Catastrofi della politica. Dopo Carl Schmitt

Barberi, Maria Stella (Gangemi editore, Roma, 2015)

Catastrofi della politica. Dopo Carl Schmitt di Giuseppe Fornari è un libro  impegnativo e lungamente meditato che viene ad aggiungersi agli altri titoli della bella  collana “Nuovo Millennio” diretta dal Professore Francesco Mercadante per i tipi  romani di Gangemi. Il tema della catastrofe qui svolto da Giuseppe Fornari non ci  coglie impreparati: studi, convegni internazionali e volumi collettanei sono stati al  riguardo più volte promossi dalla scuola di filosofia politica di Messina: nel 2008 (in  occasione del primo centennario del terremoto di Messina) Catastrofi generattive Katastrophé, a cura di chi scrive e di Domenica Mazzù; seguiti nel 2012 dal poderoso  volume Ordine e disordine nella politica e nella storia, curato da Francesco  Mercadante, con il mio concorso e con quello di Riccardo Di Giuseppe e dello stesso  Giuseppe Fornari.  

A quali catastrofi prelude questa struggente ossessione catastrofica? Fornari come gli  studiosi di filosofia politica che in diversa misura si sono richiamati alle ipotesi di René Girard considera che la cultura umana, dalle sue origini e lungo tutta la sua storia  plurimillenaria, sia sempre stata segnata da catastrofi e da rivolgimenti: catastrofi  evolutive innanzitutto, legate alla rottura dei modelli animali (dei dominance patterns),  come quella di cui si occupa per esempio il mito scientifico di Totem e Tabù (di Freud);  catastrofi naturali come i diluvî cui riconducono i miti di fondazione delle civiltà più antiche; catastrofi sociali soprattutto, dalle quali l’uomo emerge nella sua intangibilità e “inappropriabilità” (un termine schmittiano quest’ultimo, spesso ricorrente nel libro  di Fornari, e su di esso dovremo poi dire qualcosa).  

Lo avete intuito: l’uomo (inteso come singolo e come totalità storica) è sia la misura,  sia l’espressione e la manifestazione delle sue catastrofi. «L’uomo – scrive Fornari in  conclusione e suggello del libro (p. 292) – non è un essere esposto alle catastrofi, è un  essere che è stato creato dalle catastrofi e che le ha metabolizzate in se stesso». Ma già precedentemente (p. 62) egli aveva avvertito che l’uomo è un essere «capace di  rigenerare la forma dell’ordine dalla sua negazione».  

Il libro investe quindi sia il senso oggettivo delle catastrofi: ciò che le catastrofi  propongono circa la necessità della politica; sia il senso soggettivo: il suo principale  assunto è infatti che solo un pensiero della politica in grado di rielaborare la catastrofe  come orizzonte di senso e di decisione può rispondere all’attuale catastrofe della  politica. Lo dimostra la storia passata e recente. E, se non dovesse bastare la storia, gli  eventi che vi attengono provvederanno a impartire l’inascoltata lezione. Ciò non manca  di sollevare quesiti non rinviabili sulla tenuta e sul futuro non solo del nostro Paese ma  anche di quell’Europa che dovrebbe esserne la sede storica e destinale. Un motivo in più per riscoprire le evidenze originarie e per pensare le condizioni culturali in cui versa  oggi il Vecchio Continente.  

La buona notizia è però che Catastrofi della politica coinvolge in misura cospicua  l’urgenza di senso e di decisione, nel tempo dell’emergenza che è il nostro. La politica  porta in sé la risposta alle stesse catastrofi della politica. Accedere all’idea del potere  non significa pertanto accettare ‘i fatti come valori’ – secondo un’idea di realismo  storico, di Realpolitik. Peraltro Fornari non pensa, con l’idealismo tedesco, che il  potere è manifestazione dello spirito universale, che tutto il reale è razionale, ma che  centro gravitazionale della storia umana è il potere di uccidere dell’uomo, così come  dell’uomo è quello di morire. Dico subito che Fornari articola attorno a questo centro  di gravitazione la sua teoria della mediazione, specificamente rappresentata dal  sacrificio.  Fornari “non va al più semplice”: non ammicca all’agio, alla sicurezza, al distacco e  alla tolleranza tra gli uomini, come l’Ultimo Uomo di Friedrich Nietzsche, che non  vuole correre rischi: «Un po’ di veleno di tanto in tanto: ciò fa fare sogni piacevoli. E  molto veleno alla fine, per un piacevole morire. (…) Si ha il proprio piacerino per il  giorno e il proprio piacerino per la notte: ma si sta attenti alla salute. ‘Noi abbiamo  inventato la felicità’ – dicono gli ultimi uomini e ammiccano”. Il filosofo Slavoj  Žižek– che evoca questo passo dello Zaratustra – cita anche Il secondo avvento di  William Butler Yeats “«I migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori | sono colmi  d’appassionata intensità». E aggiunge: «sembra riflettere appieno (…) l’attuale  contrasto fra liberali anemici e fondamentalisti ferventi». Žižek (come peraltro  Fornari) dubita tuttavia che la tensione tra l’edonismo scettico e l’intensità passionale  basti a descrivere esaurientemente la decadenza dell’Occidente: in un quadro in cui noi  occidentali, i “migliori”, immersi nell’ignavia di stupidi piaceri quotidiani, ci rendiamo  ormai sordi a ogni sollecitazione e a ogni impegno, mentre i “peggiori” abbracciano  incondizionatamente il fanatismo razzista religioso e sessista e svettano verso gli  estremi nel vicino oriente. Ed è qui che ci viene in soccorso la teoria della  “mediazione”, centrale nella riflessione e nello studio di Fornari. Rinunciando a far  intervenire le classiche contrapposizioni tra concetti cosmo-politici e realtà caotico politiche, rinunciando pure a giocare una partita mediatoria tra paladini del cosmo e  fautori del caos (tra cosmici e caotici), l’Autore si discosta sia dall’illusione  razionalistica della mediazione come soluzione compromissoria tra realtà disordinata  e Idea di ordine, sia dallo sforzo di tenere assieme gli estremi con ingegnose e  “barocche” formule di sospensione sul vuoto. Fornari invita invece a volgere  l’attenzione verso un terzo termine, che è in genere trascurato dal susseguirsi di  dicotomie come quella che oppone la modernità all’anacronismo. Questo terzo  termine, la Mediazione appunto, non ha un valore conciliatorio ma è «fonte suprema  di tutti gli opposti, che li contempera e li mantiene perché li ha generati ed è in grado  di accoglierli senza alcun ‘superamento’ hegeliano» (p. 65). Fornari si richiama allora  ai concetti schmittiani di auctoritas o complexio oppositorum, e tenta di scrutarne le  emergenze originarie. Così, nel secondo capitolo – che intitola “Davanti al Dio senza luogo” – scrive: «Le idee  fondamentali di Schmitt acquistano una risonanza più piena se rilette in chiave  sacrificale» (p. 59). Una risonanza o assonanza che proietta pericolosamente il “Dio  senza luogo” nel luogo catastrofico di formazione della politica. No, Giuseppe Fornari  non va al più semplice: obbliga, spinge, riporta verso quel centro vuoto, quell’origine  cui peraltro ci riducono le guerre civili europee e mondiali che hanno dilaniato il  Novecento. È un dato di fatto che dopo Schmitt abbiamo cominciato a esperire  l’innalzarsi della “crisi mediatoria” a simbolo del nostro tempo. Il pensiero e la  terminologia di Fornari echeggiano una evidente attualità.  

Dirò ancora qualcosa su questo aspetto che Fornari elegge a modello dell’«origine  estatico-oggettuale» dello spazio: per lui, all’origine, la vittima sacrificale rappresenta  il centro inappropriabile, il «punto cieco (…) che consente l’organizzarsi di un campo  visivo» (p. 20). Sulla scorta di Schmitt, d’altra parte, inappropriabilità, invisibilità e  intangibilità suonano con un chiaro accento polemico come «contro-forza storica che  agisce in direzione opposta alla neutralizzazione della storia in universal-umanismo».  L’ultima difesa per l’uomo perseguitato, il momento più alto e più drammatico della  fuga verso l’interno (asilo, rifugio o riserva interiore, emigrazione interna), è per  Schmitt quel “centro” inappropriabile, intangibile e inoccupabile preso  dall’insediamento di Cristo nella storia.  

Così in Ex captivitate salus Schmitt dichiara: «ho perso il mio tempo, ho guadagnato  il mio spazio”. Qui il radicale anacronismo, il porsi controcorrente rispetto al suo tempo  egli stesso lo intende come l’implicazione del nostro tempo nella morte di Dio, nella  morte dello spazio politico e nella sua propria morte civile; laddove il suo spazio è quello guadagnato da chi vi riconosce un ineludibile carattere vittimario. Come  suggerisce bene il sottotitolo del libro di Fornari: Dopo Schmitt – questa posizione di  vittima opportunamente esperita si presta a una considerazione generale. Perché nondimeno, da Georges Bataille, a Simone Weil a René Girard, a Carl Schmitt, e fino  alla teoria della mediazione di Giuseppe Fornari – si parva licet componere magnis – la vittima è “figura-limite” (p. 75) che attesta la trascendenza sovrana del Mediatore.  Ciò che fa del modello, del mediatore, la sorgente e la causa d’autorità e non il mero  effetto, il contenitore autorizzato di relazioni del desiderio che vi convergono o  divergono (e che solo anacronisticamente, per estensione, oggetto della fede).  

Ma mi sembra che in fondo questa intangibilità o inappropriabilità del Mediatore si  manifesti già in uno dei Pensieri di Blaise Pascal; per Fornari che lo cita: «l’uomo non è né angelo, né bestia»: l’uomo è integralmente “uomo-ponte”. Il seguito di quel  pensiero di Pascal è noto: «e disgrazia vuole che chi vuole fare l’angelo fa la bestia».  Ecco l’uomo non è né angelo, né bestia, è uomo la cui contraddittoria e paradossale  umanità è nel “conosci te stesso” che ha accompagnato il cammino spirituale dell’occidente: sia il gnōthi sautón delfico che afferma la preveggenza divina; sia la  socratica-agostiniana verità o bellezza «visibile non già agli occhi della carne ma  nell’interiorità» (Confessioni VI 16,26); sia la sintesi oracolare del sovrano hobbesiano  data soltanto a chi legge se stesso; sia la scelta schmittiana per la «non organizzabilità in un’epoca di organizzazione totale».  

Chi conosce se stesso è infatti l’ecce homo. È uno che sta al posto di tutti (il  sacrificabile cui attingono le comunità dai tempi più arcaici a Caifa). Ma la veggenza  delle regole (comprese le regole sacrificali) non è ancora Mediazione: se è vero che  l’uomo è egli stesso l’interprete del significato spaziale, religioso del sacrificio; se è vero che egli ha non soltanto il compito di legare insieme, ma di interpretare, di leggere  in se stesso il compito che si è assunto. È il senso delle due etimologie di religio: (da  religare) legare insieme; e (da religere) leggere o ri-leggere. Ecco l’uomo; ed ecco «la  riprova di quell’ineludibilità di una spiegazione religiosa e mediatoria della sovranità»  di cui parla Fornari (p. 65).  

Mi sono limitata a fornire qualche tratto, in una forma un po’ rapsodica, di un libro  importante, rigoroso e profondo. Solo la lettura potrà illuminarci sugli aspetti  problematici e sulle peculiari implicazioni teologico-politiche di un cristianesimo che  l’Autore stesso presenta con forti tonalità dionisiache. 

08/03/2015
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