David Hume. Il problema dello scetticismo e la nascita del soggetto come attività pratica.

La filosofia politico-morale di Hume è stata, spesso, messa in secondo piano rispetto alle  innovazioni epistemologiche. Il nesso che lega epistemologia, morale e politica è stato oggetto di  controversie che hanno favorito la collocazione dell’autore entro precise etichettature che non  riflettono la complessità del suo pensiero. Il progetto di elaborare una scienza dell’uomo sufficientemente esaustiva era già ampiamente  accettato nel secolo in cui venne pubblicato il Trattato.  Uno dei problemi principali della critica è quello di definire la relazione tra i diversi libri del  Treatise. Il sistema filosofico è composto da tre parti che apparentemente risultano slegate,  specialmente se si fa riferimento al primo libro nei confronti degli altri due, poiché trattando di  questioni epistemologiche si allontana dai problemi pratici che affliggono l’uomo sul versante  morale e politico. In realtà i tre volumi manifestano stretti legami e, sebbene il contenuto analizzato  sembri differire notevolmente, possono essere rintracciati dei nessi che legano le varie parti. Se vogliamo cogliere le novità del sistema filosofico di Hume bisogna – innanzitutto – tenere  presente il rifiuto di delineare una visione semplicistica della natura umana che si riduca a fondare  la supremazia di una parte su di un’altra: “Con Hume entra in crisi un modo tradizionale – tuttora  duro a morire – di considerare l’ordine tra i diversi rami del sapere. Va infatti rifiutata una lettura  di tipo semplicistico che vede nel I libro del Trattato la presentazione dell’epistemologia, logica e  gnoseologia che sorreggono e fondano quanto poi Hume espone nelle altre due parti della sua  opera. La ricostruzione della natura umana fatta da Hume non comporta il privilegiamento di una  parte che è fondante rispetto alle altre […] Per Hume è casomai la «scienza dell’uomo» nel suo  complesso che fonda le diverse discipline ed applicazioni ed in questa scienza dell’uomo rientrano  paritariamente l’analisi dell’intelletto, delle passioni e della morale”1. 

A livello morale Hume è stato ritenuto un precursore dell’etica contemporanea proprio perché  distingue la trattazione morale dalle altre tipologie di analisi, ma in realtà i contenuti di tutti i libri  sembrano seguire una sorta di fil rouge che lega tacitamente le partizioni del sistema. Questo ci  permette di sottolineare la distanza tra la morale humeana e l’etica contemporanea, la quale  concorda nel definire l’etica un campo prevalentemente autonomo ed indipendente da qualsivoglia  premessa antropologica. In Hume il pensiero antropologico è il frutto delle riflessioni svolte sul piano empirico; Cobbe in tal  senso scrive: “in un rovesciamento decisivo dell’epistemologia tradizionale, nell’analisi humeana  non è più l’antropologia a definire il criterio della «socievolezza», ma lo spazio della società a  definire qualitativamente l’antropologia individuale”2.  

In questo senso epistemologia, morale e politica risultano strettamente collegate. Immaginare una  società come un sistema di condotta significa principalmente individuare i fattori più importanti  presenti nella natura umana. Il problema morale e politico non riguarda esclusivamente la  psicologia individuale; antropologia ed epistemologia indagano il rapporto tra “ordine del pensiero  e della conoscenza, ordine delle passioni e delle volizioni e ordine morale e politico”3. 

L’uomo è l’insieme di pensare, sentire, volere e agire; questi piani non possono essere separati e manifestano un’indissolubile interconnessione. La natura umana si manifesta attraverso l’intreccio di  diversi fattori razionali, sensibili, intuitivi. L’uomo di Hume sembra incarnare proprio la poliedricità  di questi elementi che si legano l’un l’altro. 

Per comprendere l’originalità di quest’antropologia è necessario sottolineare gli elementi di 

continuità e quelli di discontinuità con le antropologie con cui lo stesso autore si confronta. Hobbes ed Hutcheson rappresentano, seppure in maniera dicotomica, due punti di riferimento  essenziali.  

Malgrado non ci siano eccessivi riferimenti diretti, è evidente il continuo confronto di Hume con la  filosofia di Hobbes. La prima differenza sostanziale è legata al rifiuto humeano di basare la sua  antropologia esclusivamente sull’egoismo. Il metodo empirico lo portava sottolineare l’esistenza di  altre qualità umane, quali la generosità e la benevolenza che, seppur limitate, possono essere  rintracciate nei comportamenti umani.  

Hume, nella sua antropologia, analizza le medesime passioni e gli stessi dati empirici analizzati da  Hobbes, ma “ciò che è diverso è l’ordine e il rilievo dato alle diverse passioni e inoltre il tipo di  relazioni che si istituisce tra di esse”4.  

Per Hobbes, l’uomo “naturale”, posto in una condizione di precarietà e di scarsità di risorse, oscilla  tra la paura di una morte violenta e l’affermazione di sé, che ha come presupposto la ricerca della  sicurezza personale; per Hume, nelle stesse condizioni, l’uomo è motivato da una parte dall’egoismo  che lo spinge verso l’attività, il movimento, la ricerca del successo, dall’altra è spinto dalla  benevolenza e dalla generosità ad associarsi.  

Dal punto di vista metodologico, di Hobbes viene conservata la struttura di una scienza dell’uomo  composta da logica, morale e politica. Dal punto di vista dei contenuti, si riscontra un tipo di  socievolezza problematica, fondata su bisogni e interessi prevalentemente individuali che possono,  se spinti all’estremo, diventare distruttivi per la società stessa. L’uomo, infatti, fonda la società per  rispondere a problemi di tipo materiale e che riguardano principalmente la possibilità di soddisfare  innanzitutto i propri bisogni primari.  

Hume si confrontava con un contesto politico-sociale molto più sicuro di quello in cui aveva vissuto Hobbes. Ma, oltre a questa ovvia distinzione, la differenza principale che possiamo rilevare tra le  due antropologie è il diverso contesto teorico. Il tentativo di Hume è delineare una morale e una  politica scientifica puramente descrittive, anche se il tentativo parte chiaramente dal bisogno di  risolvere questioni che affliggono praticamente gli uomini: “pur avendo impostato la ricerca  morale in un contesto programmatico che doveva portare ad una derivazione naturalistica della  morale dalla «scienza dell’uomo», Hume evita di fare l’errore naturalistico solo in quanto non  presenta nessuna esplicita etica normativa nei suoi scritti. Applicando rigorosamente le regole  della sua ricerca anatomica e sperimentale sull’uomo Hume delimita l’ambito della sua etica in  modo tale da farci rientrare esclusivamente una ricostruzione scientifica della natura morale  dell’uomo e da escludere da essa una presunzione esplicita di ciò che l’uomo deve fare per essere  virtuoso o giusto. In questo soprattutto l’etica di Hume si presenta come fondamentalmente diversa  da quella di Hobbes”5. 

Studiare scientificamente la natura umana significa innanzitutto trovarne le costanti universali;  L’ostacolo principale era sicuramente quello di superare la convinzione che esista in essa una sorta  di normatività intrinseca. 

Hume si convinse che la risposta alle discussioni politico-morali poteva essere trovata solo  applicando il metodo empirico, ma per raggiungere questo obiettivo bisognava elaborare una teoria  in grado di raccogliere tutti i dati in un unico principio. La preoccupazione principale di Hume era  che la sua antropologia rispondesse ai criteri di scientificità: unicità, sistematicità e semplicità.  L’analisi, infatti, non poteva essere riduzionista, in quanto doveva comprendere e spiegare l’intero  universo di passioni e le differenti dimensioni della natura umana: “l’uomo non è né solo amore di  sé come voleva Hobbes, né caratterizzato da una benevolenza universale come volevano  Shaftesbury e Hutcheson, ma è piuttosto – in un modo qui più chiaramente realistico ed intermedio  – un impasto di interesse egoistico e benevolenza limitata”6. 

A differenza di Shaftesbury ed Hutcheston, la generosità presentata da Hume non è affatto  universale e non è riconducibile ad un fondamento divino; la ricerca empirica non consente di 

introdurre questo tipo di considerazioni.  

Hume introduce la benevolenza e la generosità all’interno della sua antropologia per renderle più  vicine alla realtà e maggiormente verificabili a livello empirico; osserva che già a partire dalla  famiglia si può sperimentare questo tipo di benevolenza limitata che ci induce a pensare ai nostri  familiari, implicando inevitabilmente una rinuncia ai propri interessi egoistici: “l’immagine della  natura umana che Hume presenta nella sua opera giovanile è quella di un individuo debole,  incapace per natura di bastare a se stesso, di un rapporto intersoggettivo conflittuale che necessita  di una mediazione istituzionale artificiale per assicurare la sopravvivenza e la soddisfazione dei  desideri”7. 

La nozione di “simpatia” non è certamente un’invenzione di Hume, ma ha caratteri di notevole  originalità. La descrizione del meccanismo della simpatia ci allontana sostanzialmente  dall’antropologia edonistica, ma si allontana in egual modo dall’interpretazione che ne fa Hutcheson.  Infatti, Hutcheson nella prima parte del suo Inquiry definisce la simpatia una sorta di “contagio  emotivo” attraverso cui le passioni si trasmettono da una persona all’altra; nella seconda parte,  invece, la nozione di simpatia viene accostata, quasi come un sinonimo, a quella di “senso  pubblico”.  

In Hume non troviamo nessuna delle due cose: la nozione di simpatia serve come criterio generale  entro cui raccogliere la diversità dei dati empirici. La sua visione non era quella di un contagio o di  una trasmissione immediata di passioni. Inoltre, il senso pubblico viene collegato da Hutcheston ad  un sentimento religioso che garantisce la generosità universale; a suo avviso, queste passioni  servono a dare prova della bontà dell’Autore della natura. 

Per Hume, invece, la simpatia si sviluppa per mezzo dei principi associativi propri della mente che, quando percepisce gli effetti di una determinata passione, passa naturalmente alla ricerca delle sue  cause; quest’idea si presenta alla nostra mente così vividamente, in maniera così forte, da  trasformarsi nella passione corrispondente. Soltanto in questo modo siamo in grado di percepire e  quindi di comprendere le passioni degli altri. Ovviamente non si può “sentire” la stessa emozione o  passione dell’altro, in quanto essa si trova esclusivamente nella persona che la percepisce; ma  attraverso l’immaginazione possiamo farcene un’idea, che sarà talmente vivida da trasformarsi nella  passione corrispondente. Si può tracciare un’analogia tra la funzione che la simpatia esercita nel  campo dei sentimenti e quella che esercita la credenza nel campo della conoscenza. La credenza,  infatti, ci consente di oltrepassare l’orizzonte sensibile allo stesso modo in cui la simpatia ci  consente di oltrepassare l’orizzonte delle nostre passioni al fine di «farci sentire il sentire altrui»8.  

Simpatia e credenza si distinguono soprattutto perché la prima si basa esclusivamente sulla  relazione della rassomiglianza, mentre la credenza si fonda soprattutto sulla relazione di causalità;  inoltre, mentre la credenza non trasforma l’idea propriamente in un’impressione, la simpatia  trasforma invece un’idea in un’impressione a tutti gli effetti. In ogni caso, tanto la credenza quanto  la simpatia ci permettono di vivere nel mondo e comunicare con gli altri: «senza la credenza, noi  saremmo incapaci di muoverci nel mondo; e senza la simpatia saremmo chiusi in perpetuo  isolamento»9.  

La funzione dei due principi è la medesima: il primo ci fa immaginare l’esistenza reale delle cose, il  secondo ci introduce positivamente nel mondo degli uomini; il fondamento di entrambi, però non è  la ragione, ma il sentimento. La simpatia è il principio cardine su cui si basa l’intero sistema morale  costruito da Hume; senza di essa l’uomo rimarrebbe chiuso in se stesso, nel suo mondo percettivo  costituito esclusivamente da ciò che ognuno sente o pensa. La chiave attraverso cui l’io si apre agli  altri è indissolubilmente collegata al principio della simpatia, che ci riporta alla base della svolta  humiana nel senso della prassi. 

Il fondamento della morale non può che essere una teoria dell’azione mossa da impulsi concreti. La  ragione non fa che seguire le passioni, non avendo la forza di opporsi ad esse.  Il principio della simpatia non può essere però considerato un principio empirico in senso stretto.

Allo stesso modo della credenza, Hume non sa spiegarlo letteralmente, ma rimanda il lettore ad una  ricerca introspettiva che rintracci quella sensazione che si prova quando si crede o quando ci si  immedesima nella passione altrui, quell’essenza non descrivibile, ma che tutti conosciamo poiché  l’abbiamo sperimentata:“Per Hume il principio di simpatia è un’ipotesi esplicativa, non una  conclusione strettamente derivata o provata dall’esperienza, ma piuttosto un’interpretazione dei  dati raccolti che incontra una sua giustificazione proprio sul piano della sua fertilità esplicativa. E  tale fertilità secondo Hume va ritrovata non sul piano logico o linguistico, ma su quello osservativo  e empirico”10. 

L’individuo di Hume non è esclusivamente passivo, non si accontenta di svolgere il ruolo  dell’osservatore del mondo, ma agisce, prova dei sentimenti e manifesta la sua volontà. In altre  parole, diviene soggetto attivo. Attraverso l’effetto di abitudini e costumi consolidati, la mente si  popola delle credenze che consentono al soggetto di ordinare e conoscere il mondo.  

La simpatia è un punto fondamentale in Hume poiché gli permette di derivare la vita associata da  quelle norme e pratiche consolidate piuttosto che da qualche entità astratta: “il concetto di simpatia  ricopre un ruolo decisivo sia al di qua dell’instaurazione artificiale delle regole di giustizia -quindi,  senza forzarne eccessivamente il significato all’interno della condizione «naturale» dell’individuo-, 

sia al di là dell’intervento dell’artificio pienamente dispiegato, rendendo conto del sentimento  morale che genera l’approvazione rispetto agli interessi della società, e dunque rispetto alla  giustizia e al governo”11.  

La simpatia è ciò che consente agli uomini di associarsi, permettendo loro di comunicare tramite  l’invenzione del linguaggio; il limite della simpatia è che essa unisce, ma allo stesso tempo divide  in quanto agisce esclusivamente in determinate circostanze: non si prova simpatia verso l’umanità  intera, solitamente gli uomini preferiscono simpatizzare per i loro vicini, i simili, i parenti. Il raggio  d’azione della simpatia è alquanto limitato. Per questo motivo Cobbe vede in Hume la  consapevolezza della distinzione tra società e socialità. Il problema della società sarà dunque quello  di mediare i rapporti tra le numerose associazioni favorite dalla simpatia e di superare la parzialità  ed i limiti di quest’ultima.  

L’intento da cui parte il progetto filosofico humeano è proprio il tentativo di svincolare la natura  umana dall’impianto normativo tradizionale. La scienza dell’uomo deve legarsi il più possibile a  quei criteri di scientificità che avevano aperto nuovi orizzonti di spiegazione in altri campi del  sapere. Il tentativo è, dunque, quello di descrivere la natura umana attraverso i dati empirici che  potevano essere raccolti piuttosto che caratterizzarla attraverso caratteristiche normative  presupposte.  

La questione della normatività nell’impianto filosofico humeano è, però, più complessa. La  componente naturalistica presente nell’intero sistema delle scienze dell’uomo comporta alcune  problematiche inerenti al tentativo di costituire una scienza il cui carattere fosse esclusivamente  descrittivo.  Si ricordi uno dei passi del Trattato che ha sollevato un’ampia riflessione critica a riguardo:“I  cannot forbear adding to these reasonings an observation, which may, pheraphs, be found of some  importance. In every sistem of morality, which I have hitherto met whith, I have always remark’d,  that the author proceeds for some time in the ordinary way of reasoning, and establishes the being  of a God, or makes observations concerning human affairs; when of sudden I am surpriz’d to find,  that instead of usual copulations of propositions, is, and is not, I meet with no proposition that is  not connected with an ought, or an ought not. This change is imperceptible; but is, however, of the  last consequence. For as this ought, or ought not, expresses some new relation or affirmation, ‘tis  necessary that it shou’d be observ’d and explain’d; and at the same time that a reason should be  given, for what seem altogether inconceivable, how this relation can be a deduction from others,  which are entirely different from it […] and I’m persuaded, that this small attention wou’d subvert  all the vulgar systems of morality, and let us see, that the distiction of vice and virtue is not founded

Questo capoverso è stato ritenuto importantissimo dalla critica per la definizione della cosiddetta  “legge di Hume” con cui si esplicita l’impossibilità di ridurre il dovere all’essere, il valore ai fatti, in  altri termini l’impianto normativo ad uno puramente descrittivo. In questo senso, come sappiamo, molti autori hanno visto in Hume un precursore dell’etica contemporanea.  

Più lineare sembra, invece, il ragionamento sostenuto da Lecaldano in cui la riflessione di Hume  viene letta a partire dalla consapevolezza della distinzione tra un piano descrittivo/esplicativo ed un  piano normativo/ricostruttivo. 

Ma l’aspetto più importante riguarda il risvolto pragmatico della filosofia di Hume, quando sostiene  che l’unico modo per aggirare il dubbio scettico è quello di rivolgerci a ciò che proviamo e  sentiamo. È proprio il sentire che sta alla base delle scienze umane: “in mezzo a quello che potrebbe  sembrare un vero e proprio labirinto di materiali empirici, di percezioni, impressioni, idee,  passioni, sentimenti, alcuni concetti, alcune qualità della natura umana ricoprono tuttavia un ruolo  di orientamento decisivo per la strutturazione del modello di individualità: immaginazione,  credenza, simpatia”13. 

La svolta in senso moderno di Hume può essere rintracciata nella nuova soggettività delineata dal  suo empirismo. Una soggettività, come osserva Deleuze14, fondata su tre pilastri rivoluzionari: il  soggetto si costituisce nel dato; le relazioni sono esterne ai loro termini; il soggetto è essenzialmente  pratico.  

Il Treatise è un saggio sulla natura umana, ma il contenuto di questa nuova scienza è sfuggente,  indeterminato ed indeterminabile perché -come Hume riconosce- nulla di ciò che la riguarda è  esclusivamente razionale. La mente è affezione, sentimento, passione.  Il problema della conoscenza in Hume è un problema empirico e riguarda principalmente il fatto  della conoscenza15; in questo senso si può rintracciare il superamento, la trascendenza: “Io affermo  più di quanto so, il mio giudizio oltrepassa l’idea. In altri termini: io sono un soggetto”16.  Tale definizione non è, per Hume, il punto d’arrivo, piuttosto il punto da cui far partire la  riflessione. La mente coincide con quel luogo immaginario, il teatro, in cui si susseguono, senza  fissarsi, tutte le impressioni; il superamento di tali dati si configura già come una pratica. La mente  non è un soggetto, ma la soggettività empirica si costituisce nella mente attraverso le affezioni. La filosofia di Hume non critica la ragione, ma svolge una profonda critica del razionalismo basato  sull’idea di rappresentazione. La critica si basa sull’idea che tale principio non riesce a spiegare le  relazioni: “facendo della rappresentazione un criterio, ponendo l’idea nella ragione, il  razionalismo ha posto nell’idea ciò che non si lascia costituire nel primo senso dell’esperienza, ciò  che non si lascia dare senza contraddizione in un’idea, la generalità dell’idea stessa e l’esistenza  dell’oggetto, il contenuto delle parole «sempre, universale, necessario o vero»; ha trasferito la  determinazione della mente agli oggetti esterni, sopprimendo per la filosofia il senso e la 

comprensione della pratica e del soggetto. Infatti la mente non è ragione, è la ragione che è  un’affezione della mente. In questo senso, essa sarà detta istinto, abitudine, natura”17. Lo scetticismo porterà Hume ad individuare nel flusso dei dati empirici l’unico oggetto della mente.  Il dato coincide con l’idea che trova nella mente il luogo della sua manifestazione. Attraverso la  ragione non è possibile andare oltre la singola percezione che si presenta nella mente sotto forma di  un’idea. Non esistono connessioni razionali che ci permettono di fare inferenze di qualsiasi tipo,  poiché le relazioni di somiglianza, causalità e continuità avvengono esclusivamente per via  immaginativa, frutto di un associazionismo irrazionale che il soggetto sviluppa per controllare il  caos delle percezioni sensibili. Cosa sarà, dunque, la conoscenza per Hume, se non si possono  determinare i principi della ragione su cui si basano le associazioni tra le idee?, “La conoscenza non  sarà altro che il «fatto» di quest’incompatibilità? Sarà la perenne contraddizione tra il principio  che attesta l’esistenza distinta di tutte le nostre percezioni e quello per cui ci rappresentiamo delle  cose, e forse anche un mondo di cose, la cui rassomiglianza con le idee non può che prevenire da  una nostra confutabile pretesa?”18. 

La risposta di Hume a questa domanda è sicuramente affermativa. Alla base della filosofia troviamo  l’impossibilità di rinunciare a ragioni false senza avere altre ragioni che si sostituiscano a queste.  Sempre meglio una ragione falsa che nessuna! «Innumerevoli esempi in contrario l’hanno  definitivamente convinto che non è conveniente distogliere lo sguardo dal volto della Medusa e non  certo a causa dell’illusione, di cui siamo tutti beneficiari, che il connubio di ragione e  immaginazione cessi, anche per un solo istante di essere mostruoso. Il fatto è che, nella vicendevole  incompatibilità che lega invariabilmente ragione e immaginazione, Hume vede crearsi lo spazio di  quel fondamento naturale che i filosofi trascurano quando suppongono che la mente ospiti  qualcosa di più della semplice determinazione di passare dalla causa all’effetto. Invece è proprio  cosi: al centro del nostro essere non c’è null’altro»19. 

La conoscenza si attua nel superamento dell’idea stessa, nell’atto di affermare più di quanto l’idea ci  suggerisce. Ed è proprio per tale motivo che la conoscenza è un atto pratico, in quanto si manifesta  nell’attività di trascendere i dati empirici. La ragione è passiva nei confronti di questi dati. Non può  far altro che accoglierli. Non c’è costanza ed uniformità nelle nostre percezioni e nelle nostre idee; è  solo attraverso i principi che affettano la mente che la nostra conoscenza prende forma ordinando  sistematicamente il materiale che la mente ha passivamente accolto.  

Attraverso questi principi il soggetto va al di là dei dati sensibili, li oltrepassa; “ma se il soggetto  può oltrepassare così il dato, è innanzitutto perché esso è, nella mente, l’effetto di principi che  oltrepassano la mente, che la modificano”20. La mente non può identificarsi con il soggetto poiché  è essa stessa assoggettata; il soggetto giunge ad una consapevolezza di sé a causa dei principi che  regolano la mente, ma allo stesso tempo la mente si percepisce come un Io. A tale proposito, come  si spiegherà meglio in seguito, uno dei più grandi problemi per le bon David sarà proprio quello di  far coesistere l’Io come collezione di idee e la tendenza dell’Io a definirsi come soggetto. 

La soggettività di Hume, nonostante oltrepassi costantemente i dati sensibili, è un effetto e non la  causa. Essa si costituisce a partire dalle relazioni associative dell’immaginazione. Il soggetto è  movimento, trascendenza e in questo senso esso si sviluppa in una duplice dimensione: da un lato il  soggetto si supera, dall’altro lato il soggetto si riflette. Il problema della verità (che riguarda la credenza) è dunque un problema del soggetto, è il soggetto  ad arrogarsi il diritto di affermare più di quanto non sappia, “tra le qualità sensibili e i poteri della  natura noi inferiamo una connessione, una connessione che non è conosciuta”21.  Il soggetto di Hume si esplica anche in un altro senso, nel senso estetico, morale e sociale; in questo  modo riflette e si riflette poiché inventa, è artificio: “Questo soggetto che inventa e crede si  costituisce nel dato in modo tale da fare del dato stesso una sintesi, un sistema. […] nel problema

posto in questo modo noi scopriamo l’essenza assoluta dell’empirismo. Della filosofia in generale si  può dire che essa ha sempre cercato un piano di analisi dal quale poter intraprendere e portare  avanti l’esame delle strutture della coscienza, cioè la critica, e giustificare il tutto  dell’esperienza”22. 

Il tentativo di Hume è di superare il problema della scepsi attraverso il positivismo dei sentimenti.  La critica al razionalismo intende chiarire proprio il fondamento non razionale della natura umana: la ragione non è altro che un’affezione della mente.  

Come giustamente chiarisce Deleuze, il problema principale dell’empirismo è la costituzione del  soggetto. La ragione deve essere applicata sempre ad un mondo già dato: “scetticismo e positivismo  si implicano in uno stesso ragionamento della filosofia. Il positivismo della passione e della morale  produce uno scetticismo sulla ragione; questo scetticismo interiorizzato, divenuto scetticismo della  ragione, produce a sua volta un positivismo dell’intelletto, concepito a immagine del primo, come  la teoria di una pratica”23 . 

Il problema principale di questo tipo di soggettività è proprio la sua fondazione epistemologica. Se,  infatti, seguendo il ragionamento scettico, non si giunge alla definizione di un io semplice ed  unitario, come risulta possibile la costituzione di un soggetto capace di ascriversi azioni e  sentimenti, ma soprattutto un io capace di convivere in una società in cui è necessario definire diritti  e doveri? Ognuno di noi immagina il proprio sé come ciò di cui è intimamente cosciente e  consapevole e per tale motivo crediamo non solo nella sua esistenza, ma anche nella sua perfetta  identità e semplicità. Tuttavia, analizzando razionalmente il problema, l’idea del sé non può essere  derivata da alcuna impressione. Tutte le impressioni si riferiscono al sé, ma – scrive Hume:- “for  my part, when I enter most intimately into what I call my self, I always stumble on some particular  percepition or other, of heat or cold, light or shade, love or hatred, pain or pleasure. I never can  cacth my self at any time without a percepition, and never can observe any thing but the  percepition. When my percepitions are remov’d for any time, as by sound sleep; so long am I  insensible of my self, and may truly be said not to exist”24. 

Si ripropone il dualismo tra mondo della conoscenza e mondo naturale; il primo, seguendo la nuova  logica istituita da Hume, ci avvicina ad uno scetticismo che ci fa considerare l’inintelligibilità  dell’idea dell’io; dall’altra parte i principi della natura sono più forti e ci inducono costantemente a  ragionare come se fossero teoreticamente validi. 

Il solipsismo metodologico viene, così, accantonato a favore di un tipo di conoscenza pragmatica  utile a vivere, per dirla con Husserl, nel mondo e con gli altri. Il fondamento di questo tipo di  conoscenza è da ricercare proprio nella simpatia e nella credenza, elementi imprescindibili  dell’antropologia humiana.  

La credenza è, per Hume, la maniera attraverso cui ci formiamo le opinioni sulle idee, si fonda  principalmente sull’abitudine, ci permette di mettere in relazione alcuni elementi dell’esperienza in  grado di indirizzare le nostre azioni. L’analisi di Hume si orienta nella comprensione di alcune  dinamiche che ci permettono di agire in un determinato modo. Ed è proprio questa la ragione per  cui tali dinamiche si legano all’indagine sociale e politica. Senza la credenza nessuna società e  nessun governo potrebbero essere legittimati; inoltre, ma non di minore importanza “l’autorità della  credenza rappresenta la condizione per la quale determinati ordini e comandi sono compresi ed  accolti. Essa manifesta quindi il dispiegarsi, per il tramite delle regole dell’immaginazione e del  potere del custom, di ordine simbolico o di comunicazione che sebbene in prima istanza nulla abbia  a che fare con entità quali la realtà e la natura, ne determina di fatto la produzione per via 

immaginativa”25.  

È proprio attraverso custom e credenza che si costituisce il soggetto, poiché esse fanno sì che si  conosca il mondo, favoriscono la strutturazione di idee e attraverso di esse si effettua il passaggio  dal ruolo passivo della ragione ad uno statuto cognitivo attivo. Non è la ragione ad influenzare i  comportamenti, piuttosto sono le convinzioni e le passioni del soggetto a spingere l’azione in una  determinata direzione: “We may mingle, and unite, and separate, and confound, and vary our ideas  in a hundred different ways; but ‘till there appears some principles, which fixies one of these  different situations, we have in reality no opinion: And this principle, as it playnly make no addition  to our precedent ideas, can only change the manner of our conceiving them”26. 

Se la credenza si applica al mondo delle idee, la simpatia produce costanza e uniformità nel mondo  socio-morale: “la simpatia è l’esplicazione teorica della forma pratica, morale e giuridica delle  regole d’applicazione […] sembra mettere ordine in quell’instabilità dei giudizi frutto della  fluttuazione della nostra situazione rispetto a cose ed individui”27. Essa è indispensabile al soggetto  nell’attività pratica che si esplica attraverso l’invenzione e l’artificio. Il soggetto inventa, crea,  istituisce norme e regole generali sintetizzando i dati empirici. 

Per comprendere meglio, non bisogna tralasciare quel tipo di critica che considera la svolta  pragmatica di Hume il fattore principale della sua analisi epistemologica. Le tesi a riguardo  divergono notevolmente, ma si può fare chiarezza distinguendo tra la corrente continuista28 – la  quale sostiene un percorso lineare tra lo scetticismo presente nel primo libro del Treatise e le tesi  morali e politiche analizzate nei due testi successivi – e la tesi discontinuista29 – che, invece, rileva  un sostanziale punto di rottura.  

Si ritrova in queste correnti il risvolto pragmatico della filosofia humiana. Hume, “lungi dall’essere  un pensatore negativo e filosoficamente infecondo, si propone come un’alternativa reale e  produttiva, e vuole farlo attraverso un impianto filosofico che è il risultato del connubio tra  naturalismo e senso comune”30. Seguendo questa prospettiva si può comprendere il passaggio,  analizzato da Capaldi, dalla “I Think Perspective”alla “We Do Perspective”31. 

L’I Think Perspective si ispira al modello cartesiano in cui il soggetto tenta di cogliere il mondo  esterno a lui. In questa prospettiva risulta privilegiata l’analisi teoretica. Seguendo empiricamente  tale percorso, si giungerebbe ad uno scetticismo radicale irreversibile, poiché si seguirebbe una  metodologia autoreferenziale.  La We Do Perspective, invece, “concepisce l’impresa filosofica non come esercizio puramente  speculativo, ma come una forma di attività pratica. Protagonista non è più un soggetto pensante,  ma un agente, un essere attivo e non soltanto intellettuale, il cui scopo primario è di tipo  pratico”32. Il rapporto tra soggetto e mondo, in questa prospettiva, prevede un’attività, un soggetto 

che deve relazionarsi con il mondo per conoscerlo e che deve relazionarsi anche con gli altri  soggetti per conviverci. La componente pragmatica risulta, dunque, imprescindibile per  comprendere la natura dell’uomo, ma anche per dare giusta importanza alla dimensione  prevalentemente speculativa.  

A differenza di Hobbes, Hume non vede il soggetto solo, ma lo considera all’interno di un contesto  sociale in cui gli individui risultano legati da una sorta di ragionevolezza pratica: “la ragione, da  sola, è incapace di comprendere perfino se stessa; essa non è depositaria di nessun principio a  priori permanente, poiché i precetti a cui noi ci appelliamo sono il risultato di un processo in cui  l’ultima forma d’ordine e la prospettiva a cui si applica sono mutuamente inclusive”33. 

D. Livingson sottolinea in modo dettagliato la componente pragmatica nella filosofia di David  Hume, la quale ci porta a considerare il suo percorso di riflessione come una presa di  consapevolezza del ruolo pratico che la filosofia deve svolgere. Lo scetticismo viene accantonato  attraverso la filosofia del senso comune inteso come orizzonte di significato all’interno del quale  soltanto il tragitto compiuto diventa intellegibile34. 

Sia in Capaldi che Livingston ritroviamo l’importanza del contributo di Hume per una rivoluzione  concettuale che vede nella ragionevolezza lo strumento attraverso cui interpretare l’esperienza. Il rifiuto di uno scetticismo radicale risulta quindi evidente. Hume, soprattutto nel primo libro del  Trattato ha stilato una caratterizzazione delle varie forme di scetticismo.  

Lo scetticismo radicale viene spiegato come un atteggiamento sostanzialmente improduttivo che  cerca di sovvertire qualsiasi tipo di opinione o credenza. C’è, poi, un tipo di scetticismo meno  radicale e più funzionale, un tipo di atteggiamento capace di mettere in discussione i propri dubbi e  le proprie certezze. Inoltre, è necessario distinguere uno scetticismo prevalentemente gnoseologico  da uno di tipo pratico-morale. In quest’ultimo tipo di scetticismo la natura interviene per guarire il  filosofo affetto dal delirio.  

Quando ci soffermiamo sulla riflessione di un tipo di scetticismo pratico-morale bisogna distinguere  due diversi piani di analisi: da un lato “si può caratterizzare un pensatore come scettico o meno sul  piano etico a seconda che rifiuti o meno quella particolare moralità che è corrente nella società in  cui è cresciuto”35; un altro tipo di scetticismo è, invece, quel tipo di atteggiamento in cui risulta  infondato considerare qualsiasi tipo di distinzione morale.  

Nel primo senso Hume può sicuramente essere considerato uno scettico, in quanto contestava da  più punti di vista la morale condivisa. Per quanto riguarda l’ultima tipologia di scetticismo bisogna  sottolineare come il problema di Hume non sia quello di trovare un fondamento teoreticamente  valido alle distinzioni morali, ma sia piuttosto quello di rintracciare la genesi delle passioni e delle  distinzioni morali, andare a verificare come queste sorgano e si sviluppino. La sua filosofia, in  generale, non arriva a delucidazioni normative, ma le sue riflessioni sono di tipo descrittivo 

esplicativo. Sono proprio le esigenze normative – a suo parere – a portare ad uno scetticismo  radicale. Hume, in questo senso, è il primo sostenitore di una forma coerente di scetticismo  moderato. 

Oltre alla considerazione sullo scetticismo è necessario soffermarsi anche sul relativismo morale.  Anche sul termine “relativismo” si possono trovare diverse sfumature semantiche, e anche qui  bisogna distinguere un relativismo normativo da uno puramente descrittivo. La prima tipologia  presuppone una teoria in cui i diversi giudizi morali sono legati a persone o culture differenti che  non potranno mai essere comparate poiché fanno riferimento a sistemi di valore inconfrontabili.  Nella filosofia di Hume viene rifiutata questa visione; infatti è possibile rintracciare nella sua etica  quelli che vengono definiti i principi universali dal punto di vista morale; Hume fa riferimento al  fatto che una virtù è considerata tale solo se utile o piacevole alla persona stessa che la possiede o  agli altri. Tutte le morali hanno in comune la loro legittimazione attraverso i criteri dell’utilità o del  piacere. Le differenze possono essere spiegate attraverso il diverso contesto storico. In Hume  possiamo rintracciare il tentativo di elaborare una teoria universale della morale:“La nozione di

morale implica qualche sentimento comune a tutta l’umanità, che raccomandi lo stesso oggetto  all’approvazione generale e faccia che ogni uomo, o la maggiorparte degli uomini, si accordi nella  stessa opinione o decisione intorno ad esso. Essa implica altresì qualche sentimento così universale  e comprensivo da estendersi a tutto il genere umano, e da rendere le azioni o la condotta, anche  delle persone più lontane, oggetto di plauso o di censura a seconda che esse si accordino o non si  accordino con quella regola che si è stabilita”36. 

Lo scetticismo e il relativismo humeano devono essere letti, in ultima analisi, come degli strumenti,  sono mezzi che ci consentono di evitare ogni tipo di superstizione e fanatismo (che sia esso  religioso, epistemologico o morale), ma non possono essere considerati come chiavi di lettura  radicali delle sue riflessioni: “scetticismo può pertanto, trionfare nella scuola, ma appena viene  sconfitto con le nostre passioni ed i nostri sentimenti svanisce nel fumo e lo scettico si trova  necessariamente nella stessa condizione di tutti i mortali (…) per un’assoluta e irresistibile  necessità – afferma Hume – la natura ci porta a giudicare come a respirare e a sentire; ne  possiamo più facilmente non riguardare certi oggetti sotto una luce più forte e completa a causa  della loro abituale connessione con un’impressione presente, di quel che possiamo impedirci di  pensare finché siamo svegli, o di veder i corpi circostanti quando volgiamo gli occhi in pieno  mezzogiorno”37. 

Tuttavia, il dubbio scettico sarà esclusivamente evitato, poiché solo attraverso l’associazione delle  idee siamo in grado di ordinare il caos sensibile e vivere nel mondo. Il dubbio permane, invece, ad  un livello più profondo e ci si rivelerà ogni qual volta spingeremo la nostra ragione verso riflessioni  di natura teoretica, infatti: “This sceptical dubt, both with respect to reason and the senses, is a  malady, which can never been radically cur’d, but must return upon us every moment, however we  may chace it away, and sometimes may seem entirely free from it”38. 

È solo attraverso la costituzione del soggetto come attività pratica che può essere accantonato uno  scetticismo infecondo che trascinerebbe l’individuo in una condizione di staticità radicale e di  assoluta passività. È il soggetto che, oltrepassando il dato, inventando e credendo, accantona il  problema della scepsi in quanto esso risulta pragmaticamente inutile. 

Anna Bagnato

24/09/2016
Data
Autore
David Hume
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