Teologia, politica e diritti umani in Maritain

Il problema dei diritti umani, la loro fondazione filosofica e le conseguenze politiche, non solo  sono presenti nella lunga riflessione di Maritain a partire dai primi scritti, che si sviluppa attorno al  rapporto verità/libertà, e al polo soggettività/oggettività, ma sono stati affrontati nella concretezza degli  avvenimenti sociali e politici a cui il filosofo ha partecipato durante la sua lunga vita, anche con la  stesura di Manifesti per sensibilizzare l’opinione pubblica. Nel 1901 Jacques alla Sorbona incontra  Raissa Oumançoff, con la quale condividerà una vita intera di testimonianza alla verità, mentre sta  facendo volantinaggio a favore della libertà degli anarchici russi perseguitati dal regime autoritario  zarista. Nel 1927 nella crisi dell’ Action Française, conseguente alla condanna di Pio XI, Maritain in  Primato dello spirituale difende il diritto della Chiesa di intervenire nella politica quando questa  coinvolga i valori dello spirito. e precisa che il fine della politica è un fine provvisorio, non è un mezzo è  un fine, ma un fine infravalente che va subordinato al fine ultimo della vita, che la teologia individua. Si  tratta di una distinzione e di una subordinazione dei fini perché “a rigore di termini rifiutare al potere  spirituale il diritto di intervenire nella politica, significa negare l’esistenza di un potere spirituale  indipendente”.(III 806-7) Nel 1934 di fronte all’aggravarsi della situazione politica francese, che  polarizza i francesi su due fronti antagonisti e porta al governo il Fronte popolare, e davanti  all’affermarsi in Europa dei totalitarismi Maritain redige il manifesto Per il bene comune (V 1022- 1041), firmato da cinquanta intellettuali, tra cui Charles Du Bos, Etienne Borne, Etienne Gilson,  Gabriel Marcel, Emmanuel Mounier, Jean Lacroix, Yves Simon. Nel manifesto si può leggere un  duplice no, al fascismo e al comunismo, e la proposta di una alternativa democratica, che possa evitare  il predominio degli uni sugli altri. La guerra civile spagnola rappresenta per Maritain l’occasione di  riaffermare la trascendenza della religione e della filosofia rispetto alla lotta politica, ma anche la  necessità di un impegno autenticamente cristiano in politica per affermare il diritto e la giustizia.  Maritain interviene con diversi manifesti a criticare la teoria della guerra santa. 

Le ragioni delle sue prese di posizione si  possono ritrovare nelle lezioni tenute a Santader nel 1934 e poi raccolte nel volume Umanesimo  integrale (VI 301-634), ma è soprattutto durante il soggiorno negli Stati Uniti, a contatto con la  democrazia americana, che Maritain imposta, sulla base del tomismo, la sua filosofia politica, nel  volume I diritti dell’uomo e la legge naturale (VII 617-695) pubblicato a New York nel 1942, nel  quale riporta il testo della “Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo” adottata dall’Istituto di  Diritto Internazionale di New York il 12 ottobre 1929. Maritain affianca il gruppo di Chicago (Hutchins,  Mortimer J. Adler ed altri), che studia il problema del governo del mondo; nel 1947 scrive sul Bollettino  delle Nazioni unite un articolo per sostenere la necessità di una nuova e più completa dichiarazione; il 6  novembre 1947 tiene il discorso inaugurale della Seconda Conferenza internazionale dell’Unesco a Città  del Messico sul tema Le vie della pace (IX 143-164) nella quale indica come sia possibile conciliare un  comune principio pratico di regolamentazione della vita civile con motivazioni ideologiche diverse; il 21  febbraio 1949 tiene a Philadelphia una conferenza su Il significato dei diritti umani. Questi interventi  nelle vicende storico politiche sono raccordati a precise fondazioni teoretiche, come si può riscontrare  dalla conferenza tenuta a Londra nel 1948 presso la “Thomas More Society” su La filosofia del diritto. Finalmente la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, preparata dal Consiglio economico  sociale, viene adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 10 dicembre 1948, che rappresenta un  documento fondamentale del “Diritto delle genti”. La Columbia University chiede a filosofi, sociologi,  teologi di tutto il mondo, tra cui B. Croce, A. Huxley, S. Hessen, Theilard de Chardin, in parte già  consultati con un questionario Consiglio economico sociale, di commentare questa dichiarazione; e  incarica Maritain di fare l’introduzione al volume che raccoglie le risposte. Nel dicembre del 1949  Maritain tiene sei conferenze alla “Charles R. Walgreen Foundation” presso Università di Chicago che  raccolte nel volume L’uomo e lo Stato (IX 471-736), pubblicato nel 1951 costituiscono la sua opera  più importante nel campo della filosofia politica. 

Durante l’esilio americano i Maritain passano l’estate in Francia per ritrovare gli amici a  Kolbsheim e perché Jacques si è impegnato a tenere corsi estivi di filosofia all’ Eau-Vive presso Soisy.  Nell’estate del 1950 tiene un corso di dieci lezioni sulla legge naturale. Parti delle prime due,  rielaborate, vengono pubblicate da Maritain, tradotte in inglese da D. Gallagher nel 1952 in un volume  curato da Ruth Nanda Anshen, le altre restano inedite. Nel 1983 Francesco Viola rintraccia gli appunti  stenografati da alcune allieve, ricostruisce ed integra il testo, costruisce, alla maniera di Maritain, alcuni  schemi figurativi e pubblica in italiano le Nove lezioni sulla legge naturale. Georges Brazzola, in  seguito, trova negli Archivi di Kolbsheim gli appunti manoscritti in lingua inglese di Maritain, utilizzati  dall’Autore per i corsi di filosofia morale a Princeton, ed anche una decima lezione dedicata al  Decalogo, di cui si ignora se sia stata pronunciata; e pubblica nel 1986 nella traduzione francese di  Maurice Hany La loi naturelle ou loi non écrite. (XVI 683-918). Maritain dopo la morte di Raissa si ritira a Tolosa presso i Piccoli Fratelli di Gesù, per  prepararsi a morire, ma fedele alla sua missione di filosofo, continua a seguire le vicende del mondo.  Nel marzo del 1965, dopo una visita di mons Pasquale Macchi, invia a Paolo VI quattro memorandum  sui problemi in discussione al Concilio. Il primo riguarda La verità, il secondo riguarda La libertà  religiosa. Al termine del Concilio Vaticano II, nel suo volume Il contadino della Garonna da vecchio  laico esulta, perché la Chiesa riconosce il diritto della libertà di coscienza e il dovere primordiale verso la verità, “riconosce, e dichiara più esplicitamente che mai, il valore, la bellezza, la dignità proprie di  questo mondo” (XII 669). 

La legge, il diritto e i suoi elementi costitutivi 

Non si può estrapolare il problema dei diritti umani dall’insieme della riflessione filosofica,  perché coinvolge aspetti gnoseologici, ontologici, teologici e dallo sviluppo della storia nella pluralità  dei suoi aspetti etnologici, culturali, politici, religiosi. 

La concezione medioevale della legge naturale non prestava attenzione alla nozione di sviluppo  storico, che considerava accidentale rispetto alle essenze prese in considerazione, e non evidenziava il  fatto che l’uomo è un animale di cultura, che si sviluppa nel tempo, come non teneva in adeguato conto  la nozione di conoscenza per inclinazione. Bisogna invece introdurre “l’idea di uno sviluppo  progressivo delle inclinazioni essenziali, che si maturano storicamente” (XVI 868). Lo sviluppo  dell’umanità è avvenuto attraverso l’esperienza con “un processo di tentativi ed errori, tra sofferenze  collettive e adattamenti del gruppo sociale, che sono una specie di esperienza morale collettiva, che  sfocia nei primitivi in regole morali espresse sotto forme sociali e tabù sociali”. (XVI 868) Occorre  inoltre considerare un processo di liberazione “di inclinazioni già presenti, che si sono formate in modo  inconscio e che esercitano una sorta di pressione inconscia, ma che non si manifestano e non si liberano  se non quando vi sono mutamenti nelle strutture ambientali, nella strutture sociali” (XVI 869), come ad  esempio le inclinazioni alla libertà e alla uguaglianza. Bisogna quindi riconoscere uno sviluppo  progressivo della coscienza, perché dobbiamo ammettere uno stato primitivo di ignoranza, riconoscere  la rozzezza della nostra natura, che deve affinarsi e purificarsi a poco a poco nel corso del tempo; ed  affermare che “la coscienza morale può essere pura e netta con una conoscenza difettosa ed imperfetta  della legge naturale”. (XVI 874)  

Fatta questa premessa in Maritain si possono individuare tre elementi costitutivi del diritto  naturale, a partire dalla distinzione tra legge e diritto, perché la legge è qualche cosa di oggettuale che  precede e fonda la coscienza, mentre il diritto si manifesta nei rapporti intersoggettivi che si  sostituiscono in una società; si tratta comunque di una distinzione non di una separazione. Se il diritto  implica dei doveri è perché coinvolge la coscienza morale. Maritain precisa che “la nozione di dovere e  di obbligazione è fondamentale nell’ordine della moralità, come la nozione di unità o di numero  nell’ordine matematico”. (IX 909) L’animale non ha dei diritti, perché non è un “io’; l’uomo ha dei  diritti, che gli altri sono moralmente obbligati a rispettare, perché è un “io”: “un diritto è una esigenza  che emana da un io riguardo a qualche cosa come suo dovuto e della quale gli altri agenti morali sono  obbligati in coscienza a non privarlo” (IX 912) La giustizia consiste appunto nel dare a ciascuno il  “suo”; ma, in relazione al bene comune, bisogna distinguere nella concretezza delle situazioni storiche  il possesso di un diritto dal diritto di esigerlo. 

Maritain passa a considerare i due primi elementi costitutivi della legge naturale. L’ elemento  ontologico è relativo alla natura umana, che è uguale in tutti gli uomini, e qui il diritto riguarda la  normalità del funzionamento dell’essere umano. Infatti “Qualunque cosa esista in natura pianta, cavallo,  cane, uomo ha una sua legge naturale, cioè la normalità del suo funzionamento, il giusto modo in cui, a  causa della sua struttura specifica e dei suoi fini specifici, deve raggiungere la pienezza dell’essere sia  nella crescita, sia nel comportamento” (IX 579) L’elemento gnoseologico riguarda il modo con cui  l’umanità nel divenire storico prende coscienza di questa legge non scritta, più attraverso una conoscenza  per inclinazione naturale che per riflessione teoretica. “Così la legge e la conoscenza della legge sono  due cose diverse. Eppure la legge ha forza di legge solo quando viene promulgata. Ed è solo là dove è  conosciuta ed espressa in asserzioni di ragione pratica che la legge naturale ha la forza di legge”.(IX  585) Promulgazione che avviene nella vita preconscia della mente, “dove l’intelletto, per giungere al  giudizio, consulta ed ascolta l’intima melodia prodotta nel soggetto dalla vibrazione delle sue tendenze interiori” (IX 586). Sul piano ontologico dell’oggettività prima viene la legge e poi la coscienza; sul  piano gnoseologico e morale della soggettività, prima viene la coscienza e poi la legge. Maritain rileva  che “Il progresso della coscienza morale è l’istanza più indiscutibile del progresso della umanità” (IX  589). 

A questi elementi occorre aggiungere l’ elemento teologico, perché questa legge oggettiva, che  nasce dall’essere dei soggetti, implica di per se stessa un Legislatore, che fonda e trascende la legge  stessa. “E’ evidente che, se cerchiamo il fondamento ultimo della legge naturale, dobbiamo fare ricorso  alla legge eterna” (XVI 720) che non è che “una sola cosa con la sapienza eterna di Dio e con la stessa  essenza divina” (XVI 719), perché “la ragione divina è la sola ragione che produce la legge naturale, la  sola ragione da cui la legge naturale emana” (XVI 722); e, riferendosi ad un testo di s. Tommaso ,  spiega: ”La legge è insieme misura e regola e, dunque, da una parte esiste in colui che dà la regola e  dall’altra in colui che è misurato e regolato, poiché questi è regolato e misurato in quanto partecipa alla  misura e alla regola, che trovasi in colui che dà la regola” (XVI 720). Maritain precisa che l’uomo  conosce la legge naturale, che si fonda sulla esistenza di Dio, non attraverso la facoltà discorsiva della  ragione, ma attraverso le inclinazioni naturali: “se la ragione umana si intromettesse, la legge non  avrebbe che un valore di autorità umana”. (XVI 724-5) “La legge naturale obbliga in virtù della  legge eterna, trae il suo carattere razionale dalla ragione divina e, di conseguenza, da questa trae la sua  vera natura di legge. Non avrebbe alcun potere di obbligare qualora la ragione da cui emana non fosse  la ragione divina”. (XVI 727). Se Dio non esiste, la legge naturale non ha il potere di obbligare. 

La nozione di legge naturale è una nozione filosofica, ma è stata consacrata da san Paolo nel  famoso passo della Lettera ai Romani (2,14). L’idea della legge naturale è un retaggio del pensiero  greco e di quello cristiano. Con Grozio e il giusnaturalismo c’è stato un rimaneggiamento razionalista  della legge naturale, una specie di geometrizzazione del discorso, perché si pensava che la legge  naturale fosse un codice scritto nella ragione umana, una specie di calco da applicare agli atti umani,  una norma che avesse valore a priori e universale, giungendo, così, ad una concezione del tutto astratta  ed irreale della giustizia .Maritain analizza nella storia della filosofia questo deteriorarsi della dottrina  del diritto naturale. Si è introdotto il razionalismo nella concezione della legge naturale, e Cartesio è  stato il maestro di questa operazione. Il cartesianesimo rappresenta l’età di mezzo della storia della  filosofia, perchè si passa dal teismo della filosofia classica, mediante il deismo, all’ ateismo della  filosofia contemporanea.. Attraverso Cartesio il giusnaturalismo, che con Aristotele, Cicerone, Seneca  rimandava il diritto positivo al diritto naturale fondato sulla legge eterna, garantita dall’esistenza di  Dio, si trasforma nel giusrazionalismo di Grozio, Pufendorf, Kant, che fonda il diritto solo sulla  ragione umana, perchè la legge naturale vale anche se Dio non esistesse, per concludersi nel  giuspositivismo della filosofia contemporanea che nega l’esistenza stessa del diritto naturale. Maritain  comunque riconosce anche un merito all’età dei Lumi, l’avere valorizzato i diritti ed osserva: “Nel  Medioevo nella legge naturale si sono sottolineati di più gli obblighi dell’uomo che i suoi diritti. E’  stata l’opera del XVIII secolo a portare in piena luce i diritti dell’uomo come richiesto dalla legge  naturale, mentre una visione autentica e comprensiva dovrebbe considerare insieme gli obblighi e i di ritti della legge naturale”. (XVI 716) 

Lo strutturarsi della legge nel diritto 

Premesso che la legge naturale ”ci obbliga in coscienza senza implicare alcuna costrizione o  coercizione da parte della società, è promulgata nella nostra ragione in quanto facoltà di conoscere (per  inclinazione), e non in quanto capace di legiferare, e concerne l’ordine morale, non l’ordine giuridico”.  

(XVI 730) In un certo senso ogni uomo porta in sé l’autorità giudiziaria dell’umanità e qui non si tratta  soltanto della comunità civilizzata, ma della razza umana; si pensi al diritto di legittima difesa. In senso  analogico si può dire che in un modo puramente virtuale vi è un ordine giuridico implicito nella legge  naturale, ma che la società civile deve esplicitare ed istituzionalizzare. 

Il diritto naturale è una legge non scritta derivante dalla legge eterna propria della saggezza  divina, che presuppone l’esistenza di una natura umana uguale per tutti, dotata di intelligenza e capace  di agire in vista di un fine proprio. L’unico principio fondamentale che gli uomini hanno naturalmente  ed infallibilmente in comune è questo: ”bisogna fare il bene ed evitare il male”. Da questo principio  deriva il diritto naturale che Maritain definisce: “La legge naturale è l’insieme delle cose da fare e da  non fare che derivano di là in modo necessario e per il solo fatto che l’uomo è uomo, in assenza di ogni  altra considerazione” (VII 659). La nozione di diritto e la nozione di obbligo morale sono correlative:  se l’uomo è obbligato moralmente a raggiungere i suoi fini, ha diritto a ciò che è necessario per  rispettare l’obbligazione e il dovere di rispettare questa obbligazione. La legge naturale ci prescrive dei  doveri a cui siamo obbligatoriamente tenuti; l’uomo non può essere legge a se stesso come pretendeva  Rousseau. Dal primo principio della legge naturale- ”bisogna fare il bene ed evitare il male”- il diritto  naturale deriva le sue norme in modo necessario ed universale vincolanti la coscienza di ogni uomo;  mentre il diritto positivo deriva le sue norme dal medesimo principio ma in modo contingente e  particolare, in relazione alle diverse condizioni storico-sociali dei popoli espresse in una Costituzione  civile. Il diritto naturale è una legge non scritta, mentre il diritto positivo è una legge nei codici di uno  Stato o di una confederazione di Stati. Tra questi due livelli Maritain recuperando lo “jus gentium”  degli antichi e la “common law” degli anglosassoni pone ad un livello intermedio il diritto delle genti,  un diritto che è conosciuto “non per inclinazione, ma per l’esercizio concettuale della ragione  spontanea, che opera nella coscienza comune” (IX 594), che si esprime in costumi, dichiarazioni,  accordi tra gli Stati, che consiste nel trarre le conclusioni necessarie dai principi della legge naturale. Il  diritto delle genti comporta un ordinamento giuridico formale, sebbene non necessariamente scritto in  un codice, per cui si può pensare ad “un’autorità giudiziaria dell’umanità che esige di esprimersi in  qualche istituzione giudiziaria, per cui l’idea di un tribunale del diritto delle genti è cosi tanto normale,  quanto la idea di un tribunale della legge naturale mi sembrerebbe anormale (XVI 737-8).  

Attraverso questi passaggi la legge naturale si concretizza e diventa norma di vita di un dato  popolo. C’è dunque un dinamismo che spinge la legge non scritta ad espandersi e a determinarsi nella  legge scritta, concretizzando i principi generali della legge naturale. Nel rapporto tra il diritto e la legge,  infatti, “La legge naturale stessa richiede che tutto ciò che essa lascia indeterminato sia ulteriormente  determinato, sia in materie necessarie dal diritto delle genti, che in materie contingenti dal diritto  positivo” (XVI 740). A livello di legge positiva c’è una relazione di identità tra diritto e legge; a livello  di legge naturale e di legge comune di civiltà (diritto delle genti) c’è una relazione di simmetria. I diritti  naturali sono inalienabili, ma bisogna distinguere tra possesso ed esercizio di un dato diritto, perché  non si possono reclamare quei diritti che non sono soddisfacibili in un dato momento storico, se non  causando una maggiore ingiustizia ed un danno al bene comune della società. 

Concludendo questa analisi della legge naturale Maritain  sottolinea come ci siano tre analogati, che si implicano reciprocamente, ma in modo inverso, poiché il  diritto, implica un obbligo legale ed una autorità giudiziaria, mentre la legge è un ordinamento della  ragione. Si va così dal diritto positivo, primo analogato, al diritto delle genti e al diritto naturale, mentre  si scende dalla legge eterna (non si può parlare di diritto eterno) alla legge naturale, alla legge comune di  civiltà, alla legge positiva. “Se comprendiamo che la legge positiva obbliga in virtù della legge naturale,  comprenderemo che essa ha una obbligatorietà morale, che è il risultato del fatto che il legislatore  emanando leggi positive, impone obblighi alla coscienza. V’è un obbligo morale nella legge, quando  essa è giusta. Se non è giusta non è legge”. (XVI 743-4). 

La conoscenza della legge naturale è una conoscenza che è sempre stata presente nella storia  dell’umanità, ma che si è affinata e concettualizzata col maturarsi della coscienza morale. Questo  sviluppo avviene anche nella storia di ogni uomo anche se in modo diverso in relazione al grado di  civiltà e di cultura e al gruppo di appartenenza e all’educazione che si riceve. Maritain ricorre anche  all’etnologia e alla psicologia per documentare le sue argomentazioni. 

Presso i primitivi c’è un primato assoluto dell’oggetto e al contempo una completa  socializzazione dei valori morali. E’ bene ciò che è permesso, è male ciò che è vietato. C’è già una certa  regolamentazione della ragione imposta alle tendenze istintive, e non si verifica mai un completo ottenebramento della legge naturale, anche se si hanno, per la rozzezza della natura umana e la  perversione delle stesse inclinazioni naturali, favorite dal gruppo sociale, fenomeni abnormi come il  cannibalismo, i sacrifici umani, l’infanticidio, l’eliminazione degli anziani. La cultura primitiva è  caratterizzata da una intelligenza ancora prigioniera del regime magico, che porta l’uomo ad una specie  di comunione con la natura, e deve faticare per giungere al regime logico della razionalità controllata. I  primitivi ‘sono stati asserviti agli elementi del mondo e alla legge del gruppo, ed hanno compiuto un  immenso lavoro intellettuale nascosto, come d’altronde il fanciullo compie un lavoro immenso prima di  arrivare alla vita della ragione propriamente detta”. (XVI 903). 

Anche il bambino nello sviluppo psicologico e  sociale della coscienza morale passa dall’eteronomia all’autonomia, da comportarsi secondo il  principio ”l’ha detto la mamma a comportarsi secondo il principio “io lo devo”, ma in questo passaggio  che avviene nell’inconscio spirituale, che è una conoscenza pratica il bambino coglie il valore  oggettivo della legge e lo riferisce ad un Legislatore. Maritain ha più volte analizzato questo  dinamismo che chiama la dialettica immanente del primo atto di libertà. “Quando l’essere umano si  desta alla vita morale, il suo primo atto è quello di deliberare di se stesso; si tratta di scegliere la  propria strada. Gli psicologi parlano di un complesso di Edipo; perché i moralisti non potrebbero  parlare della scelta di Ercole? L’occasione può essere futile in sé, quello che importa, è la motivazione.  Un bambino si astiene un giorno dal dire una bugia, se ne astiene non perché rischia di essere punito, se  la bugia viene scoperta o perché gli è proibito di dire bugie, ma semplicemente perché è male; non  sarebbe bene farlo. In questo momento il bene morale, con tutto il mistero delle sue esigenze, e di  fronte al quale il bambino è se stesso e solo, gli si manifesta confusamente in un lampo di intelligenza.  E quando opta per il bene, decidendo di agire in questo modo perché è bene, egli ha in realtà, nel modo  proporzionato alle capacità della sua età, deliberato di se stesso e scelto la sua strada”. (X 77) 

In questo processo c’è già  implicitamente un contenuto di metafisica, anche se non ancora speculativamente afferrato. Per l’uomo  onesto, non è possibile un ateismo assoluto. Maritain osserva “Un atto, il minimo atto di vera bontà,  è, per dire il vero, la migliore prova dell’esistenza di Dio. Ma la nostra intelligenza è troppo ingombra  di nozioni da classificare per vederlo; allora noi lo crediamo sulla testimonianza di coloro nei quali la  vera bontà risplende in modo da stupirci”.(X 86) A questo riguardo cita ripetutamente Le due sorgenti  della morale e della religione di H. Bergson. In questo comportamento c’è già la struttura dell’atto  morale, perché la coscienza si sente una norma normata. Infatti, più o meno consapevolmente ”Prima  di misurare il mio atto libero, la ragione deve considerare qualche cosa di diverso da me e dalla mia  soggettività particolare, anzi qualche cosa che è al di sopra della mia soggettività particolare, poiché  questo qualche cosa deve misurare la mia ragione” (XVI 698). “Quest’ordine, che è superiore al  semplice fatto, e quindi soprafattuale, fondato sull’essere extramentale misurante la ragione umana, che  a sua volta misura gli atti umani, è la legge naturale”. (XVI 698) C’è dunque nell’esperienza morale,  senso comune, prima ancora di una concettualizzazione razionale compiuta, un idea dell’essere , un  riferimento all’Assoluto, e Maritain rileva: “Ci sono lingue primitive che non hanno un vocabolo per  l’idea di essere, ma ciò non significa per nulla che l’uomo che parla quella lingua non abbia quell’idea nella sua mente”. (XII 686) 

Questo modo di conoscere è una conoscenza per connaturalità affettiva e pratica, ma  cognitivamente valida, che Maritain, in una comunicazione al secondo incontro annuale della  “Metaphysical Society of America” nel 1951 analizza nella mistica, nella poesia e nella morale: “E’  attraverso la connaturalità che la coscienza morale raggiunge una sorta di conoscenza, inesprimibile  con le parole e con le nozioni, delle più profonde disposizioni, desideri paure, speranze e disperazioni,  amori e opzioni primordiali, imprigionaste nella notte della soggettività” (IX 993) Secondo Hervé Barreau questo radicamento della conoscenza della legge naturale in una  conoscenza prefilosofica sarebbe in contrasto con la filosofia del diritto di s.Tommaso, ma dimentica  che l’inconscio di cui parla Maritain non è l’inconscio freudiano, puramente istintuale, ma è un  inconscio sovraconscio, una sorta di preconscio, perché non c’è nell’uomo primitivo o nel bambino  un’attività prelogica ma un uso primitivo ed infantile della logica, per cui l’umanità, e ogni uomo, passa  da un regime notturno ad un regime solare dello spirito. Nel maturarsi della coscienza e del costume  morale l’educazione gioca un ruolo fondamentale. Infatti ”E’ nelle regole sociali della legge positiva in tesa nel senso più generale – costumi, tabù delle società primitive – che la conoscenza della legge  naturale si è innanzitutto concettualizzata. (XVI 904) A questo riguardo Maritain fa presente che bisogna  distinguere tra i precetti primi, conosciuti universalmente dagli uomini e che non si possono cancellare  nel cuore dell’uomo, come «agire conformemente alla ragione», e i precetti secondi che nel senso largo  possono mutare, in quanto può accadere che siano legittimamente o moralmente non applicati in certe  circostanze particolari e che per inclinazioni naturalmente cattive, per cattiva educazione, per  convivenza in un dato gruppo sociale possono anche non essere riconosciuti. Diventa quindi necessario  un intervento educativo per rafforzare e purificare le inclinazioni naturali, anche perché l’applicazione  delle regole morali, che sono in se stesse immutabili, prende forme sempre più basse, man mano che  l’ambiente sociale si degrada e si abbassa. M. porta quattro motivazioni a favore dell’insegnamento della  morale. a) Le inclinazioni naturali di un animale ragionevole sono inclinazioni insieme essenziali e  fragili. b) In una società civilizzata “in cui l’umanità è passata sotto il regime della ragione e delle  delucidazioni dell’intelletto, queste inclinazioni hanno bisogno di essere giustificate dalla ragione” (XVI  836) c) L’uomo ha bisogno di aiuto interiore per fare chiarezza nella sua coscienza, “se l’educazione non  compie un’opera sovraeminente d’edificazione per la santità e d’irradiazione spirituale, cosa che si può  chiamare la sovraeducazione dovuta all’esempio dei santi, allora la cosiddetta buona educazione è meno  efficace per il bene di quanto si pensi”. (XVI 837) d) In una società ove c’è scollamento tra le comuni  giustificazioni razionali e i comportamenti spontanei della natura umana, bisogna contrastare le  persuasioni false, capaci di falsificare le inclinazioni naturali. L’educazione deve seguire il processo  della natura, non si tratta di “inculcare concettualmente le regole morali, inculcarle alla maniera d’un  teorema geometrico, facendole apprendere a memoria”, quanto piuttosto di “svegliare le inclinazioni  naturali, radicate nella ragione e insegnare al fanciullo a raccogliersi a consultare se stesso”. (XVI 839) A questo riguardo Maritain analizza i diversi e complementari compiti che spettano alla famiglia e alla  scuola, allo Stato e alla Chiesa.  

La sovranità del popolo e la regalità di Cristo. 

 La legge eterna, fondata sull’essere e sulla Ragione divina, riconosciuta dalla coscienza di ogni  uomo, diventa la legge naturale che è il fondamento del diventa diritto naturale (Si veda la tavola  didattica in (XVI 723). Ma perché si passi democraticamente dal diritto naturale, che implica una  obbligazione morale, al diritto positivo che comporta una obbligazione civile ed una autorità capace di  esigerla legittimamente, è necessario che la il popolo abbia diritto alla sovranità sulle cose di questo  mondo e la società civile possa costituirsi in Stato. 

Maritain analizza dettagliatamente i rapporti che intercorrono tra il popolo e lo Stato,  dopo avere distinto la comunità come fatto naturale prodotto dall’istinto e dalla ereditarietà e la società  il cui “oggetto è un dovere da compiere o un fine da raggiungere, che si basa sulle determinazioni della  intelligenza e della volontà umane ed è preceduto dall’attività – decisione o almeno consenso – della  ragione degli individui”. (IX 484). Ne consegue che la nazione è una comunità e non una società,  perché ci sia società, o corpo politico è necessario che ci sia la deliberata partecipazione del popolo tramite il consenso razionale, non basta il legame della razza o delle vicende storiche. Il corpo politico costituisce la società politica che: “La società politica, “voluta dalla natura e realizzata dalla ragione, è  la più perfetta delle società temporali. E’ una realtà concretamente e interamente umana, che tende  verso un bene concretamente e interamente umano, il bene comune. E un’opera della ragione, nata  dagli oscuri sforzi della ragione, liberatasi dall’istinto, e implicante essenzialmente un ordine razionale;  ma non pura ragione allo stesso modo che non lo è l’uomo. Il corpo politico è fatto di carne e di  sangue, ha degli istinti, delle passioni, dei riflessi, un dinamismo e strutture psicologiche inconscie, e  tutto questo insieme è sottoposto , se necessario, per mezzo della coercizione legale, all’imperativo di  un’idea e di decisioni razionali. La giustizia è la condizione primaria per l’esistenza del corpo politico,  ma l’amicizia è la sua vera forza animatrice. Il corpo politico è il tutto. Lo Stato una parte, la parte  dominante questo tutto” (IX 491). Dunque la giustizia, l’amicizia e il senso civico sono l’anima del  corpo politico. 

Lo Stato non coincide con il corpo politico, perché ne è soltanto una parte, è una struttura fatta  dagli uomini, che non si identifica con questi uomini. “Lo Stato è soltanto quella parte del corpo  politico che riguarda in special modo l’osservanza delle leggi, l’incoraggiamento del benessere comune  e dell’ordine pubblico, l’amministrazione della cosa pubblica. Lo Stato è una parte specializzata negli  interessi del tutto. Non è un uomo singolo o un gruppo di uomini: è un complesso di istituzioni che  si combinano per formare una macchina regolatrice, che occupa il vertice della società; questa specie di  opera d’arte viene costruita dall’uomo e si serve di cervelli e di energie umane, e non è nulla senza  l’uomo, ma costituisce una sovrastruttura impersonale e duratura, il cui fondamento si può dire che sia  razionale in secondo grado, in quanto in essa l’attività della ragione, legata ad una legge o ad un sistema  di norme universali, è più astratta, più spoglia da contingenze di esperienza e di individualità, più  spietata che non nelle nostre esistenze individuali. Lo Stato non è la suprema incarnazione dell’Idea,  come credeva Hegel; lo Stato non è una specie di superuomo collettivo, lo Stato è soltanto un organo  qualificato ad esercitare il potere e la coercizione”. (IX 494-5). 

Il popolo, non lo Stato, ha diritto alla sovranità, ma questa sovranità, esercitata dal popolo, non  nasce dal popolo come pensa Rousseau, ma viene da Dio, perché solo Dio può essere veramente  sovrano, trascendente e fondamento della legge. Solo Dio può essere sovrano; gli Stati, i governi, i popoli non possono essere sovrani; i re, che pretendevano di essere sovrani hanno usurpato un diritto  che spetta solo a Dio, che è l’Essere primo, assolutamente indipendente e superiore a tutti gli altri esseri. Il popolo non può farsi sovrano, perché egli stesso riceve l’autorità di governarsi da Dio. Il  popolo è libero di governarsi secondo le leggi e le istituzioni, che il corpo politico intende darsi, nel  rispetto del diritto naturale, che precede la volontà del popolo. Solo in senso relativo il popolo è  sovrano.. Gli illuministi hanno scambiato l’esercizio di questo diritto con il possesso di questo diritto. M.  precisa: “Il diritto del popolo a governarsi procede dalla legge naturale: e similmente l’esercizio di questo  diritto è soggetto alla legge naturale. Se la legge naturale è sufficientemente valida per dare questo diritto  basilare al popolo, è pure valida per imporre i suoi precetti non scritti nell’esercizio di questo diritto. Una  legge non è giusta per il solo fatto che esprime la volontà del popolo. Una legge ingiusta, anche se  esprime la volontà del popolo, non è legge” (IX 534) Si tratta sempre del primato dello spirituale e della  responsabilità della coscienza verso la verità, per cui di fronte ad una legge, anche se legittimamente  formulata dalla maggioranza parlamentare, si deve fare obiezione di coscienza; e lo Stato democratico  deve garantire il diritto all’obiezione di coscienza Si tratta inoltre di rifiutare la dottrina  hegeliana/marxista dello Stato etico, secondo la quale lo Stato ha sempre ragione, e la dottrina deweyana  della derivazione della coscienza morale dalla coscienza sociale. 

Lo Stato è fatto di uomini, tra di loro alcuni debbono esercitare l’autorità ed altri debbono  ubbidire; Maritain si preoccupa di individuare sulla base del diritto il senso di questa relazione  strutturale in una democrazia. “Ogni autorità, nell’atto in cui tocca la vita sociale, domanda di  completarsi in un potere, senza di che rischia di essere vana ed inefficace tra gli uomini. Ogni poter che  non sia espressione di un’autorità, è iniquo. Praticamente è, dunque, normale che il termine autorità  implichi il potere e che il termine potere implichi l’autorità“.(VIII 211) Senza autorità non ci può essere  società. La democrazia anarchico-mascherata di Rousseau porta ad un potere senza autorità, ad una  sopraffazione della persona nella volontà generale sulla base dell’assurda pretesa di non obbedire che a  se stessi; la democrazia anarchico-palese di Proudhomme pretende di sopprimere l’autorità e il potere in  una società senza gerarchie. Chi esercita l’autorità deve farlo in comunione con il popolo, ma non è uno  strumento del popolo, perché, da lui designato, detiene personalmente la autorità ricevuta, e non può  venire meno alla sua responsabilità personale. L’autorità deve fare opera di educazione e di governo dei  cittadini per promuovere l’amicizia civile fondamento del costume democratico. 

Nella sua filosofia politica Maritain riconosce che un’autentica democrazia personalistica deriva  dal cristianesimo ed ha bisogno del cristianesimo. In Cristianesimo e democrazia rileva come  nel travaglio della storia l’ispirazione evangelica e la coscienza profana, nata dalla rivoluzione francese,  si sono incontrate. Sotto l’ispirazione evangelica, spesso misconosciuta ma operante, anche la coscienza  profana ha capito : che la storia non è fine a se stessa, ma è orientata verso un fine superiore; che la  persona umana è superiore allo Stato; che il popolo e l’uomo comune hanno una dignità; che tutti gli  uomini sono uguali tra di loro; che l’autorità dipende dal popolo e si esercita in comunione con il popolo;  che la politica deve rispettare la morale; che l’uomo è chiamato a conquistare la sua libertà; che  l’amicizia civile e la fratellanza universale devono soccorrere i deboli ed i sofferenti. La democrazia  presuppone il cristianesimo non solo nell’ordine della conoscenza, ma soprattutto nell’ordine della prassi  e del costume. Si tratta di una vocazione, di un’opera comune da compiere non in nome della guerra, del  prestigio, della potenza, ma in nome dell’emancipazione delle persone e dei popoli, della giustizia e della  civiltà. La democrazia esige iniziativa e responsabilità, rifiuta lo Stato sovrano onnipresente, esige la  sovranità della moltitudine, vuole il suffragio universale, un governo repubblicano, la partecipazione del  popolo senza l’egemonia dei partiti. 

Questa necessaria presenza nelle viscere della storia del fermento cristiano non significa una confusione tra politica e religione, tra la città dell‘uomo e il Regno di Dio, perché si tratta di due livelli  diversi in vista di fini diversi. Certamente il Cristo ha diritto ad esercitare una sovranità anche sulle cose di questo mondo, perché se la regalità di Cristo, nella sua universalità, comprende anche il temporale, ma  Cristo ” si è completamente astenuto dall’esercitare questa autorità” (I 906) e la sua Chiesa è nel mondo,  senza essere del mondo. Ne consegue che che il mondo è insieme di Dio, dell’uomo e del diavolo: “Il  mondo è un campo chiuso, che appartiene a Dio per diritto di creazione, al diavolo, per diritto di  conquista, a causa del peccato; a Cristo per diritto di vittoria sul primo conquistatore, a causa della  Passione. Il compito del cristiano nel mondo è di disputarne al diavolo il dominio, di strapparglielo; deve  sforzarsi a ciò, ma sinché durerà il tempo, vi riuscirà solo in parte” (VI 415). Il mondo è in marcia verso  il Regno di Dio, è salvo in speranza, ma nel cammino il frumento e la zizzania crescono insieme nel  medesimo campo, e la storia conduce l’uomo verso la salvezza o verso la perdizione. Non si può fare di  questo mondo il Regno di Dio, ma si può attuare in questo mondo un progressivo avvicinamento; di qui  la missione temporale del cristiano, che è diversa dalla missione della Chiesa e che esige un nuovo stile  di santità. Quando dalla filosofia della storia si passa alla filosofia politica, e queste relazioni tra la  sovranità del popolo e il Regno di Dio si istituzionalizzano, si pone il problema dei rapporti tra lo Stato e  la Chiesa, che Maritain analizza questi rapporti nel capitolo sesto di L’uomo e lo Stato (IX 653-701) La  distinzione che Maritain pone la città dell’uomo e il Regno di Dio non significano una separazione  tra l Stato e la Chiesa, tanto che lettera a Paolo VI (XVI 1085-1091) precisa che anche lo Stato, ha dei  doveri verso la religione e nelle sue istituzioni nelle cerimonie civili può pregare Dio con i ministri di  culto delle confessioni presenti nel corpo politico. Lo Stato democratico deve essere neutrale di fronte  alle Chiese operanti sul territorio, ma non può essere neutro rispetto la religione, altrimenti sarebbe  confessionale, istituzionalizzerebbe l’ateismo nelle sue strutture; farebbe una scelta di verità al posto  della persona. 

I diritti della persona umana 

 Premesso che è la legge eterna a garantire i diritti della persona, premesso che l’uomo è interamente  sociale, ma non secondo tutto se stesso, perché i valori dello spirito sono superiori alla società, perché la  cultura e la religione sono valori metapolitici, Maritain elenca ed analizza i diritti della persona umana  in quanto tale, poi della persona come membro della società politica e della società economica. Il primo  diritto è la libertà della coscienza: “Di fronte a Dio ed alla verità, essa non ha diritto di scegliere a suo  gradimento una qualsiasi strada, egli deve scegliere il vero cammino per quanto sia in suo potere di  conoscerlo. Ma di fronte allo Stato, alla comunità temporale ed al potere temporale, essa è libera di  scegliere la sua vita religiosa a suo rischio e pericolo” (VII 671). La persona trascende la società, ed ha  un fine superiore allo Stato. La legge positiva obbliga in coscienza, in quanto è intrinsecamente giusta e  proviene da una autorità legittima, non perché sia lo Stato il fondamento della legge. Lo Stato ha una  funzione morale e le sue leggi una funzione pedagogica, che servono a correggere i costumi dei cittadini,  ma lo Stato non può interferire nella sfera della coscienza, può richiedere la correzione di un  comportamento sbagliato, ma non può giudicare il giudizio morale da cui deriva quel comportamento.  D’altra parte l’uomo fa parte della società famigliare prima che della società politica, e lo Stato deve  intervenire a favore dell’educazione famigliare e non sostituirsi alla famiglia nei compiti educativi che riguardano la coscienza morale. I diritti della persona civica derivano dalla naturale socialità dell’uomo, per cui una società  democratica si fonda sul suffragio universale, con il conseguente diritto al voto per tutte le persone. Ma la libertà non è il contenuto dello Stato democratico, che ha per compito specifico la solidarietà, ne  consegue il diritto all’uguaglianza, che per Maritain supera la semplice parità, come uguaglianza di  fronte alla legge, in quanto ciascuno ha diritto di essere se stesso, per cui si tratta di un’ uguaglianza di  proporzionalità, per cui ciascuno ha diritto di essere trattato secondo i suoi bisogni e secondo i suoi  meriti. Nel volume Per una politica più umana 29 Maritain fonda questa esigenza sociale sulla analogia  della persona umana, negato sia dal liberalismo radicale, che nel suo empirismo considera equivoco il  concetto di uomo per cui ciascuno è solo un individuo, e l’umanità è un puro nome astratto, sia dal  socialismo utopistico, che sostanzializza l’umanità, perché ne ha un concetto univoco. L’unità del genere  umano non implica l’assorbimento in esso delle singole persone, anche se ciascuna non esaurisce la  perfezione del genere umano. ”Affermare l’uguaglianza di natura tra gli uomini è per l’idealismo  egalitario, volere che ogni disuguaglianza tra essi sparisca. Affermare l’uguaglianza di natura tra gli  uomini è per il realismo cristiano volere che si sviluppino le disuguaglianze feconde per il cui mezzo la  moltitudine degli individui partecipa al comune tesoro dell’umanità. L’idealismo egalitario decifra il  termine uguaglianza solo alla superficie; il realismo cristiano lo decifra in profondità”. (VIII 266)  Maritain analizza poi le diverse forme complementarità, che nascono dalle disuguaglianze, a partire  dalla relazione fondamentale uomo/donna, sottolineando che “l’uguaglianza sociale non è qualche cosa  di già fatto, essa implica un certo dinamismo; è, come la libertà, un fine da conquistate e difficilmente e  a prezzo di una costante tensione delle energie dello spirito”. (VIII 274) “In conclusione se  l’uguaglianza è nella radice e la disuguaglianza nei rami, è una nuova specie di uguaglianza che, per le  comunicazioni della giustizia, dell’amicizia e dell’umana compassione si stabilisce in relazione al frutto”  (VIII 274). 

Maritain considera anche il problema del dissenso culturale, politico, religioso, e precisa che in una società democratica tutti i cittadini hanno diritto di associarsi secondo le loro convinzioni ideo logiche, ma il diritto di associazione deve essere regolamentato dallo Stato. Pertanto “la libertà di  ricerca è un diritto naturale fondamentale perché è nella natura stessa dell’uomo la ricerca. della verità.  La libertà di propagare idee, che si credono, vere risponde ad un’aspirazione della natura, ma è  sottoposta, come la libertà di associazione, alle leggi del diritto positivo” (VII 676). La società  democratica ha diritto di difendersi da coloro che vogliono distruggerla, ma deve difendersi rispettando  le garanzie istituzionali ed il diritto naturale. Maritain considera i diritti della persona operaia, in relazione ai bisogni sociali, economici e  culturali dei lavoratori dipendenti. Nel secolo XIX c’è stata una presa di coscienza dei diritti del lavoratore, della dignità del lavoro manuale, e della missione della classe operaia: “poiché il lavoro  dell’uomo non è soltanto una mercanzia sottomessa alla semplice legge della domanda e dell’offerta; il  salario che egli riceve deve poter far vivere l’operaio e la sua famiglia con un tenore di vita  sufficientemente umano in rapporto alle condizioni normali di una data società”. (VII 679). Questo  diritto comporta una trasformazione del regime economico verso la comproprietà dei mezzi di  produzione e verso la cogestione delle imprese. I lavoratori hanno diritto alla libertà sindacale, senza  controlli da parte dello Stato, e alla libertà di sciopero con il solo limite della sicurezza pubblica. Lo  Stato non deve assumere compiti imprenditoriali e le associazioni professionali non debbono pretendere  di legiferare; attività economiche ed attività legislative sono compiti distinti in una società democratica.  In questa prospettiva di solidarismo ha senso anche il diritto di proprietà, nei limiti funzionali che  Maritain, seguendo san Tommaso, analizza in una appendice di Strutture politiche e libertà30: l’uomo ha  il diritto di essere proprietario di ciò che produce, ma deve garantire anche l’uso sociale di questi  prodotti per chi ne ha bisogno, essendo le materie prime della produzione un dono che Dio fa  all’umanità. Il problema della appropriazione personale contiene una antinomia tra la ragione operativa che esige la proprietà individuale come prodotto della intelligenza e della fatica (recta ratio factibilium – arte) e la moralità dell’uso dei beni terrestri che devono servire a tutti (recta ratio agibilium – prudenza).  La soluzione del contrasto è facile per l’artigiano e l’agricoltore che lavorano in proprio e con pochi  dipendenti, diventa difficile per la industria. Comunque se nel produrre è preminente la tecnica (arte),  nell’uso deve essere preminente la morale (prudenza), perché la destinazione dei beni non è per qualcuno  ma per l’uomo, e riguarda l’insieme dei prodotti e non semplicemente il superfluo. Si tratta di impostare  una organizzazione sociale che assicuri una certa dose di fruizione comune ed anche una certa dose di  gestione comune nel rispetto della dignità personale e della proprietà privata: l’economia va subordinata  alla politica, come la politica va subordinata alla morale, e la morale alla religione. 

Diritto positivo e libertà di coscienza in una società complessa 

Per conciliare il diritto positivo, nell’oggettività delle sue formulazioni giuridiche nazionali e  internazionali, con la libertà di coscienza nella sua soggettività personale bisogna evitare i due errori  contrapposti dell’assolutismo e del relativismo, del dogmatismo e dello scetticismo per trovare una  giustificazione razionale del pluralismo. La democrazia non si fonda sul relativismo e sulla negazione  della verità, ma sulla comprensione reciproca, su di una convinzione pratica comune riconosciuta  come vera. M. analizza il doppio errore degli assolutisti e dei relativisti, sulla base delle relazioni che  intercorrono tra l’oggetto e il soggetto, tra la verità e la libertà, tra l’ordine teoretico e l’ordine pratico.  “Da una parte l’errore degli assolutisti, che vogliono imporre la verità con la costrizione, deriva da fatto  che essi trasferiscono dall’oggetto al soggetto i sentimenti che provano a buon diritto nei confronti  dell’oggetto; essi pensano che, come l’errore non ha per sé diritti di sorta e deve essere bandito dallo  spirito (con i mezzi dello spirito),così l’uomo quando è in errore non gode di diritti propri e deve essere  bandito dal consorzio degli uomini (con i mezzi del potere umano). Dall’altra parte l’errore dei teorici  che fanno del relativismo, dell’ignoranza e del dubbio, la condizione necessaria per la reciproca  tolleranza deriva da fatto che essi trasferiscono dal soggetto all’oggetto i sentimenti che provano a buon  diritto nei confronti del soggetto –che deve essere rispettato anche quando è un errore– e così privano  l’uomo e l’intelletto umano di quell’atto, l’adesione alla verità, nel quale consistono ad un tempo la  dignità dell’uomo e la sua ragione di vivere”. (XI 78-79). Non il dubbio, ma è la verità che ci rende  umili e rispettosi degli altri uomini, riconoscendo insieme la validità e i limiti della nostra conoscenza. 

Questa correlazione tra verità e libertà è possibile se si pone la distinzione tra intelletto  teoretico, il cui compito è conoscere per conoscere e tra intelletto pratico, il cui compito è conoscere  per agire. Infatti Un accordo pratico non esige una uguale fondazione teoretica; bisogna distinguere tra  l’ideologia con i suoi principi teorici da una parte e i principi pratici che regolano il comportamento  dall’altra. M. analizza la natura di un accordo pratico: “si tratta di una ideologia pratica basilare e di  principi fondamentali di azione implicitamente riconosciuti oggi, in modo vitale se non programmatico,  dalla coscienza dei popoli liberi” per cui “si costituisce inavvertitamente grosso modo una specie di  residuo comune, una specie di legge comune non scritta, al punto di convergenza pratica di ideologie  teoriche e di tradizioni spirituali completamente diverse. Per capire questo fatto, basta fare una  distinzione fra giustificazioni razionali, non separabili dal dinamismo spirituale di una dottrina  filosofica o di una fede religiosa, e le conclusioni pratiche che, giustificate variamente per ciascuno,  sono per tutti principi di azione analogicamente comuni. Io sono pienamente convinto che il mio modo  di giustificare la fede nei diritti dell’uomo e nell’ideale di libertà, uguaglianza, fraternità, è l’unico  solidamente basato in verità. Questo non mi impedisce di essere d’accordo su queste conclusioni  pratiche con coloro che sono convinti che il loro modo di giustificazione, completamente diverso dal  mio, e perfino opposto al mio, nel suo dinamismo teorico, è parimenti l’unico e basato in verità ”.(IX 13 569-70) Questo fatto dimostra “che i sistemi di filosofia morale sono il prodotto della riflessione  intellettuale su fatti etici che li precedono e li controllano, e rivelano un tipo complicato di geologia  della coscienza, in cui il lavoro naturale della ragione spontanea pre-scientifica e pre-filosofica è ad  ogni momento condizionato dalle acquisizioni, dalle servitù, dalla struttura e dalla evoluzione del  gruppo sociale. Così c’è una sorta di sviluppo e di crescita vitale della conoscenza e del sentimento  morali indipendentemente dai sistemi filosofici” (IX 571).

10/11/2015
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