da Massimo Gelardi (pp. 133-136).  

Dal canto suo Giuseppe Moscati (pp. 147-160) si sofferma sul fenomeno della  schiavitù esaminando in particolare due opere come In der Strafkolonie di Franz Kafka (1914)  e Les damnés del la terre di Frantz Fanon (1961). Esse sono emblematiche della critica al  sistema coloniale europeo nei paesi africani: un sistema intriso di razzismo, che mina la  capacità di autonomia dei singoli individui e della collettività. Se la parola Strafe dà conto di  un sistema di supervisione e controllo fondato sulla violenza e sulla repressione, la parola  damnés, spiega l’autore, rimanda alla perdita della purezza di vite private della loro dignità,  vite nelle quali non manca la consapevolezza della propria condizione.  

Si calcola che oggi nel mondo gli schiavi siano circa ventisette milioni, di cui oltre  dodici milioni risultano essere vittime dei lavori forzati. Esteban Pérez Alonso (pp. 163-182),  autore del ponderoso Tráfico de personas e inmigración clandestina: (un estudio sociológico,  internacional y jurídico-penal) (Valencia, Tirant lo Blanch, 2008), esamina in questa  prospettiva il tema della tratta degli esseri umani evidenziandone le cause e le configurazioni  alla luce di un’articolata nozione di radicale sfruttamento: sessuale, lavorativo, personale.  Sintonica con quella di Alonso è l’analisi svolta da Salvatore Fachile (pp. 183-193), il quale si 

sofferma in particolare sul caso dei minori nel contesto italiano. Egli esprime l’esigenza di  distinguere il fenomeno in questione dal cosiddetto smuggling, vale a dire il tentativo di  favorire l’immigrazione irregolare di individui o gruppi di individui. Quest’ultimo il più delle  volte non è altro che un effetto collaterale di politiche normative contrastanti con i principi  costituzionali della solidarietà e delle pari opportunità e pertanto esige una risposta che non  sia tanto di tipo penale e repressivo quanto di tipo sociale (p. 193).  

Occorre ripensare in questo contesto, come suggerisce Brunella Casalini nella sua  indagine sul nuovo ordine domestico mondiale sorto con la globalizzazione (pp. 195-212),  anche l’idea della cura come qualcosa sulla quale si regge la vita stessa delle società e delle  istituzioni, e con essa il contenuto della giustizia politica, così come è stato suggerito, ad  esempio, da autrici come Martha C. Nussbaum (cfr. ad es. Giustizia sociale e dignità umana.  Da individui a persone, Bologna, il Mulino, 2002) e Joan Tronto (Confini morali. Un  argomento politico per l’etica della cura, a cura di A. Facchi, Reggio Emilia, Diabasis, 2007).  In questa prospettiva, si tratta di vedere nella mercificazione del lavoro di cura e nello  sfruttamento dei cosiddetti caretakers un problema che esige un’ampia riflessione pubblica e  una risposta tanto legislativa e istituzionale – facente leva sui sistemi di welfare – quanto di  tipo culturale. La presenza di “nuovi servi” infatti chiama in causa ancora una volta la nozione  di vulnerabilità strutturale, ovverosia l’intrecciarsi di una serie di fattori (il genere, le origini  etniche, la condizione economica) i quali sono all’origine di violazioni dei diritti fondamentali  delle persone nonché della loro autonomia e dignità. L’opera si chiude tracciando un quadro dei nuovi scenari, come quelli creati da nuove  tecnologie generalmente legate alle politiche di sicurezza degli stati, come la biometria, per le  quali non a torto si è cominciato a parlare di nuove (certo inedite) forme di schiavitù o di  forme di servitù volontaria. La nozione “espansa” di schiavitù è al centro dei contributi di  Pierre-Antoine Chardel, Gabriel Periès e Michel Tibon-Cornillot (in un dialogo a cura di  Simone Morgagni, pp. 215-248) nonché di quello di Simone Morgagni sul carattere selettivo  ed escludente dei moderni sistemi di informazione, tra cui Google, dai quali una fetta molto  consistente della popolazione mondiale sarebbe irrimediabilmente tagliata fuori (pp. 249- 263).

01/04/2009
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