Guerra e politica. Dal Vietnam a Iraqi freedom

1. Guerra e politica 

La guerra, sostiene Clausewitz, «è la continuazione della politica con altri mezzi», l’ultimo e definitivo  strumento a disposizione del potere politico per conseguire i propri scopi. Regole e grammatica della guerra  sono dettate e dirette dalla volontà politica, a cui lo strumento militare obbedisce. Seguendo la celebre  definizione del generale prussiano: La guerra non è solo un atto della politica, ma un vero strumento della politica,  un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi. Quanto  alla guerra rimane di proprio, non si riferisce che alla natura particolare dei suoi  mezzi. L’arte della guerra può prescrivere che le tendenze e i disegni della politica  non siano in contraddizione con tali mezzi e il comandante in capo deve esigerlo in  ogni caso. Ma, qualunque sia la sua relazione con i disegni politici, essa non può  andare al di là di una semplice modificazione dei medesimi, poiché il disegno politico  è lo scopo, la guerra è il mezzo e un mezzo senza scopo non può concepirsi.

Dal 1832, anno di pubblicazione di Della Guerra, ad oggi, il concetto di guerra è stato soggetto a diversi  cambiamenti storici subendo varie evoluzioni. La capacità distruttiva della forza militare è cresciuta a dismisura  rendendo possibile il raggiungimento della finalità più antipolitica, l’autodistruzione dell’umanità. Tuttavia, la  definizione clausewitziana rimane quella meglio capace di descrivere l’essenza della guerra. A mutare non è  quindi la natura del concetto di guerra, ma le probabilità che lo strumento bellico sia in grado di raggiungere  le finalità del potere politico. 

A partire dalla sconfitta americana in Vietnam, sembrava che nel mondo occidentale i costi politici della  guerra fossero divenuti più onerosi dei presunti benefici rendendo il ricorso alla forza politicamente inaffidabile.  La mia tesi è che dalla fine della guerra del Vietnam alla II Guerra irachena del 2003 si sia sviluppato, all’interno  del mondo occidentale e soprattutto degli Stati Uniti, un processo di riabilitazione ideologica e strategica della  guerra come strumento di politica internazionale che sembra essere entrato in crisi con le difficoltà incontrate  dagli Stati Uniti in Iraq. 

2. Goodbye Vietnam 

La scelta di assumere il Vietnam come terminus a quo si spiega con le conseguenze causate da questo  conflitto sull’uso politico della forza militare. La sconfitta politica, più che militare, subita dagli Usa in Vietnam  diede vita ad una rielaborazione complessiva del pensiero occidentale sulla guerra, con lo scopo di renderla  nuovamente agibile come strumento politico. Le caratteristiche iniziali della guerra del Vietnam erano quelle  tipiche di un conflitto limitato: marcata asimmetria delle forze militari in campo, collocazione geografica  periferica, previsione di un conflitto di breve durata. Si trattava, insomma, di una tipologia di conflitto sino ad allora largamente accettata dai governi e dalle opinioni pubbliche occidentali, in quanto contrapposta al  carattere assoluto delle due guerre mondiali. 

La realtà sul campo fu ben diversa dalla facile vittoria pronosticata. Il primo ed essenziale elemento che  portò alla sconfitta americana fu la differenza tra la forte determinazione politica che animava la guerriglia  vietnamita rispetto alle deboli motivazioni degli Stati Uniti. Come è stato notato da più autori, all’interno  di una guerra asimmetrica il più debole Davide può sconfiggere il più forte Golia se animato da una superiore  volontà politica. Senza voler dare giudizi di merito, nel caso vietnamita era evidente come da una parte si  lottasse per la sopravvivenza politica mentre dall’altra per mere ragioni di potenza. Lo scopo dichiarato dagli  americani era bloccare l’avanzata del comunismo nel sud-est asiatico, ma nel conseguirlo basarono la loro  strategia solo sul fattore militare e sul supporto politico al debole e autoritario regime del Vietnam del Sud. Il  risultato fu quello di scatenare nel popolo vietnamita la stessa mobilitazione anti-coloniale che aveva già  sconfitto la Francia. 

Il secondo elemento della sconfitta americana consistette nel cambiamento di umore dell’opinione pubblica  americana e internazionale che passò da un atteggiamento di tiepido favore o indifferenza, ad uno  apertamente ostile nei confronti delle ragioni della guerra. Le cause di questo mutamento di rotta sono da  spiegarsi con l’inaspettata resistenza vietnamita che costrinse gli Usa a incrementare il proprio sforzo bellico,  provocando un aumento delle vittime sia tra le proprie fila, sia tra la popolazione e la guerriglia vietnamita.  Conseguentemente, aumentarono le critiche nei confronti di un conflitto le cui finalità politiche venivano  considerate largamente insufficienti a compensare l’estesa perdita di vite umane. Dall’altra parte, i vietnamiti,  dimostrarono invece di saper sopportare massicce perdite umane e materiali. Fu proprio tale perseveranza,  unito allo stillicidio di morti americane a causare il logoramento della volontà politica e militare degli Stati Uniti. 

Senza sottovalutare fattori esterni essenziali, come il supporto dell’Unione sovietica alla guerriglia guidata  da Ho Chi Minh, il Vietnam costituì uno spartiacque significativo per il pensiero strategico occidentale. Come  ha rilevato il colonnello americano Thomas Hammes, in una delle più interessanti ed originali riflessioni  sull’evoluzione del concetto di guerra, il Vietnam costituisce l’esempio di utilizzo di tecniche di guerra  ‘asimmetriche’ di quarta generazione. 

Secondo Hammes, la guerra moderna ha attraversato quattro generazioni evolvendosi lungo linee di  trasformazione sociale, politica, economica e tecnologica. La prima generazione delle guerra moderna  comprende un periodo che va dall’inizio del Cinquecento, alla sconfitta di Napoleone a Waterloo. L’evoluzione  della prima generazione fu causata non soltanto dai cambiamenti tecnologici provocati dall’utilizzo delle armi  da fuoco, ma anche dai cambiamenti politici ed economici che causarono il passaggio dall’età feudale allo stato  nazionale moderno ed al mito del popolo in armi. 

La seconda generazione della guerra si sviluppa all’inizio del XIX secolo a seguito del consolidamento degli  stati nazionali, e ad importanti innovazioni tecnologiche come l’invenzione del telegrafo e l’introduzione dei  trasporti ferroviari. In questa fase, la mobilità tattica dei nuovi ed enormi eserciti nazionali rimane bassa dando vita a lunghi e logoranti conflitti d’attrito e di trincea come la prima guerra mondiale.

La terza generazione del warfare è una guerra di manovra che nasce in risposta al logorio e alla paralisi  delle trincee della prima guerra mondiale, ed è resa possibile dall’impiego tattico e strategico delle nuove  tecnologie. Le guerre di terza generazione sono quelle per cui ancora oggi sono meglio organizzati gli eserciti  occidentali ed in particolare quello statunitense. 

La guerriglia vietnamita costituisce invece, l’esempio tipico di uso di tecniche militari di quarta  generazione. Le tecniche di conflitto di quarta generazione usano tutti i canali disponibili ― politici,  economici, sociali e militari ― per convincere il nemico che i suoi obiettivi strategici sono irraggiungibili, o  troppo costosi, rispetto ai presunti benefici. Il concetto su cui sono basate è che una superiore volontà politica  quando adeguatamente impiegata, può sconfiggere un potere economico e militare più forte. Le tecniche  militari di quarta generazione non provano a vincere sconfiggendo la forza militare nemica. Piuttosto,  combinando la guerriglia e la disobbedienza civile con gli strumenti ‘leggeri’ dei rapporti sociali, culturali ed  economici, attaccano direttamente la volontà politica del nemico attraverso tutti i canali disponibili. 

Politicamente, coinvolgono organizzazioni e reti transnazionali, nazionali e sub-nazionali, per indirizzare i  messaggi all’audience prescelto. Strategicamente, focalizzano l’attenzione sull’indebolimento della volontà dei  decisori politici nemici ed utilizzano diverse vie per portare messaggi differenti a destinatari differenti. I  messaggi assolvono tre scopi: distruggere la volontà del nemico; mantenere la volontà del proprio popolo;  assicurarsi che i neutrali rimangano tali o portino supporto tacito alla causa. Operativamente, usano questi  messaggi attraverso diversi canali: da quelle militari ad alto impatto e profilo, agli attacchi economici indiretti,  destinati a far aumentare il prezzo di materie prime strategiche. Tatticamente, ove possibile, le tecniche di  quarta generazione evitano il confronto diretto. Inoltre, per minimizzare le necessità logistiche usano come  arma ogni tipo di materiale. Infine, coloro che usano tecniche di combattimento di quarta generazione  pianificano guerre lunghe, della durata di decenni piuttosto che anni o mesi. 

Il Vietnam divenne l’inizio un percorso di rielaborazione del pensiero occidentale sulla guerra costringendo  i governi occidentali e soprattutto quello americano a rivedere le proprie concezioni strategiche. Nel  1984, un decennio dopo la guerra del Vietnam e a seguito della crisi in Libano, Caspar Weinberger, Segretario  alla Difesa del governo americano, in un discorso significativamente rivolto al National Press Club tentava di  venire incontro alla nuova sensibilità dell’opinione pubblica americana introducendo sei condizioni per l’impiego  della forza militare. Primo, l’impegno militare americano era possibile solo quando si trattava di tutelare gli interessi vitali degli  Stati Uniti e dei propri alleati. Secondo, l’utilizzo di truppe doveva avvenire solo nei casi in cui fosse possibile raggiungere gli obiettivi  politici dichiarati e vi fosse la chiara intenzione di vincere. 

Terzo, nei casi in cui si decideva di intervenire militarmente avrebbero dovuto essere chiari gli obiettivi  politici e diplomatici, ed i mezzi con cui le forze militari impiegate potevano raggiungere tali obiettivi.  Ispirandosi a Clausewitz, per Weinberger, non si doveva iniziare una guerra, senza prima avere chiaro in mente  cosa si intendeva raggiungere e come si intendeva condurla. 

Quarto, la relazione tra gli obiettivi e le forze impiegate, la loro misura, composizione e disposizione, doveva  essere continuamente ristabilita e aggiustata qualora fosse necessario. Per Weinberger infatti, condizioni e  obiettivi cambiano costantemente durante il corso di un conflitto, ragione per cui bisognava sempre chiedersi se il conflitto difendeva gli interessi nazionali americani ed in caso di risposta affermativa usare tutti i mezzi  per vincere. 

Quinto, prima di impiegare forze combattenti americane all’estero, doveva esserci la ragionevole garanzia  di godere del supporto dei cittadini americani e dei loro rappresentanti eletti al Congresso. Supporto, che  poteva essere ottenuto soltanto a patto di essere chiari sulle minacce che si sarebbero fronteggiate. Insomma,  per Weinberger non si può polemizzare politicamente con il Congresso in casa mentre si chiede all’esercito di  vincere la guerra oltremare, come accadde in Vietnam. 

Infine, l’impiego delle forze militari americane doveva essere usato come ultima risorsa, esaurita ogni altra  alternativa. Le sei condizioni individuate dal Segretario alla Difesa americano introducono elementi importanti per la  mia riflessione sulla rielaborazione del pensiero militare occidentale. 

L’impostazione filosofica alla base è marcatamente clausewitziana. La guerra è prosecuzione della politica,  dunque lo strumento militare deve essere utilizzato solo quando è il mezzo più efficace per raggiungere obiettivi  politici. Dopo il Vietnam l’opinione pubblica mondiale aveva ritirato il proprio appoggio alla tipologia del conflitto  militare limitato sin lì accettata, perché i costi politici e materiali dell’uso della forza militare avevano superato  i benefici. Il quadro strategico fornito da Weinberger aveva lo scopo di ridurre drasticamente l’uso avventato  della forza militare ma non bastava ancora a legittimarla nuovamente come strumento di politica  internazionale. C’era bisogno di ragioni più forti sull’efficacia e sulla giustificazione ideologica della guerra per  renderla di nuovo utilizzabile. 

3. La rivoluzione degli affari militari ed il mito della ‘guerra pulita’ 

La lezione vietnamita aveva reso chiaro che le guerre occidentali per essere legittimate dovevano  rispondere ad alcune regole base: a) perseguire obiettivi politici chiari e di primaria importanza; b) vincolare  tali obiettivi politici al giudizio dell’opinione pubblica e dei media; c) minimizzare il numero di perdite sia tra i  propri soldati che tra i civili del paese nemico, diventava un obbligo non solo morale ma anche politico; d) i  conflitti dovevano essere circoscritti e di breve durata; e) era necessario fiaccare la volontà politica del nemico  attraverso l’utilizzo di una forza militare preponderante; f) essendo impossibile utilizzare le armi atomiche, per  scoraggiare ogni resistenza del nemico occorreva massimizzare l’efficacia delle armi convenzionali fino a  renderle strategicamente pari alle armi di distruzione di massa. 

Le prime due regole potevano essere rispettate soltanto fornendo ragioni valide a giustificazione dell’uso  della forza militare. Per rispettare le altre quattro regole, bisognava invece migliorare l’efficacia dello strumento  militare. In questo paragrafo proverò a esaminare quale è stata la risposta occidentale e soprattutto americana  alla sfida dell’efficacia, per poi analizzare nel paragrafo successivo le risposte sul fronte della giustificazione  ideologica della guerra. 

Sul finire degli anni settanta, lo stato maggiore americano si trovò di fronte a due esigenze fondamentali.  Vincere la sfida globale con l’Unione sovietica e riabilitare l’uso della forza come strumento di politica estera.  La risposta a questi due problemi venne chiamata Rivoluzione degli Affari Militari (RMA). Coerentemente ed  ironicamente allo stesso tempo, i primi a parlare di RMA furono i sovietici per mezzo di Marshal Ogarkov.  Ispirato da una visione marxista della storia, «Ogarkov credeva che i cambiamenti nel settore militare si  realizzassero sotto forma di rivoluzioni tecnologiche, strategiche ed operative». Il concetto venne preso  in prestito e rilanciato dal vero padre della RMA, Andrew Marshall, direttore dell’ufficio di Net Assessment  presso il Pentagono. Per Marshall, «la Rivoluzione degli Affari Militari è un cambiamento di grandi dimensioni nella natura del  warfare portato avanti da applicazioni innovative di nuove tecnologie, che combinate con cambi radicali nella  dottrina militare e nei concetti organizzativi e operativi, alterano fondamentalmente il carattere e la condotta delle operazioni militari». In concreto e senza entrare nei dettagli, la RMA possiede al momento cinque  caratteristiche centrali: la possibilità di colpire con precisione indipendentemente dalla distanza; la capacità  attraverso l’uso degli stealth (aerei invisibili), di penetrare le difese senza essere colpiti; l’emergere di tecniche  di combattimento che non richiedono la presenza umana; lo sfruttamento tattico e operativo dello spazio;  l’abilità a muovere rapidamente e ampiamente le informazioni attraverso i teatri di battaglia e sfruttare gli  effetti di una crescente integrazione delle forze. Il risultato è la creazione di ‘un sistema di sistemi’  capace di legare insieme tutti gli elementi delle forze militari americane raggiungendo livelli senza precedenti  di interconnessione e coordinamento in battaglia. Come fa notare Carlo Jean, ciò consente: «l’effettuazione di  attacchi simultanei di grande precisione sull’intera profondità del teatro delle operazioni sin dalle fasi iniziali di  un conflitto». 

La RMA costituiva la risposta perfetta alle esigenze del Dipartimento alla Difesa americano.  Innanzitutto, consentiva di mettere in discussione la parità con l’Unione Sovietica nel settore delle armi  convenzionali, visto che l’economia sovietica non poteva sopportare gli stessi investimenti di quella americana.  In secondo luogo, dava agli Stati Uniti una schiacciante superiorità su ogni altro esercito convenzionale  consentendo di utilizzare la forza militare per missioni rapide e con poche perdite e allontanando dunque il  rischio di un nuovo ‘pantano’ vietnamita. 

Come ha efficacemente sostenuto lo studioso inglese Martin Shaw, il modello teorico dominante della  guerra occidentale diventa quello della guerra risk-transfer, in cui le guerre sono gestite seguendo le  logiche dell’economia del rischio. I rischi a cui i governi occidentali vanno incontro sono di varia natura: politici  quando riguardano la destabilizzazione di un sistema politico a seguito di una campagna militare fallita  (l’esempio più classico è il Vietnam, o per farne uno recente il fallimento della campagna militare in Libano per  Israele). Economici, quando rischiano di minare l’economia mondiale provocando recessioni globali o l’aumento  vertiginoso dei prezzi di materie prime strategiche. In termini di vite umane, quando il numero delle vittime in  guerra diventa insostenibile per l’opinione pubblica. 

La regola per fare della guerra un progetto vincente diviene, dunque, minimizzare l’impatto dei rischi ad essa connessi cercando di trasferire i rischi su qualcun altro. Lo strumento più funzionale alla realizzazione di  tale strategia è proprio la RMA, che consente di minimizzare i rischi militari ed umani grazie all’uso di sistemi  d’arma sempre più efficaci e ‘chirurgici’. Ovviamente i rischi si possono minimizzare ma non annullare. Per  quanto ‘chirurgici’ e ‘puliti’ siano i sistemi d’attacco occidentali, l’inevitabile perdita di vite umane resta  accettabile se non riguarda civili e militari occidentali ma è trasferita alle forze militari nemiche, oppure  occasionalmente ai civili nemici (i cosiddetti ‘danni collaterali’). La RMA ispirò l’evoluzione del pensiero strategico americano. Per il Pentagono si doveva passare da un  modello di difesa threat based ad uno capabilities based. In sostanza, piuttosto che modellare la propria  forza militare su nemici esistenti o probabili, l’esercito americano doveva acquisire una serie di capacità  considerate applicabili a tutte le missioni e a tutti gli opponenti. I soldati americani dovevano divenire coscienti  di essere addestrati, organizzati ed equipaggiati per andare ovunque, in ogni momento, contro ogni avversario, per ogni tipo di missione loro assegnata. Ogni singola unità diveniva un ingranaggio di una macchina militare  sempre più perfetta e tecnologicamente avanzata, così efficace, da poter rispondere a qualsiasi minaccia e  sconfiggere qualsiasi nemico. Con una simile macchina a disposizione non sorprende che per ogni pericolo alla  sicurezza americana si prospettasse una soluzione militare. Perché perdere tempo con i lunghi e spesso  inefficaci rituali della diplomazia e della politica internazionale, quando gli obiettivi politici potevano essere  facilmente raggiunti utilizzando la forza militare? La rilegittimazione dell’uso della forza militare era avviata. A  patto che fosse sostenuta da valide giustificazioni ideologiche, la guerra poteva divenire lo strumento più  efficace e rapido per conseguire obiettivi politici. 

4. Le giustificazioni ideologiche delle guerre occidentali 

Il percorso di rielaborazione ideologica della guerra in occidente assume come spartiacque la fine della  guerra fredda e l’affermazione degli Stati Uniti come unica superpotenza politica e militare del pianeta. Lo  scenario post-guerra fredda libera l’uso della forza dalle regole ferree dell’equilibrio fra le due superpotenze e  rende possibile l’elaborazione di nuove giustificazioni ideologiche della guerra. La riabilitazione della guerra  passa attraverso i quattro conflitti militari maggiori che vedono coinvolto l’occidente dalla fine della guerra  fredda. La prima tappa significativa è senza dubbio la prima guerra del Golfo del 1991, provocata dall’invasione  del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. In questa sede non mi interessa ripercorrere gli avvenimenti  bellici, quanto piuttosto analizzare i risvolti strategici e ideologici del conflitto iracheno. 

Per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, un intervento militare fu giustificato in nome della  salvaguardia del diritto internazionale e non per ragioni di potenza. In questa cornice, gli Stati Uniti si ponevano  come la superpotenza egemone, garante di un nuovo ordine mondiale basato sulle regole del diritto  internazionale rimaste sin lì lettera morta a causa della guerra fredda. All’interno del nuovo ordine mondiale,  al di là delle dichiarazioni rassicuranti dell’allora presidente George H. Bush, il ruolo di unica superpotenza  globale spettava agli Stati Uniti e per mantenerlo non veniva escluso il ricorso allo strumento della guerra. In  particolare, la strategia americana era stata esplicitata nel Defense Planning Guidance, un importante  documento elaborato nel 1992 da Paul Wolfowitz per il Pentagono. Gli obiettivi strategici indicati dal documento  erano due: prevenire il riemergere di un competitore globale in grado di minare l’egemonia della superpotenza  americana; dirigere fonti di conflitto ed instabilità regionale in maniera tale da promuovere il rispetto del diritto  internazionale, limitare la violenza internazionale e incoraggiare la diffusione di forme di governo democratico  e di sistemi economici di mercato. 

In questa cornice strategica l’uso della forza militare durante la prima guerra del Golfo divenne il mezzo  per risolvere i conflitti regionali, dissuadere eventuali competitori, assicurarsi l’accesso ad una risorsa  fondamentale come il petrolio ed affermare le regole del nuovo ordine internazionale a guida americana.  Inoltre, per la prima volta dopo il Vietnam, il ricorso alle armi venne accettato dalle opinioni pubbliche  occidentali, grazie agli enormi progressi tecnologici che minimizzarono i costi umani e politici causati dal ricorso  alla guerra. In realtà più che il ridotto numero di vittime, elemento essenziale del successo militare in Iraq fu  la gestione dei media. Come ben evidenziato da Martin Shaw, una delle componenti fondamentali del  processo di riabilitazione della guerra, è la capacità di controllare le narrazioni che spiegano le immagini di un  conflitto. Le immagini più imbarazzanti per i governi occidentali sono sicuramente quelle che rappresentano  grandi numeri di vittime civili occidentali o di soldati occidentali uccisi. In subordine creano imbarazzo le vittime  civili nemiche, soprattutto se si tratta di bambini. Tutti questi incidenti per Shaw sono: «oggetto di intensa  lavorazione, per ridurre i loro effetti politici». 

La seconda tappa del processo di rilegittimazione della guerra è costituita dalle guerre balcaniche ed in  particolare da quella del Kosovo. Anche qui la motivazione ufficiale si richiama alla necessità di rispettare le  regole base del nuovo ordine internazionale a guida americana, ma in base ad argomenti che forzano le tradizionali regole del diritto internazionale. La giustificazione all’intervento della NATO in Kosovo, venne dalla  necessità di interrompere la massiccia violazione di diritti umani compiuta dal governo serbo ai danni della  popolazione albanese in Kosovo. Politicamente, l’intervento militare in Kosovo significava due cose: a) il  principio westfaliano della sovranità nazionale non poteva considerarsi più il cardine delle relazioni  internazionali tra stati. La comunità internazionale, ma soprattutto gli Stati Uniti quale stato egemone,  potevano arrogarsi il diritto di intervenire militarmente nei confronti di uno stato qualora fossero in atto gravi  e massicce violazioni dei diritti umani; b) la legittimazione degli interventi militari non era sottoposta alle  Nazioni Unite, come era sembrato dopo la guerra del Golfo, ma poteva essere concessa da organizzazioni  internazionali militari prettamente occidentali e a guida americana come la NATO. 

Operativamente la guerra in Kosovo portò agli estremi la tendenza occidentale ad intraprendere azioni  militari riducendo al minimo il rischio per i propri eserciti. Furono effettuati soltanto raid aerei a rischio zero  per i soldati della NATO, che infatti non subirono alcuna perdita. I rischi vennero addossati esclusivamente  alle popolazioni dei territori bombardati vittime dei cosiddetti ‘danni collaterali’ e alla popolazione kosovara ‘da  salvare’, vittima delle ritorsioni serbe. La guerra in Kosovo costituisce, dunque, un ulteriore tassello del  processo di rielaborazione ideologica occidentale, anche se è soltanto dopo l’11 settembre che la riabilitazione  della guerra trova pieno compimento. 

Più che rivoluzionare il pensiero strategico americano, l’11 settembre ha agito da catalizzatore di tendenze  che erano in atto già dalla fine della guerra fredda. Nonostante gli sforzi in senso contrario, gli Stati Uniti  impostarono la guerra al terrorismo principalmente come scontro ideologico e culturale. 

La causa della nostra nazione è sempre stata più grande della difesa della nostra  nazione. Noi combattiamo, come sempre facciamo, per una pace giusta – una pace  che favorisca la libertà. Noi difenderemo la pace contro le minacce dei terroristi e  dei tiranni. Noi preserveremo la pace costruendo buone relazioni tra le grandi  potenze. E noi estenderemo la pace incoraggiando società libere e aperte in ogni  continente. 

La conseguenza più importante dell’11 settembre è stata, però, la piena riabilitazione della guerra come  strumento di politica internazionale. Gli attacchi terroristici vennero subito interpretati come atti di  guerra cui occorreva replicare soprattutto militarmente. La risposta della presidenza degli Stati Uniti d’America  prese il nome di guerra al terrore, qualcosa in più di una risposta reattiva alla minaccia terroristica. Essa è  piuttosto uno schema politico ed ideologico globale, capace di giustificare qualsiasi specifico conflitto militare  intrapreso dai leader americani e soprattutto essa è uno strategia di radicale trasformazione degli assetti  geopolitici globali. La nuova strategia militare statunitense recupera molti elementi dei conflitti esaminati in  precedenza e nasce per essere uno schema ideologico senza tempo, visto per sua natura il fenomeno  terroristico non può essere definitivamente eliminato. Secondo l’amministrazione Bush e il gruppo di  neoconservatori che ne hanno ispirato le mosse in politica estera, l’11 settembre è stato il risultato  dell’immobilismo americano in politica internazionale, che avrebbe permesso ai terroristi di organizzarsi con la  connivenza di presunti alleati americani (in primis Arabia Saudita e Pakistan). Per debellare la minaccia  terroristica e soprattutto per impedire che i terroristi possano minacciare la sicurezza americana procurandosi  attraverso uno degli ‘stati canaglia’ armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti devono intervenire militarmente  e cambiare la natura politica dei regimi che sostengono il terrorismo. I capisaldi della strategia americana sono due: l’uso preventivo della forza, e il ricorso alla guerra come strumento di cambiamento degli assetti politici  globali. 

La dottrina della guerra preventiva rompe le tradizionali regole del diritto internazionale che limitavano l’uso  della forza all’auto-difesa in caso di attacco armato o ad azioni militari autorizzate dal Consiglio di Sicurezza  dell’ONU, stabilendo la possibilità di attacchi preventivi per contrastare minacce alla sicurezza nazionale  americana. Secondo la National Security Strategy del 2002: Più grande la minaccia, più grande il rischio di inazione, e più forte l’opportunità  di intraprendere misure anticipatorie per difenderci, anche se rimane incertezza sui  tempi ed i luoghi dell’attacco del nemico. Per prevenire simili attacchi ostili da parte  dei nostri avversari, gli Stati Uniti, agiranno, se necessario, preventivamente. 

Il corollario alla teoria della guerra preventiva è la possibilità di agire unilateralmente senza l’avallo delle  Nazioni Unite e dei principali alleati. La logica di fondo è che le alleanze e le coalizioni si formano di volta in  volta, a seconda degli obiettivi e delle priorità strategiche americane: Mentre gli Stati Uniti lavorano costantemente per ricevere il supporto della  comunità internazionale, noi non esiteremo ad agire soli, se necessario, per  esercitare il nostro diritto all’auto-difesa agendo preventivamente contro tali  terroristi, per prevenire loro dal fare danno contro il nostro popolo e il nostro  paese.

L’altro assunto fondamentale della cosiddetta ‘dottrina Bush’ è che la guerra venga utilizzata come  strumento per rivoluzionare gli assetti geopolitici globali. L’idea è che occorra superare l’approccio favorevole  al mantenimento dello status quo politico, applicato dalle precedenti amministrazioni americane soprattutto in  Medio Oriente. Il risultato di tale approccio era stato l’ascesa del terrorismo globale e la perenne instabilità di  un area economicamente e politicamente fondamentale. Dunque, occorreva cambiare lo scenario politico  mediorientale rovesciando i regimi autoritari e nemici degli Stati Uniti a partire dall’Iraq. L’obiettivo finale  sarebbe stato quello di rendere l’Iraq democratico e di scatenare un effetto domino che avrebbe finito per  costringere tutte le autocrazie mediorientali a cedere alla democrazia. 

L’Iraq rappresenta il culmine del progetto di riabilitazione della guerra lanciato dagli Stati Uniti d’America.  Con il secondo conflitto iracheno la guerra non soltanto è legittimamente utilizzabile, ma diviene lo strumento  principale per cambiare lo scenario politico globale. Il buon esito di tale progetto dipendeva, però, dal  raggiungimento degli obiettivi politici nella guerra irachena. Cosa di cui si può dubitare a distanza di quattro  anni dall’inizio del conflitto iracheno. 

5. La crisi del progetto di riabilitazione della guerra 

Gli obiettivi politici della guerra in Iraq erano due: impedire che il regime iracheno potesse sviluppare ed  utilizzare armi di distruzione di massa e cambiare la natura del regime iracheno trasformandolo in una  democrazia alleata degli Stati Uniti e di Israele. La nuova democrazia irachena avrebbe dovuto agire da modello  provocando a cascata la democratizzazione e la stabilizzazione dell’intera area mediorientale. Il primo  di questi obiettivi, come è noto, non è stato conseguito, visto che la prova che l’Iraq stesse sviluppando armi  di distruzione di massa non è stata mai trovata. Il secondo è stato largamente mancato. Di certo il regime  autoritario di Saddam Hussein è stato rovesciato, ma l’Iraq è ancora lontano dai livelli economici e di sicurezza  precedenti alla guerra e soprattutto appare sempre sull’orlo della guerra civile. Inoltre, l’occupazione americana  in Iraq sembra aver aumentato e non diminuito l’instabilità complessiva dell’area mediorientale, causando disordini al confine nord con la Turchia, massicci flussi migratori verso i paesi confinanti e soprattutto offrendo  una nuova base logistica ed una forte motivazione politica al terrorismo globale. 

Dunque, alla prova decisiva il progetto di riabilitazione della guerra portato avanti dall’amministrazione  Bush sembra aver fallito. Entrando nel dettaglio, gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere a mente la lezione  vietnamita, è ricordarsi che a volte Davide può sconfiggere Golia. È quello che sta succedendo in Iraq, dove i  costi politici, militari ed economici dell’occupazione americana stanno diventando sempre più insostenibili. Nella  logica del ‘rischio’ che domina il pensiero occidentale sulla guerra, ciò significa la sconfitta del progetto di  rilegittimazione della guerra come strumento politico. Le ragioni di questo fallimento sono da addebitare alla  mancata comprensione del tipo di conflitto che bisognava combattere in Iraq e alla scarsa attenzione ai  problemi politici dovuta ad un eccesso di fiducia nella forza militare. 

Gli Stati Uniti entrarono in guerra convinti di trovarsi di fronte ad una guerra breve e convenzionale da  vincere col massiccio utilizzo di sistemi d’arma altamente tecnologici, ma sul campo la realtà fu ben diversa.  Dopo la breve e travolgente avanzata americana verso Baghdad e la dichiarazione di vittoria del I maggio  2003, il conflitto iracheno mostrò il suo vero volto. Non si trattava di una guerra convenzionale, ma di un  ‘conflitto asimmetrico di quarta generazione’, in cui l’insurrezione irachena ha utilizzato tutti i canali disponibili  — economici, politici, militari, sociali, religiosi — per fiaccare la volontà politica del governo americano e  convincerlo che i rischi e i costi politici da sostenere sono maggiori dei benefici. 

L’insurrezione irachena ha messo in atto una strategia complessa, in cui gli attentati ai paesi alleati degli  americani (l’attentato di Nassirya contro i carabinieri italiani, gli attacchi all’ambasciata turca e a quella  giordana, l’uccisione dei contractors coreani e dei cooperanti giapponesi), al quartiere generale dell’ONU e a  numerose ONG, hanno lo scopo di isolare politicamente gli Usa dissuadendone gli alleati. L’attacco  sistematico alla forza di polizia del nascente governo iracheno, ha invece l’obiettivo di minare la stabilità del  nascente governo iracheno accusato di collaborazionismo dalla guerriglia. Il continuo stillicidio di soldati  americani ed inglesi, serve soprattutto a condizionare la volontà delle opinioni pubbliche dei rispettivi paesi.  Mentre gli attentati a sfondo religioso ed identitario, in cui alternativamente si sono trovati coinvolti Sunniti e  Sciiti, servono ad evocare il rischio di una guerra civile. L’insurrezione si è mostrata abile anche nell’utilizzo dei  mezzi di comunicazione, condizionando l’opinione pubblica araba ed occidentale, attraverso un abile impiego  di internet e dei media tradizionali. 

La guerriglia irachena manca di un’unica regia politica e si presenta divisa al suo interno. Tuttavia, le varie  componenti che la animano condividono l’obiettivo fondamentale di provocare la ritirata delle forze di  occupazione. Questo obiettivo non è stato ancora raggiunto, ma un altro forse più importante è stato  conseguito: quello di minare seriamente la credibilità del progetto di riabilitazione della guerra compiuto  dall’amministrazione Bush. 

6. Ritorno a Clausewitz 

Dal conflitto del Vietnam ad oggi, l’uso della forza militare ha attraversato un lungo processo di  rilegittimazione. Le basi su cui si è appoggiata la riabilitazione della guerra sono due: quella dell’efficacia e  quella della giustificazione ideologica. Il problema dell’efficacia è stato affrontato facendo ricorso alla  tecnologia e alla cosiddetta ‘rivoluzione degli affari militari’. La RMA ha fornito agli Stati Uniti, una forza militare  senza precedenti, alimentando in parte importante della classe dirigente americana, l’illusione che la guerra  fosse lo strumento migliore a disposizione della politica estera americana. 

Dal punto di vista della giustificazione ideologica della guerra si è passati dalla I guerra del Golfo, ritenuta  necessaria per difendere lo status quo fondato sul ‘nuovo ordine internazionale’ a guida americana, alla II  guerra del Golfo in cui al contrario lo strumento della guerra è stato utilizzato per modificare gli assetti  geopolitici globali. In mezzo il conflitto del Kosovo, in cui oltre all’emergere della difesa dei diritti umani come  principio fondamentale di diritto internazionale, si è assistito alla fine del concetto di sovranità post-westfaliano.

La messa in discussione del concetto di sovranità trova conferme anche dall’emergere di minacce all’ordine  globale provenienti da entità non statali, come l’11 settembre ha definitivamente svelato. Ciò ha aperto la  strada ai recenti interventi militari americani, in cui l’esigenza di cambiare gli assetti globali ha prevalso sul  rispetto dei tradizionali principi di diritto internazionale. 

Il progetto americano è però entrato in crisi dinanzi al primo banco di prova impegnativo: la guerra in Iraq.  Il disegno americano ha fallito perché gli Stati Uniti hanno migliorato la propria way of battle, cioè la loro  capacità distruttiva in battaglia, piuttosto che la propria way of war, e cioè la capacità costruttiva di  conseguire obiettivi politici e strategici di tipo complesso. L’Iraq, è stata la dimostrazione che la capacità di  sconfiggere il nemico in battaglia rapidamente e senza difficoltà, è altra cosa rispetto al raggiungimento degli  obiettivi politici che la guerra si è posti. L’enfasi posta sulla straordinaria capacità di fuoco dell’esercito  americano, sulla perfezione tecnologica degli strumenti a sua disposizione, si è scontrata con la realtà dei lenti  e logoranti tempi della politica. 

La vittoria militare è un inizio, non lo scopo finale. Nessuna soluzione tecnologica può portare la democrazia  agli iracheni, né evitare lo scatenarsi di conflitti etnici. Tornando nuovamente a Clausewitz, la guerra non cessa  di essere continuazione della politica con altri mezzi, e come tale, per essere vinta non richiede  scorciatoie tecnologiche ma soluzioni e strategie politiche.

05/02/2008
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