Dalla pace democratica alla pace kantiana
Da quando Michael Doyle ha riportato all’attenzione di filosofi e scienziati politici la ricetta kantiana per la pace, ossia quell’elenco di tre punti (i tre articoli definitivi di Per la pace perpetua) con i quali il filosofo di Knigsberg aveva l’ambizione di rimuovere per sempre la guerra dagli umani affari, il dibattito sulla cosiddetta pace democratica il fatto che le democrazie non si fanno guerra tra loro (o lo fanno molto raramente) e la spiegazione del perché ci avviene si è fortemente evoluto e si può dire, come accade ai progetti di ricerca fecondi, che né detrattori né sostenitori della teoria siano rimasti fermi alle rispettive posizioni di partenza. Il disaccordo sicuramente ancora grande, tanto che né sul fatto storico in sè la regolarità di un’assenza di conflitti tra democrazie da circa due secoli (ossia pressappoco da quando esse esistono) né sulla spiegazione di tale fatto vi è un accordo anche solo tendenziale. Forse solo su un punto, di per sè non molto significativo, vi è ormai consenso. Ossia che vi sia una correlazione tra democrazia e pace stando alla quale le democrazie effettivamente si combattono tra loro meno di quanto non facciano i regimi autoritari nei confronti di altri regimi autoritari o democratici. I giudizi, però, sono ancora molto distanti riguardo all’opportunità di intendere tale correlazione come una vera e propria causazione (la democraticità di due regimi è proprio ciò che causa i loro rapporti pacifici), oppure come una relazione spuria, vuoi perché a causare la pace sarebbero le alleanze tra democrazie (più o meno forzate dalla presenza di una minaccia comune, come secondo alcuni ai tempi della guerra fredda), vuoi perché sarebbero invece stabilite e ricchezza dei regimi i fattori chiave. Secondo altri, poi, anche se la correlazione esiste, essa è, a ben vedere, statisticamente insignificante.
[Per leggere di più, vedi allegato]