Il governo dell’opinione. Politica e costituzione in David Hume

Luca Cobbe (Eum, Macerata, 2014)

Il pensiero politico di Hume è stato spesso oggetto di diverse interpretazioni, per lo più divergenti.  

“Annoverato tra i padri fondatori del costituzionalismo americano, recuperato in Francia come  antidoto alla perversione metafisica dei giacobini, il pensiero humiano ha mostrato sin da subito una  plasticità che se da un lato ha contribuito alla sua diffusione atlantica, dall’altro ne ha aumentato a  dismisura l’ambiguità” (pp. 16-17).  

L’intento principale del testo di Cobbe è quello di sottrarre il pensiero politico di Hume alle etichette  storiografiche che, troppo spesso, dimenticano di considerare il XVIII secolo come un’epoca di  transizione che vede il tramonto di una società rigidamente divisa in ordini e l’ascesa di un nuovo  modello di ordine politico-sociale.  

Il contenuto politico del pensiero del filosofo settecentesco è passato sempre in secondo piano rispetto  alla sua opera epistemologica. “Nonostante presso i suoi contemporanei e gli immediati posteri Hume  fosse rinomato principalmente come storico e saggista, per tutto il XIX e parte del XX secolo egli  continua ad essere il filosofo che aveva svegliato dal sonno dogmatico Immanuel Kant” (p. 19).  

E’ necessario, inoltre, sottolineare il quadro storico entro cui si colloca la politica di Hume: dopo  l’esperienza della Glorious Revolution segue un periodo di tranquillità. Nessun evento significativo  c’è fino alla cacciata di Walpole. L’esperienza rivoluzionaria sanciva la nascita di una società, ancora  segnata da divisioni cetuali, ma in grado di assicurare una sorta di equilibrio tra lo “spirito  aristocratico” e “diritti popolari”.  

Soltanto tenendo in considerazione questi elementi possiamo comprendere la complessa ricezione del  pensiero politico di Hume. Senza escludere il suo intrinseco carattere conservatore si possono  rintracciare, infatti, alcuni elementi orientati verso un’interpretazione liberale.  

Il noto biografo di Hume E. C. Mossner sottolineando il fatto che egli non fu un membro attivo del  Tory Party lo definisce un “moderate tory” (p.24), sostenendo che l’impianto scettico della filosofia  humiana non poteva che avere esiti conservatori.  

Nel complesso quadro della critica politica di Hume, a parere di Cobbe, deve essere inserita l’opera  di Giarrizzo, David Hume politico e storico poiché ha il merito di “aver colmato la lacunosa  conoscenza che gli studiosi italiani hanno accumulato intorno alla figura dello Hume storico e  teorico della politica e, in secondo luogo, il merito di aver aperto un dibattito […] sulla dottrina  politica humeana e sulle ideologie politiche inglesi del XVIII secolo” (p. 25).  

La peculiarità della lettura di Giarrizzo consiste nel rilevare quanto dinamica sia la società di Hume.  Nonostante la “tranquillità” delineata dagli storici, si stava vivendo il passaggio dal capitalismo  commerciale al capitalismo finanziario, iniziavano a sorgere le prime problematiche legate alla  questione del debito pubblico, la revoca del Licencing Act aveva causato l’accrescimento delle  tensioni tra whigs e tory. L’inclinazione conservatrice del pensiero politico di Hume si lega  principalmente ai ricordi dei sanguinosi conflitti seicenteschi che non avevano fatto altro che creare  disordine e instabilità. All’interno della dicotomia intrinseca tra autorità e libertà, l’ago della bilancia 

favorisce la prima rispetto alla seconda poiché il fine dell’istituzione politica è, a parere di Hume,  quello di garantire la stabilità.  

Il conservatorismo humiano si presenta però, sin da subito, come un conservatorismo problematico.  Il fondamento dell’ordine politico, per essere efficace, deve essere un fondamento oggettivo, ossia  

non esclusivamente giuridico-formale. Ed è proprio a partire da tale tentativo che la politica di Hume  si discosta sia dalle teorie del diritto divino, sia dalle teorie contrattualistiche, sviluppando un concetto  di obbedienza politica come criterio di organizzazione sociale.  

Nel suo pensiero è possibile rintracciare, al contempo, elementi inerenti alla tradizione della natural  law e di un civic humanism di ispirazione ciceroniana. Ad esempio, Peter Jones riconosce in Hume  l’influenza del pensiero di Cicerone: “Riconoscendo un ruolo importante all’effetto del custom sui  comportamenti umani, Cicerone rivela a Hume la possibilità di pensare un concetto di natura  estremamente plastico […] Cicerone rappresenta così un importante riferimento intellettuale per una  delle principali mosse humeane: quella di ripensare completamente il rapporto tra natura e artificio,  facendo dell’invenzione umana nient’altro che un’espressione della potenza della natura” (p.66).  

Come del resto sottolinea l’autore stesso, Hume con i suoi diversi registri di scrittura (trattato, saggio,  storia, dialoghi) e con la vastità degli argomenti trattati si presta a diverse interpretazioni  storiografiche, ma “la polifonicità del pensiero humiano non può essere restituita accumulando o  mescolando scelte storiografiche” (p.83).  

Già nella primavera del 1741, ossia un anno dopo la pubblicazione del terzo libro del Trattato “Of  Morals”, un recensore anonimo definisce Hume un puro Hutcheson riguardo al sentimento e un puro  Hobbes relativamente alla teoria della giustizia e dei diritti di proprietà. Questo particolare  accostamento è coerente con i fini dello studio del testo che intende indagare la politica di Hume nella  chiave di lettura inerente il problema dell’ordine, una questione fondamentale all’interno del suo  pensiero politico .  

In linea con Hutcheson, Hume critica le posizioni dei razionalisti che fondano il la morale sulla  ragione. La moralità, nella visione humiana, non è una qualità che può essere scoperta tramite  l’intelletto, deriva piuttosto dalla soddisfazione che riceviamo nel contemplare una certa qualità. La  ragione risulta, com’è noto, passiva e non è in grado di governare le passioni e indirizzare la volontà.  

Dall’altro canto, sebbene il tentativo di Hume sia quello di liberarsi del sistema antropologico  hobbesiano, nella sua visione politica permane di Hobbes, oltre all’istituzione artificiale delle regole  di giustizia, anche una concezione dell’individuo come caratterizzato da una sostanziale  insocievolezza , mossa principalmente da bisogni materiali e da desideri soggettivi.  

L’antropologia che Hume ci presenta delinea un individuo debole incapace di bastare a se stesso e  caratterizzato da relazioni sociali non sempre pacifiche che hanno necessità di una mediazione  istituzionale artificiale che garantisca la sopravvivenza e la soddisfazione dei bisogni.  

Per superare la dicotomia tra il selfish system hobbesiano e il moral sense hutchesoniano è necessario,  a parere di Cobbe , riconsiderare l’importanza delle innovazioni epistemologiche ed antropologiche  introdotte da Hume, a prezzo altrimenti di di non comprenderne il pensiero politico. L’indagine  morale è, a dire dello stesso Hume, un tentativo di introdurre il metodo sperimentale all’interno della  filosofia morale. In questo modo il suo empirismo si allontana dal naturalismo di Hutcheson. Il  criterio fondamentale su cui si fonda il sistema morale di Hume è l’esperienza; per questo motivo 

“nell’analisi humeana non è più l’antropologia a fornire il criterio della socievolezza, ma lo spazio  della società a definire qualitativamente l’antropologia individuale” (p.117).  

La svolta epistemologica definisce la credenza e la simpatia come processi inclinazioni che  permettono alla mente di andare al di là di se stessa; così il problema della conoscenza, che fino a  quel momento era stato impostato intorno alla definizione del giusto criterio che garantisse la  correttezza della rappresentazione, ora risiede nell’interrogativo concernente la costituzione del  soggetto e del mondo esterno. Tale costituzione è possibile solo affidandosi alla funzione attiva  dell’immaginazione e della credenza, regolati attraverso i parametri del custom e dell’abitudine. “La  mente si popola di quelle credenze e convinzioni attraverso le quali l’uomo produce, orienta e  

contemporaneamente conosce il mondo, struttura le proprie idee in sistemi di autorità e accede, in  conclusione, a uno statuto cognitivo attivo: diviene soggetto” (p.133).  

Se la credenza ha un ruolo fondamentale permettendo la stabilizzazione dell’io e del mondo esterno,  la simpatia svolge un ruolo altrettanto fondamentale nella stabilizzazione morale e ha una funzione  importante all’interno del problema della costituzione dell’ordine sociale e politico.La simpatia,  infatti, è un mezzo attraverso cui comunichiamo emozioni e sentimenti, che ci permette di creare  delle relazioni intersoggettive all’interno di circostanze determinate. Il limite della simpatia è che  funziona solo tra “vicini”, “simili”, “parenti”. Crea un ambiente artificiale all’interno del quale si  sviluppano dinamiche sociali.  

La svolta epistemologica segnala quanto sia problematica una fondazione ontologica dell’io e del  mondo esterno e mostra la necessità di istituire un complesso sistema di relazioni che si fondano su  immaginazione e credenza. A livello gnoseologico bisogna, dunque, porre rimedio al caos delle  impressioni sensibili che si susseguono ininterrottamente nella mente. L’ordine gnoseologico deve  porre fiducia nei criteri della credenza e dell’immaginazione al fine di ordinare le conoscenze. Allo  stesso modo in cui è necessario ordinare il caos all’interno dell’epistemologia, l’ordine deve essere  ripristinato anche nel complesso sistema sociale attraverso l’istituzione di leggi e norme che ne  garantiscono il funzionamento. Il concetto di società non sarà più inteso, così, in senso naturalistico,  ma rappresenterà il complesso rapporto tra socialità naturale e sviluppo giuridico.  

L’azione della simpatia agisce su un raggio limitato; infatti, nella trattazione humiana non si trova  l’individuo solo nella società, ma collocato sempre all’interno di famiglie, tribù, gruppi. Inizia a  delinearsi il concetto di famiglia come una realtà pre-politica che ha storicamente indirizzato l’uomo  verso la società. La famiglia è un’incubatrice sociale in cui gli uomini si preparano alla vita associata.  Ma non è tutto: “La genesi della società allargata o numerosa procede da una duplice logica, una  di tipo materiale-economico e l’altra di carattere morale” (p.151). Da un lato la società permette  all’uomo di soddisfare i propri bisogni, dall’altro è necessario istituire un sistema di regole che  permettono di superare la parzialità della simpatia.  

Regolazione-norma-standard diventano i mezzi attraverso cui è possibile dominare l’incertezza,  dentro e fuori dell’individuo: “L’associazione incarna, quindi, il principio esplicativo tanto del  funzionamento dell’intelletto quanto di quello del diritto. Attraverso l’immaginazione stabilizziamo  giuridicamente il possesso” (pp.170-171).  

Anche il governo è un’istituzione politica artificiale che ha il ruolo di far funzionare le regole di  giustizia. La funzione principale del governo è di creare le circostanze adeguate affinché si realizzino  le giuste dinamiche sociali. Gli individui devono letteralmente essere “forzati” a stabilire dei rapporti  sociali consensuali ed a ordinare la contrattazione tra privati. L’istituzione del governo manifesta  l’esigenza di un’amministrazione superiore in grado di far funzionare le azioni sociali. Anche se la 

genealogia del governo risiede nella violenza e nella guerra (poiché l’istituzione di un governo è storicamente legata ad azioni di conquista), Hume crede che alla base dell’autorità del governo ci sia  anche l’interesse comune in quanto la vita associata è estremamente utile all’uomo per soddisfare i  propri bisogni. Le azioni di conquista e le guerre si sono storicamente sviluppate non tra individui,  ma tra gruppi, famiglie, tribù e popolazioni in rivalità tra loro.L’interesse comune alla base della vita  associata basta, a Hume, per attivare quei meccanismi dell’immaginazione che fondano l’obbedienza.  

Il concetto di obbedienza politica è, in Hume, abbastanza complesso; infatti si fonda principalmente  su utilità ed interesse. Ma va tenuto conto anche del concetto di opinione come fondamento  dell’obbedienza politica, il quale persiste in tutte le relazioni tra governo e società e risulta  indispensabile per comprendere i complessi meccanismi attraverso cui s’instaura l’obbedienza  politica. L’opinione, attraverso l’esperienza e il custom, è alla base della nascita di quelle credenze  funzionali all’ordine politico-sociale. Essa, in questo contesto, si lega indissolubilmente al concetto  di ordine politico-sociale.  

Proprio all’interno di queste complesse dinamiche s’inserisce la riflessione sul concetto di opinione,  la quale non serve esclusivamente a fornire le conoscenze sul governo, ma riformula le “coordinate  grazie alle quali era stato definito il concetto di costituzione” (p. 250). L’opinione ha, infatti, un ruolo  attivo sul governo poiché ha la capacità di orientare e determinare le condotte degli individui. Diviene  un concetto fondamentale sia per quanto riguarda l’obbligazione politica, sia per il mantenimento  delle regole di giustizia. L’assenso o il dissenso nei confronti del governo rappresenta solo uno dei  vari “stati” dell’opinione. È sempre possibile, infatti, che l’assenso si trasformi in “credulità” e il  dissenso diventi “subordinazione totale”. Questi due stati dell’opinione sono stati analizzati da Hume  nel saggio sulla superstizione e sull’entusiasmo. A parere di Cobbe tale saggio “lungi dal sottendere  esclusivamente una fenomenologia del comportamento religioso, il saggio dedicato a questo tema  può essere a giusto titolo considerato come lo sviluppo del problema, centrale nel Treatise, di come  la politics abbia a che fare con la produzione di artifici istituzionali, con la definizione delle  circostanze che rinforzano determinate credenze, che conferiscono loro stabilità, forza ed efficacia:  la chiesa e le sue istituzioni, sul terreno della religione; la costituzione e le sue istituzioni sul terreno  della società” (p. 251)  

Nel pensiero politico di Hume la riflessione sulla costituzione si lega a quella sul governo inteso come  “momento politico” capace di strutturare la cooperazione tra individui. La costituzione, in particolare  quella inglese, definisce “il giusto equilibrio fra la parte repubblicana e la parte monarchica della  nostra costituzione”; questo equilibrio “è per se stesso […] delicato e incerto” (p.257). L’incertezza  è dovuta alla costante dinamicità sociale che deve perennemente civilizzarsi. “La storia della  civilizzazione degli Stati coincide quindi con la storia delle loro costituzioni, con la storia delle  invenzioni e degli artifici istituzionali che hanno permesso una crescente regolazione delle condotte  individuali e, di conseguenza il raggiungimento di una stabilità, di una pace e una sicurezza  decisamente maggiori rispetto a quelle del passato” (p.260).  

Solo attraverso il dibattito costituzionale può formarsi quello spazio di civil conversation in grado di ridimensionare le manners; a tal fine bisogna fare molta attenzione riguardo le scienze dell’uomo, i  cui principi non possono mai essere definiti in modo assoluto, rivolgendosi principalmente verso la  pratica del mondo. Il pericolo, a parere di Hume, è quello di lasciare troppo spazio all’esercizio della  libertà, contribuendo alla formazione di opinioni contrastanti che possono far nascere conflittualità provocando disordini ed instabilità.  

Il testodi Cobbe ripercorre il pensiero politico di Hume tentando di allontanarlo da quelle forzature  storiografiche che fanno perdere di valore la complessità della politica humeana. All’interno della 

trattazione concetti quali governo, costituzione, politica, ordine assumono un significato innovativo  rispetto alle letture tradizionali.  L’originalità risiede soprattutto nella tendenza ad attribuire una fondamentale importanza al concetto  di “opinione” in ambito politico. Pur essendo ancora molto lontani dal tracciare quello spazio entro  cui i privati cittadini si formano un’opinione politica, tipico del pensiero di Habermas, il concetto di  opinione comincia a perdere la sua connotazione negativa di falsa conoscenza, iniziando ad incarnare  l’elemento indispensabile per la legittimazione di qualsiasi tipologia di governo. 

25/10/2015
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