Laicità e principio di non discriminazione

Barbara Henry, Anna Loretoni, Alberto Pirni (Rubbettino Editore, Pisa, 2009)

Il tema di questo volume collettaneo è il rapporto tra religione e politica nell’ambito delle odierne  liberal-democrazie. La sua originalità è data dal tentativo degli autori di mettere insieme in maniera  esplicita il principio di laicità con quello di non discriminazione, caratteristica che conferisce un  taglio particolare all’intera riflessione. Se il tema della laicità rimanda al classico principio di  separazione tra sfera politico-giuridica e sfera religiosa, ormai assunto come valore universale del  costituzionalismo moderno, il fatto di legare esplicitamente questo principio con quello di non  discriminazione ha l’effetto di togliere al concetto di laicità ogni pretesa di possedere una natura e  un significato in sé pacificati, cristallini e perfettamente giustificati. Non è possibile quindi  enunciare un “modello unico di laicità” valido in assoluto e praticabile ovunque. Attraverso gli  strumenti di una ricostruzione critica storico-concettuale di alcuni termini, e impegnandosi sia sotto  il profilo diagnostico che normativo, gli autori fanno emergere innanzitutto il carattere contingente e  contestuale del concetto di laicità. Elemento comune alle varie accezioni storicamente assunte dal  termine “laico” è il rimando a concetti come quello di separazione, distinzione, non identificazione  tra l’ambito religioso e quello politico-giuridico, ossia alla necessità di tracciare linee di separazione  tra ambiti, categorie o soggetti (Emanuele Rossi).  

Un primo asse portante della riflessione svolta può quindi essere identificato con la comune  adesione da parte degli autori ad un’idea di laicità come arte di tracciare linee in contesti e ambiti  diversi in funzione di una coesistenza basata sulla eguaglianza di trattamento. I vari interventi  presenti nell’opera possono quindi essere visti come altrettanti tentativi di tracciare queste linee. Il  secondo asse su cui si sviluppa il ragionamento, strettamente legato al primo, è dato dal confronto  con l’attuale dibattito su secolarizzazione e post-secolarizzazione. Pur inserendosi in tale dibattito  con prospettive diverse e dando quindi interpretazioni eterogenee tanto del fenomeno della  secolarizzazione quanto del post-secolarismo, gli autori concordano nel rifiutare un’immagine della  secolarizzazione come progressiva trasformazione in senso immanentistico e materialistico delle  società occidentali. Tale prognosi non solo si è rivelata falsa, in quanto non vi è mai stata una vera  eclissi del sacro, ma soprattutto risulta essere essa stessa portatrice di un visione del mondo segnata  da assunzioni metafisiche altrettanto impegnative. In questo contesto, parlare di “post secolarizzazione” significa innanzitutto impegnarsi a ridefinire il concetto di laicità per smarcarlo  da una certa visione della secolarizzazione che può essere intesa, con Barbara Henry, come una 

“filosofia della storia fallita”. Il comune punto di partenza delle varie riflessioni presenti nell’opera  può essere quindi racchiuso nella consapevolezza, da parte degli autori, che le sfide imposte dalle  odierne società multiculturali possono essere affrontate solo liberando l’idea di secolarizzazione dai rischi di potenziali derive ideologiche. In questo modo viene posto il problema di una comune  gestione della politica nell’ambito di uno Stato inteso come spazio neutrale nei confronti dei  fenomeni religiosi invece che come luogo di una loro neutralizzazione. 

Laicità dunque come arte della separazione, tracciante linee tra soggetti e ambiti in contesti  diversi. Il carattere problematico di questa operazione è rappresentato non solo da “chi” o da “che  cosa” deve essere separato, ma anche dal soggetto che attua questa separazione e “in che modo” la  attua. La linea che divide cosa è lecito da cosa non lo è, separando pubblico e privato, è davvero  neutrale o reca in sé il segno di chi l’ha tracciata? Sono questi gli interrogativi sottesi alle riflessioni  presenti nella prima parte dell’opera che prendono le mosse non semplicemente dall’esposizione del  pensiero di alcuni classici, ma dalla rivisitazione delle dispute in cui tali pensieri si sono formati,  ricordandoci così il carattere insieme contestuale e irriducibilmente problematico di ogni “via” alla  laicità. La prima disputa è quella tra giansenisti e gesuiti, rivisitata da Roberto Gatti. L’autore porta  avanti una riflessione sul problema della giustizia e, attraverso il tema della sproporzione tra  “giustizia vera” e “giustizia mondana”, ripercorre la strada verso la laicità indicataci da Pascal. È  l’inesauribile eccedenza della trascendenza rispetto al mondo che, non permettendo alcuna  mediazione incardinata sulla partecipatio, da una parte invita l’uomo all’ascolto di un mistero che  lo eccede, dall’altra, condanna la città ad una politica slegata da qualsiasi fondamento o fine ultimo.  Il secondo contributo è quello di Nadia Urbinati, che affronta la critica di Habermas alla ragione  pubblica di Rawls sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico. L’autrice si mostra sensibile alle  rivendicazioni di Habermas, il quale reclama un maggiore spazio nella sfera pubblica per le identità  religiose, prospettando una risoluzione del rapporto tra autorità civile e autorità religiose orientata  verso il modello della compartecipazione. Tuttavia giunge alla conclusione che il paradigma della  ragione pubblica di Rawls e quindi il modello della separazione di competenze siano preferibili per  una società pluralista. Il problema della strada indicata da Habermas sarebbe quello di avere due  volti: un volto esplicito, segnato da un’apparente apertura a linguaggi e contenuti eterogenei, ed un  volto implicito, frutto della prevalenza di quel linguaggio che, imponendosi sugli altri, fissa le  regole del discorso, ossia il linguaggio filosofico. È significativo come gli interventi di Gatti e  Urbinati, sebbene partano da riferimenti culturali molto diversi, arrivino, per certi versi, ad una  analoga esclusione di ogni discorso di senso ultimo dall’ambito dell’autorità civile. Il primo,  partendo da una interpretazione del pensiero di Pascal, traccia la linea di separazione tra religione e  politica muovendo da una riflessione critica sulla Verità. La seconda, collocandosi all’interno del 

dibattito sul liberalismo politico, vincola l’attività svolta dal potere legislativo, esecutivo e  giudiziario ai criteri di ragionevolezza proposti da Rawls non solo per tutelare la politica da indebite  inferenze, ma soprattutto perché riconosce il carattere limitato e parziale della stessa attività  politica. A mettere l’accento su questo ultimo punto sono anche gli interventi di Alberto Pirni e  Nico De Federicis, che fanno da corollario ai primi due saggi e chiudono le prima parte del libro.  De Federicis, pur problematizzandola, ribadisce in sostanza la posizione di Urbinati, mostrandoci  come la posizione di Habermas sia segnata dal regresso verso ambizioni cognitiviste, incompatibili  con un pluralismo inteso come costitutivo della cittadinanza democratica. Pirni si mostra invece  meno severo verso la prospettiva di Habermas e, pur partendo dalla consapevolezza dello iato tra  Verità e storia, pone come compito dell’ermeneutica politica una inesauribile attività di mediazione.  Egli ci indica così un “via” per la laicità dai confini meno rigidi, da pensare in termini di  “tolleranza”. 

Nella seconda parte del volume Alessandro Ferrara e Virginio Marzocchi portano avanti  un’indagine che, sviluppandosi dall’analisi dei concetti di “secolarizzazione”, “società secolare” e  “società post-secolare”, evidenzia il modo in cui le nostre comprensioni della modernità e del  processo di modernizzazione incidano sulle forme di realizzazione istituzionale del principio di  laicità. Marzocchi lo fa attraverso una riflessione sulla gestione dei conflitti di matrice religiosa  nella formazione dello Stato moderno, mostrandoci come nel corso delle sue evoluzioni lo stato 

nazione abbia conosciuto un progressivo rafforzamento del principio di laicità. Ferrara,  distinguendo tra “secolarismo politico” e “secolarismo sociale”, si interroga sulle asimmetrie e sugli  squilibri che si annidano nel processo di secolarizzazione. Egli rifiuta la tesi secondo la quale questi  due tipi di secolarismo si implicherebbero a vicenda e pone il problema di come tenere fermi i  principi del secolarismo politico in una società concepita come post-secolare. Attraverso la  riformulazione della nozione di secolarismo elaborata da Charles Taylor in A Secular Age, egli  propone una agenda filosofica per una ridefinizione della istituzionalizzazione della separazione tra  religione e politica capace di tener conto sia delle nuove sfide normative imposte dal principio di  eguaglianza, sia della soglia oltre la quale la voce pubblica delle religioni si trasforma in una  illegittima interferenza. Quello che emerge da entrambi i contributi è la necessità che la laicità  venga portata al di fuori della discussione politica per trovare una adeguata tutela a livello  costituzionale. Quest’ultimo punto è messo a fuoco anche da Emanuele Rossi, in relazione alla  vicende della giurisprudenza italiana. Emerge così tutta la complessità che la pratica di garantire la  consistenza e l’effettività della tutela del principio di laicità incontra all’interno di un ordinamento  giuridico. La laicità sembra quindi essere il risultato di un equilibrio non facile né da mantenere né  da rinnovare, come mostrato anche dalle vicende giuridiche italiane, e dal tardo riconoscimento del 

valore costituzionale del principio di una laicità “aperta”. Corollario a questa seconda parte sono gli  interventi di Anna Loretoni e di Roberto Castaldi, che mettono in luce come le concezioni della  laicità incidano sulle geometrie dello spazio pubblico (Loretoni), e come queste geometrie vengano  spesso messe sotto pressione da strumentalizzazioni politiche a fini elettorali (Castaldi). In  particolare, Loretoni mostra come accanto ad una dimensione istituzionale della laicità sia sempre  stata presente una dimensione individuale, data dall’accettazione da parte degli individui di uno  scarto tra morale privata e pubblica. Questo secondo piano, che viene indicato come antropologico,  tutt’altro che rappresentare un elemento marginale costituisce una condizione essenziale ed  indispensabile per la realizzazione e la tenuta della laicità sul piano istituzionale. Il volume si  chiude con una postfazione di Barbara Henry e una bibliografia ragionata di Antonio Carnevale,  strumento di grande utilità per chiunque voglia approfondire uno studio sul tema della laicità nelle  sue varie declinazioni. 

06/09/2009
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