Il Governo di sé il Governo degli Altri

Serena Marcenò, Salvo Vaccaro (Duepunti Edizioni, Palermo, 2011)

Il testo curato da Marcenò e Vaccaro presenta un eterogeneo complesso di interrogazioni, molto  efficaci, relative al decentramento che, a partire dagli anni Ottanta, caratterizza l’insieme delle  ricerche di Michel Foucault. 

I contenuti del volume, distribuiti tra gli interventi di Bazzicalupo, Chignola, Luce, Marzocca,  Marcenò, Nigro,Tucci e Vaccaro, si raccolgono ed orbitano attorno alla pubblicazione di due lezioni  inedite del corso Du Gouvernement des Vivents, tenuto da Foucault al Collège de France nel 1979- 1980, le quali aprono il testo accompagnate dalla nota di Nildo Avelino, curatore dell’edizione  brasiliana del suddetto corso. La prospettiva analitica adottata dagli autori è situabile all’interno di un duplice movimento teorico  che restituisce, da un lato, una più nitida intelligibilità della complessiva riorganizzazione degli  studi foucaultiani relativi all’arte di governo e, dall’altro, una sistematica messa alla prova di quegli  elementi che, nella svolta foucaultiana, riarticolano le condizioni di possibilità di un progetto di  diagnosi critica del presente. Un andamento oscillatorio che, partendo dalla puntuale registrazione  degli scivolamenti laterali dell’apparato metodologico predisposto da Foucault, rimanda all’apertura  di nuovi spazi di problematizzazione del tessuto governamentale della nostra contemporaneità,  rilanciando come urgenza lo sfondo immediatamente politico necessitato dalla riflessione filosofica,  qualora intenda porsi come critica. Nessun indugio viene pertanto concesso alla pur rilevante  questione della pretesa o mancata continuità e coerenza delle analisi foucaultiane nel valico tra anni  Settanta e Ottanta, recepita come meno impellente rispetto alla portata dell’insistente  questionamento che il tema del governo di sé e degli altri pone allo statuto stesso della filosofia  politica. Il rinnovato dislocamento degli itinerari di ricerca foucaultiani non intende segnalare la  conclusione, in via definitiva, per esaustione, del percorso segnato dall’analisi della  governamentalità neoliberale, né in via esclusiva lo stallo, l’insolvibile impasse del modello  analitico fondato sui rapporti di potere-sapere, ma offre la possibilità di prendere sul serio, di  toccare con mano quanto di più caratteristico vi è nello stile intellettuale di Foucault ed il suo modo  di concepire il proprio lavoro come «un lavoro dislocato e mutevole capace di correggersi man  mano che procede».

Le inedite lezioni del 9 e del 30 gennaio 1980 riflettono adeguatamente la posta in gioco di un  simile décalage. Esse consentono di individuare nel corso Du Gouvernement des Vivents un punto  di cerniera, di raccordo, di torsione argomentativa tra le analisi relative alla governamentalizzazione  delle relazioni di potere nel quadro delle istituzioni statali ed il rivolgimento all’etica della cura di  sé come principio orientativo di una genealogia della nozione di governo, attraverso le pratiche ed i  processi di soggettivazione. Come sottolineato dal saggio di Vaccaro si tratta di uno spostamento di  asse che può essere letto in parallelo al cambiamento di focus che Foucault adotta nel suo stretto  confronto con la lettura di Kant «dalla questione antropologica che gli servirà per la grande opera  epistemica Les Mots et les Choses al tema della Kritik».  L’attenzione che Foucault rivolge al tema della critica, mediante il riferimento kantiano attorno agli  anni Ottanta, rappresenta infatti un contrappunto essenziale all’inquadramento del télos filosofico  che attraversa gli ultimi corsi al Collège de France. Essa ci permette di individuare nella centralità  della nozione di governo un dispositivo teorico di localizzazione di quel complesso di strategie che,  nel definire il meccanismo della conduzione politica degli individui, ne tracciano al contempo le  linee del potenziale e necessario rifiuto. Rifiuto simultaneo delle modalità specifiche attraverso le  quali il governo si esercita e dello statuto della verità correlato al tipo di individualizzazione che tali  pratiche governamentali sostengono. Si tratta pertanto di un’attitudine critica che non coinvolge  esclusivamente la dimensione del discorso teorico riflessivo, ma che deve investire radicalmente  l’ambito delle pratiche concrete di vita e i modi di essere del soggetto in rapporto alla verità che il  potere gli impone, per distaccarsene, dischiudendo in questo modo lo spazio di configurazione di  nuove, potenziali, libere soggettivazioni. Riprendendo i termini utilizzati da Bazzicalupo, la critica è  da considerarsi, secondo questo approccio, come una pragmatica an-archica, in grado di sottrarre  l’individuo all’imbrigliamento ontologico della definizione identificatoria di sé e della  sottomissione alla verità dogmatica predisposta dai processi di totalizzazione e regolazione del  governo. Essa sarà dunque «l’arte della disobbedienza volontaria e dell’indocilità ragionata» attraverso la quale potrà prendere forma il costituirsi, immediatamente etico e politico, del soggetto,  grazie all’affermazione della propria verità e della propria parzialità. Una verità desostanzializzata,  che non trae il suo valore etopoietico dal proprio contenuto o dalla formalizzazione retorica del suo  enunciarsi, ma dal coraggio della contrapposizione, dall’assunzione del rischio della condanna e dalla consapevole volontà di trasformare sé stessi disponendosi ad una déprise de soi meme; vale a  dire da quell’insieme di caratteristiche che Foucault individua nella figura del parresiasta, cui  dedicherà i Corsi al collège de France dall’82 all’84. 

È dunque attorno al mutamento della prospettiva analitica adottata da Foucault rispetto al rapporto  tra governo, verità e soggetto che si concentrano le riflessioni che percorrono il volume Il Governo  di sé, il governo degli altri. E più precisamente nel merito della ridefinizione degli equilibri di tale  rapporto e della possibilità di problematizzarne diversamente i termini. 

Nella lezione del 9 gennaio 1980 Foucault situa ad un livello differente le proprie indagini nel  campo della governamentalità, abbandonando un’impostazione interpretativa centrata  prevalentemente sull’analisi del tipo di razionalità specifica delle forme del governo politico degli  individui, per dedicarsi allo studio dei meccanismi di adesione soggettiva alle forme di obbedienza  predisposte dai regimi di potere. Non si indagherà più, pertanto, il procedimento di cattura, di  captazione degli individui all’interno di un meccanismo regolativo finalizzato a massimizzare la  propria efficacia in termini di governo, ma si rivolgerà l’attenzione alle modalità specifiche  attraverso le quali l’individuo si percepisce, o più propriamente si costituisce, come un soggetto  all’interno di una data relazione di potere. I processi di soggettivazione prendono il posto delle  pratiche di assoggettamento. In un simile approccio il soggetto non è più pensato come il mero, per  quanto problematico, effetto della presa oggettivante delle relazioni di potere-sapere, ma come  l’imprescindibile contrappunto polemico, o se si vuole sintomatico, di determinate procedure di  gestione della sua condotta. Ciò presuppone necessariamente per Foucault l’elaborazione di un  differente riferimento alla nozione di verità, la quale cessa di rappresentare esclusivamente la cifra  delle relazioni di potere e il parametro distributivo dei suoi effetti sull’ordine dei rapporti sociali.  Detto altrimenti, in questo differente approccio, la verità cessa di esaurirsi come funzione  meramente economica ed utilitaristica dell’esercizio del potere, come banco di prova della  razionalità governamentale. Coniando il termine aleturgia Foucault intende dischiudere una  dimensione supplementare della verità in rapporto al potere per non limitarsi ad intenderla  semplicemente come veridizione delle tecniche del suo esercizio. Una verità che eccede il proprio  impiego funzionale nel suo manifestarsi apertamente ed esplicitamente in ogni pratica di potere,  come rituale della sua riattivazione legittima.  

Foucault propone dunque di pensare come inseparabili l’egemonia, intesa come potere di  determinazione della condotta degli individui, e le forme alturgiche, ossia quelle manifestazioni  supplementari di verità che il potere dispiega per essere obbedito, e delinea in questo modo come orizzonte complessivo delle sue ricerche lo studio del «governo degli uomini attraverso la  manifestazione della verità in forma di soggettività».  

Si tratta di un’innovazione teorica dalla portata eccezionale per le ricerche foucaultiane. Essa inaugura una dimensione ermeneutica che consente di integrare il campo delle indagini relative alle  pratiche governamentali, postulando che l’obbedienza al potere di indirizzo delle condotte non  dipenda dall’inarginabile coercizione dei suoi dispositivi, e nemmeno, in via esclusiva, dalla loro  funzione produttiva, in termini di piaceri, saperi, desideri, e così via, ma dal fatto che nella  manifestazione della verità che accompagna l’esercizio del potere siano implicati, predisposti e  incoraggiati precisi meccanismi di soggettivazione. Governare attraverso la verità significa  governare i processi di soggettivazione.  

È precisamente questo il punto d’innesto di quell’attitudine critica che radicalizza le analisi  foucaultiane a partire dagli anni Ottanta conducendolo a mettere alla prova quella formulazione  metodologica, teorico pratica, che tramite un gioco di parole definirà con il termine anarcheologia.  La fisionomia di tale concetto, che Foucault sperimenta nel corso del ’79-‘80 senza poi riprenderla  nei corsi successivi, mira ad incardinare nel soggetto un duplice vettore di interrogazione della  verità con i suoi effetti di potere e del potere con i suoi discorsi di verità, fissando, come punto di  partenza per l’analisi della soggettività nelle sue trasformazioni, la denuncia dell’illegittimità di  qualsiasi potere, il rifiuto di pensarlo per forza come necessario. Non si tratta, ci dice Foucault  teorizzando l’anarcheologia, di sostenere che il potere è cattivo, ma di ribaltare quell’approccio  teorico che, partendo dalla considerazione del vincolo volontario che lega il soggetto ad una forma  particolare di verità, conduce a porre interrogativi sulla meccanica coercitiva del potere, per  trasformarlo nel procedimento soggettivo che, prendendo le mosse dal rifiuto del potere, mette in  questione lo statuto medesimo della verità, liberando la possibilità di una costituzione an-archica del  sé. 

È in una simile cornice che si collocano le riflessioni che Foucault dedica al tema della parresia filosofica nell’Antica Grecia, elaborando un espediente teorico che consente di spostare il piano  dell’interrogazione filosofico politica dalle condizioni epistemologiche della conoscenza vera  «all’insieme di pratiche attraverso le quali un soggetto opera una trasformazione etica, che pone  nelle condizioni di accedere ed esprimere una propria verità». 

L’investimento etico viene così a costituire il terzo fondamentale asse di configurazione del  rapporto di reciprocità tra filosofia e politica: accanto all’esercizio del potere e all’elaborazione del  sapere, la formazione dell’ethos diviene la chiave di intelligibilità privilegiata dei rapporti di  governo. Nella faglia aperta da questo mutamento di registro, che ruota attorno al perno di una  verità non più relegata solamente all’ambito delle pratiche di assoggettamento, può allora prendere  corpo la possibilità di effettuare, per utilizzare un’espressione di Chignola, «un salto fuori dal  ventre del Leviatano e della soggettivazione che esso custodisce attraverso il dispositivo giuridico e  quello della sovranità» e di rilanciare una fertile problematizzazione degli assetti politici della  nostra contemporaneità. 

La congiuntura favorevole che il tema foucaultiano del governo di sé e degli altri inaugura rispetto  all’opportunità di rinnovare gli strumenti analitici di una teoria critica del presente11 affonda le  proprie radici nella necessaria precarietà di un continuo dislocamento di quanto, nella teoria come  nella prassi, rischia di cristallizzarsi sotto la presa totalizzante dell’universale. L’operatività della  nozione di governo, in questo senso, declina in modo sempre regionale e decentrato l’approccio  metodologico allo studio delle forme di esercizio del potere, decodificando strategie pratiche e  locali di disobbedienza e liberazione, nelle controcondotte e nelle ri-soggettivazioni che in esse  divengono possibili. 

Il Governo di Sé, il Governo degli Altri coglie con puntuale precisione l’andamento irregolare di  questo tracciato singolare predisposto da Foucault, assieme all’impazienza ed al desiderio di  radicalità che paiono sospingere le argomentazioni del filosofo. Nella varietà degli interventi che lo  compongono si delinea con chiarezza ed efficacia il profilo di un progetto filosofico di ampio  respiro, la cui vastità ed eterogeneità possono aprire orizzonti nuovi e probabilmente decisivi nel  futuro della riflessione filosofico politica.  

30/10/2011
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