Terrorismo. Zona morta del diritto?

Prendo le mosse da un libro di Paul Gilbert. Il dilemma del terrorismo (trad. it. di L. Napoleoni, Feltrinelli,  Milano 1994) è sottotitolato: Studio di filosofia politica applicata. Ciò mi permette una prima considerazione,  che ritengo non banale. Credo infatti che Gilbert abbia voluto sottolineare insieme due caratteristiche  importanti della ricerca filosofico-politica: la pertinenza nell’ambito delle questioni pratiche, e l’urgenza in  quelle complesse e non risolte. Per ciò che riguarda il caso del terrorismo, che è l’oggetto di questo studio,  potremmo anche dire: questioni non bene identificate.  

L’oggetto che qui mi interessa: il terrorismo politico.  

Le questioni su cui meditare: è un fenomeno che si radica nell’ingiustizia? e da che parte starebbe  l’ingiustizia?  

Non c’è dubbio che chi compie un atto terroristico tenga un comportamento ingiusto: non perché la  violenza sia sempre ingiusta, ma perché è un modo ingiusto di usare violenza. Ma si potrebbe anche dire:  l’uso della violenza per una finalità politica quasi mai è casuale o capriccioso, quasi sempre ha uno scopo  preciso, è insomma qualcosa di sentito. Un comportamento violento, infatti, ingiusto dal punto di vista  strumentale, può anche essere determinato da un senso di ingiustizia nei confronti del potere politico. Ha  ragione Judith Shklar (I volti dell’ingiustizia. Iniquità o cattiva sorte?, trad. di R. Rini, Feltrinelli, Milano 2000,  p. 118), quando sostiene che “la rivendicazione terroristica del diritto alla ritorsione, per quanto insostenibile,  non è del tutto aberrante”, ma “rientra […] nel modo di pensare tradizionale”. 

Quanto detto è probabilmente accettabile per quel tipo di terrorismo che potremmo definire ‘classico’: il  terrorismo armato, il cui obiettivo è colpire un bersaglio ben preciso: sia esso o meno un bersaglio umano.  Storicamente, sono stati osservati vari tipi di terrorismo ‘classico’; tra quelli classificabili per finalità dell’azione,  spiccano gli agli atti di sovversione del sistema politico interno e la lotta per l’autonomia di minoranze etniche.  Si pensi al caso del c.d. ‘terrorismo’ ceceno: un’organizzazione musulmana, essenzialmente nazionalista, ma  non paragonabile al terrorismo di al-Qā‘ida. Le opere di omologazione sono spesso difficili e perniciose: a volte,  gioverebbe distinguere le diverse situazioni attraverso un appropriato contestualismo. Tutte le forme di  violenza sono egualmente scongiurabili, ma bisognerebbe coglierne sempre le differenti origini e cause. I  Ceceni si sentono oppressi e vogliono, sembra, l’indipendenza. Se l’autodeterminazione dei popoli è un diritto riconosciuto dai trattati internazionali, non averlo equivale a una condizione di schiavitù morale, è un non diritto. Se il terrorismo si muove nello spazio del non giuridicamente lecito, forse è l’ultima mossa possibile per  riempire il vuoto dello spazio sottratto con quel diritto che si assume negato. È pertanto verosimile, anche se  non giustificabile, che chi si avvale del terrorismo abbia esaurito tutti i mezzi democratici, decenti e non 

violenti, per combattere l’oppressione politica e il dominio di un altro popolo. Non si tratta di una risposta  giusta, ma è probabilmente una risposta proporzionata: un’ingiustizia contro un’altra ingiustizia.  

Cambia lo scenario e cambia la fisionomia dei leaders: per i ceceni, Barsayev era un ‘combattente della  libertà’, per i russi un ‘rifiuto umano’. Non cambia il modo di rispondere, violenza genera maggiore violenza.  Il resoconto dei fatti dell’ottobre 2002 è noto: alla presa del teatro di Mosca del ‘commando’ ceceno Putin ha  risposto con un atto di potere, affermando che “nessuno mette in ginocchio la Russia”. Risultato: gas. Forse  emanato per errore a dosaggio elevato, 117 morti tra (‘guerriglieri’ o ‘terroristi’) ceceni e vittime innocenti (gli  ostaggi uccisi dalle teste di cuoio russe, il c.d. Gruppo Alfa). Anche qui, una domanda è legittima: chi sono le  vittime dell’ingiustizia? chi ha esercitato violenza ingiusta? per mano di chi sono morti gli ostaggi? Anche qui,  causa indignazione la reazione omicida di Putin, il colpire alla cieca per un finalismo brutale: moriranno i nostri,  ma moriranno anche loro. Tutto ciò, senza dimenticare che i russi hanno sempre rifiutato di risolvere il  problema Cecenia con una soluzione politica diversa dal conflitto e dalla repressione etnica. L’ex difensore  russo dei diritti umani, Sergej Koval’ëv, ha sostenuto in seguito ai fatti che le modalità con cui si sono svolte  le azioni del Gruppo Alfa hanno mostrato che la priorità assoluta dell’operazione non era la vita degli ostaggi  (in seguito al gas ne sono morti 115; solo 2 erano stati uccisi dal commando ceceno). La storia, comunque, si  conclude così: Putin riceve al Cremlino gli spetsnaz, gli “eroi” che hanno posto fine all’azione dei terroristi.  Pure questo fa sorgere problemi e domande del tipo: solo i ceceni, o anche la popolazione russa ha in questa  vicenda avvertito un senso d’ingiustizia? Qualcuno probabilmente avrà pensato che non aveva alcun senso  uccidere persone che forse non sarebbero morte nemmeno, non in quel modo. Eppure di sicuro qualcuno ha  detto, telefonando alla radio moscovita “Echo”, che giustizia era stata fatta e che non aveva senso lamentarsi  per qualche morto in più, che l’importante era, per una volta, che la Russia fosse riuscita a dare una prova di 

sé, una prova di avercela fatta davanti al mondo intero. Di sicuro, in ogni caso, questi fatti sono avvenuti in  violazione della Cwc (Chemical Weapons Convention), se è vero, come è vero, che è stato fatto un uso massivo  di gas letale, si sia trattato o meno (come da ipotesi francese) del benzilato di chinoclinidolo, il c.d. BZ, un  neurodeprimente già adoperato dagli Usa in Vietnam, o (come da ipotesi americana) di un gas nervino o un  organofosfato neurotossico come il c.d. Sarin, già adoperato nell’attentato alla metropolitana di Tokyo, o  ancora del più leggero Tabun o dell’invisibile Soman, o infine (come dall’ipotesi del chimico russo Lev Fjodorov)  del c.d. Incapasitan, un gas paralizzante non proibito dalla Cwc, ma che può essere letale se usato in dosi  eccessive; se quest’ultima ipotesi fosse vera, sarebbe sconcertante, poiché a questo gas esiste un antidoto  (che il Gruppo Alfa avrebbe potuto somministrare agli ostaggi). È già storia, sia pure storia di ieri, e saperlo  interessa ormai poco. 

Ma a queste forme di terrorismo anti-istituzionale sono rispettivamente opponibili due forme terroristiche  di tipo istituzionale o para-istituzionale: si pensi alla repressione, attuata da corpi paramilitari statali, di  movimenti in lotta per la rivendicazione delle libertà democratiche, o a quelle forme di terrorismo di regime  dirette alla epurazione di minoranze etniche. Insomma, nel terrorismo ‘classico’ è agevole riscontrare un  programma e un obiettivo, si tratti di terrorismo contro lo stato, o di terrorismo di stato. Le cose cambiano  un po’ quando si parla di ‘terrorismo internazionale’, cioè quando i rapporti non riguardano più chi subisce o  rivendica un’ingiustizia da parte di un determinato potere politico, perché cambia il modo di organizzare e  concepire il disegno terroristico, e cambia anche il modo di colpire: le azioni partono al di là del confine  nazionale del luogo che si vuole prendere di mira. Il terrorismo dell’Ira, ad esempio, ha una dimensione  internazionale quando colpisce bersagli situati in Gran Bretagna. Ma la sua caratteristica è pur sempre quella  di essere una forma di terrorismo classico: obiettivi umani e territoriali sono in genere selezionati, e le azioni  sono ancora azioni riconoscibili. Le definizioni giuridiche di terrorismo ‘classico’ insistono in gran parte sul  carattere della simmetria tra violenza e fine: “un complesso di attività criminose compiute al fine di spargere  il panico presso singoli individui, gruppi di persone o un’intera collettività, e quindi perseguire finalità  ulteriori, generalmente di natura politica” (A.F. Panzera, Terrorismo (diritto internazionale), “Enciclopedia del  diritto”, XIV, p. 370).  

La violenza non può essere il tratto isolante del terrorismo. Il fine dello spargimento del panico potrebbe  elemento altrettanto essenziale (in quanto il panico amplifica la simbolicità del gesto, che quasi sempre è  espressione di qualcosa come una risposta). Gilbert è dell’opinione che non si possa certo considerare, dal  punto di vista del reato politico, la figura del terrorista come quella di un combattente: dal punto di vista  della qualificazione giuridica e politica statale, il terrorista non può essere mai considerato un soldato, né  tanto meno un partigiano. Il soldato è un avversario in guerra, il partigiano resiste in nome della libertà. Lo  stato, come entità politica forte, proprio quale totalità organica nel significato hegeliano dell’espressione, si  pone nei confronti del terrorismo sempre in un rapporto di sovraordinazione, che in genere esclude il  riconoscimento di un piano di parità o di una forma di legittimazione. Tuttavia, se formalmente la fattispecie  di terrorismo è regolata dal diritto penale interno degli stati, sostanzialmente ai terroristi non viene riservato  lo stesso trattamento dei delinquenti comuni. Non è privo di rilevanza, anche per la ricerca filosofico-politica,  accennare al fatto che alcune recenti misure legislative in Italia abbiano tenuto conto della mutata realtà del  fenomeno terroristico, specialmente in seguito al crollo del Wtc. Il d.l. n. 374/2001, convertito con modifiche  nella l. n. 438/2001, “disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale”, ha apportato alcune  modifiche al codice penale. In particolare, l’art. 270-bis, introdotto con d.l. n. 625/1979 poi convertito dalla l.  n. 15/1980, viene ulteriormente rafforzato. Innanzitutto, esso presenta una modifica significativa nella  rubrica: da ‘associazione con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico’ a ‘associazioni con  finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico’.  

Tale modifica determina due conseguenze: 1) l’introduzione di una fattispecie specifica non prevista  precedentemente; 2) una duplice omologazione: un’omologazione formale tra ‘associazioni con finalità di  terrorismo’ e ‘associazioni di eversione dell’ordine democratico’; un’omologazione sostanziale, nella parte in  cui al primo cpv. si distingue tra chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che  si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine  democratico. (Quest’ultima pone fine a un’annosa questione: se nel concetto di ‘reato politico’ fossero  compresi o meno i reati terroristici.) 

La pena è infatti invariata per il soggetto attivo (reclusione da sette a quindici anni), mentre è aumentata  per la partecipazione (sino a dieci anni). Pure rilevante è l’inserimento di due commi che riguardano  espressamente il terrorismo internazionale: il terzo stabilisce che la finalità terroristica ricorre anche quando 

gli “atti di violenza sono rivolti verso uno stato estero, un’istituzione e un organismo internazionale”, mentre  il quarto dispone la confisca “delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose  che ne sono il prezzo, il prodotto e il profitto o che ne costituiscono l’impiego”.  

Per eversione dell’ordine democratico, secondo la disposizione interpretativa dell’art. 11 l. n. 304/1982,  occorre intendere, anche “per ogni effetto giuridico”, eversione dell’ordinamento costituzionale. Con tale  significativa equivalenza semantica di ‘ordine democratico’ e ‘ordinamento costituzionale’, il legislatore opera  quindi non solo una tutela giuridica, dell’insieme di valori presenti nei diritti e nelle libertà fondamentali  protetti dalla costituzione, ma anche una tutela politica, della forma di governo italiana individuata nella sua  costituzione, cioè quella repubblicana. Il fatto non è per nulla banale. Si sarebbe potuto infatti intendere, per  ‘ordine democratico’, anche una forma di governo monarchica, o addirittura aristocratica o totalitaria.  ‘Repubblicano’ si riferisce quindi, indissolubilmente, tanto alla forma regiminis quanto alla forma imperii. La  modifica del 2001, inoltre, individuando la finalità terroristica anche nell’ipotesi in cui gli atti di violenza siano  rivolti verso uno stato estero, associa la definizione del concetto di eversione dell’ordine democratico (in  quanto ordinamento costituzionale) ai valori e ai principi contenuto nello stato verso il quale gli atti di  violenza sono stati rivolti.  

Un’ultima osservazione. La legge n. 438/2001 ha potenziato l’art. 307 c.p., in tema di assistenza ai  partecipi di cospirazione o banda armata, aggiungendo al rifugio e al vitto ulteriori forme di assistenza  (ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione). Inoltre, in relazione all’attività sotto copertura  degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, “al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai delitti  commessi con finalità di terrorismo”, è stata prevista la possibilità di “utilizzare documenti, identità o  indicazioni di copertura anche per attivare o entrare in contatto con soggetti e siti nelle reti di  comunicazione, informandone il pubblico ministero” entro le 48 ore “successive all’inizio dell’attività” (art. 4  co. 2). Ancora, in materia di misure di prevenzione: l’art. 7 dispone che le misure preventive ex l. n.  575/1965, in materia di mafia, si applicano anche “alla commissione dei reati con finalità di terrorismo anche  internazionale”, modificando così l’art. 18 co. 1 della l. n. 152/1975 (“disposizioni a tutela dell’ordine  pubblico”).  

Ma così anche altrove. In Irlanda, ad esempio, il Prevention of Terrorism Act amplia i poteri ordinari della  polizia nella predisposizione di interrogatori su individui sospettati di aver commesso atti di terrorismo. Lo  stato non può quindi giustificare il terrorismo, in quanto una minaccia alla sua stessa sovranità, legislativa e  politica. Pertanto, se la teoria politica consente che gli atti di terrorismo abbiano una qualche giustificazione,  la regolarità politica non può considerarli ammissibili. 

Se il terrorismo è un reato politico, nelle democrazie liberali non è possibile giustificare né forme di  terrorismo né altre forme di reati politici. Ma ammesso pure che la violenza non sia l’elemento identificativo  del terrorismo, mi pare innegabile ne sia un elemento essenziale. Aveva ragione Barrington Moore,  ricordando che il detto homo homini lupus è, molto probabilmente, una calunnia nei confronti del lupo.  

Forse è corretto dire che la violenza, proprio come procedura, ostruisca qualsiasi ricerca della verità, se è  vero che lo strumento della distruzione si pone inevitabilmente contro la prospettiva della vita umana, e se è  vero che il desiderio di morte non può essere desiderio di verità, ma al limite di vendetta. Eppure, non  sarebbe irragionevole dire che esista un logos della violenza e che la violenza rientri nel logos del terrorismo.  Si potrebbe cioè sostenere che la violenza sia uno strumento del terrorismo, un elemento di una fattispecie  per cui sono richiesti finalità e dolo specifici. Ma ecco allora cosa potrebbe diventare, in questa ipotesi, la  finalità terroristica: non un logos imperfetto, ma un anti-logos. La sua antiteticità logica si rifletterebbe  nell’essere un agire-contro, mai un agire-per, anche quando l’azione terroristica sposasse una causa per qualcuno (giacché nessuna difesa di un diritto, ancorché giusta in teoria, può comportare la morte di una  persona, colpevole o innocente).  

Non è difficile identificare il terrorismo politico classico, perché siamo abituati a vedere nel soggetto attivo  un individuo (o un gruppo di individui) che sempre e in qualche modo mira a colpire l’autorità dello stato  invocando ragioni di ingiustizia. Il bersaglio è quasi sempre circostanziato o individuale (si pensi a un  personaggio di rilievo politico) o limitato a un luogo simbolico (ad esempio, una certa piazza o un locale: si  pensi ad alcuni attentati dell’Ira diretti contro pubs frequentati da inglesi). Dopo i fatti dell’11 settembre,  come si è fin troppo ripetuto, qualcosa è accaduto: qualcosa che ha sconvolto la fisionomia del terrorismo  classico e posto problemi seri di identificazione. Si può certo, ancora e più che mai, parlare di ‘terrorismo’: il 

terrore si è infatti amplificato (e non è mancato chi, avvalendosi di un prefisso alla moda, ha parlato di  iperterrorismo). Ma è forse un terrore disincarnato da ogni possibile sfida, perché la logica della distruzione  non può far valere, nemmeno astrattamente, alcuna pretesa in nome dell’ingiustizia. È una forma di  terrorismo tecnologico che sembra non aver più nulla a che fare con il problema dell’ingiustizia: il  ‘tecnoterrorismo’ non adopera più armi da calibro, ma armi da sterminio. Aerei usati come bombe, o gas e  batteri diffusi nell’atmosfera, sono armi che non implicando più la questione logica del bersaglio non  pongono nemmeno il problema filosofico e sociale dell’ingiustizia. Nel tecnoterrorismo, sia esso una guerra  tra stati o tra stati e agenzie autonome o controllate da altri stati, l’unica grande ingiustizia è l’evento cieco e  inatteso. Un evento che non cerca il discorso, ma il silenzio. 

Una domanda di filosofia politica da prendere sul serio è quindi come le istituzioni devono affrontare il  problema della violenza senza volto e senza fine. Franco cardini (Nowhere: now-here, no-where,  introduzione a La paura e l’arroganza, a cura di F. Cardini, Laterza, Roma-Bari 2002, p. XXVIII) traccia  correttamente due punti: 1) è davvero il braccio forte dei bombardamenti e degli attacchi militari il miglior  modo per replicare al terrorismo, quando viene esercitato in condizioni di assoluta superiorità, o non è  piuttosto questa una maniera di rappresentare l’immagine del gatto che si morde la coda, visto che l’uso  della forza ‘superiore’ contiene senza dubbio il pericolo di generare nell’opinione pubblica sensazioni di  simpatia per le vittime colpite? 2) il terrorismo nasce dal fanatismo, spesso di tipo religioso (come quello  islamico, o nordirlandese), o è piuttosto una reazione a uno stato di cose, a un potere politico ritenuto  “profondamente, inaccettabilmente ingiusto”?  

Circa il primo punto, ritengo che rappresaglie o guerre in replica ad atti di forza non indeboliscano, ma  anzi rafforzino, anche moralmente, i gruppi terroristici. Non voglio sostenere che l’uso istituzionale della  violenza debba essere bandito. Umberto Eco (Scenari di una guerra globale, in Islam e occidente. Riflessioni  per una convivenza, a cura di M. Camdessus et Al., Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 91-106) ha osservato che il  problema non sta tanto nel negare l’uso della violenza contro la violenza, ma nella domanda se la guerra sia  la forma giusta di violenza, anche in termini di efficacia: “Una guerra globale è impossibile, e porterebbe alla  sconfitta di tutti”. Le armi più efficaci potrebbero allora non essere quelle violente, ma quelle politiche:  agenzie di controllo, intelligence e composizione paradiplomatica dei conflitti. Sul secondo punto, è noto che  la Casa Bianca accusi sistematicamente i terroristi di viltà. Ma anche questa affermazione va incontro a una  sensata obiezione. Si può definire vile colui che, in nome di qualcosa come un ideale, è disposto a sacrificare  la propria vita? Probabilmente no, anche se ciò, evidenziando il difetto dell’improprietà della definizione, non  intende negare che l’autore del fatto si sia macchiato di un crimine importante. Cardini rilancia, dicendo che  coloro che parlano di viltà dovrebbero fare i conti con le proprie azioni di guerra, a partire dai  bombardamenti nel Golfo Persico e in Afghanistan, eseguiti con l’assoluta certezza di non essere raggiunti  dalle armi difensive nemiche. Niente quindi che abbia a che fare con l’istituzione della violenza sembra  essere l’arma più efficace contro questo terrorismo. 

Riprendo ora il rapporto tra forza e certezza: non c’è dubbio che dopo il crollo sovietico, come ha notato  Cardini, gli Usa si siano sentiti liberi da condizionamenti: già dal 1989, assumendo il controllo su posizioni di  rilievo strategico, come Panama. E introduco il rapporto tra forza e interesse: Cardini cita l’esempio delle  fabbriche chimiche costruite nel terzo mondo e non in occidente, allo scopo, giustificato dalla promessa di  offerta occupazionale locale, di rivendicare vantaggi e profitti, salvo ad attribuire sui locali la responsabilità  dei rischi. Questo è il caso dell’esplosione della Union Carbide, causa di più di 15.000 morti.  

Mi pare perciò che quando la forza istituzionale si coniuga alla certezza o all’interesse, il rischio della  generazione di forme di ingiustizia sia tutt’altro che irrilevante. Alain de Benoist muove analoghi rilievi,  partendo dal problema della guerra giusta, osservando che l’argomento americano della ‘bontà’ come  giustificazione della guerra a causa di un attacco straniero (afghano) sia difficilmente accettabile come  qualcosa di diverso da una prospettiva conflittuale tra il ‘bene’ e il ‘male’ (vale anche il contrario: nella  retorica fondamentalista, l’Occidente è l’incarnazione di Satana, e il male si ritorce contro chi lo fa). D’altra  parte, l’ “odio asiatico” anti-americano lamentato da George W. Bush ed enunciato nella massima ‘siamo  troppo buoni, per questo ci odiano’, appare poco incline al ragionevole e al razionale, anche ammettendo  che il coro della middle class americana parli davvero degli Usa come dell’unico paese della libertà e dei  diritti, e sia poco o per nulla informata – come sembra – del fatto che tale paese abbia finanziato dittature  come quelle dei vari Noriega, Marcos, Pinochet, Mobutu, etc. De Benoist sottolinea il ruolo di globocop degli  Usa, cioè di ‘gendarme planetario’: di chi rivendica il diritto naturale di fare guerra in qualsiasi punto del  mondo per difendere i propri interessi legittimi e i propri (ma anche quelli altrui) diritti di libertà. In nome e a 

tutela dei diritti umani, gli Usa hanno attaccato Nicaragua, El Salvador, Panama, Libia, Sudan, Afghanistan,  Jugoslavia, Iraq. E ancora: gli Usa danno 5 miliardi l’anno in aiuti economici e militari a Israele, uno stato  che nei confronti della Palestina viene visto in tutto il Medio Oriente come autore di grandi ingiustizie. Tali  argomenti, secondo de Benoist (11 settembre 2001, trad. di F. Matteoni, in La paura e l’arroganza, cit., p.  69-70) non dovrebbero stupire nessuno del fatto che molti musulmani non siano rimasti indifferenti, ma anzi  abbiano espresso consensi nei confronti dei sostenitori di al-Qā‘ida. Credo però di non riuscire a non provare  stupore. La violenza difficilmente lascia indifferenti, e nessun tipo di terrorismo – specie quello tecnologico – andrebbe mai eticamente giustificato. Comprendere le cause non equivale a legittimare, ammette de  Benoist. E non chiarire, non spiegare, non descrivere significherebbe sicuramente non aprire alcuno spazio  critico nei confronti di un fenomeno così ingombrante. Tornando al problema della metamorfosi del  terrorismo: de Benoist sottolinea che dopo la seconda guerra mondiale sono innegabili due elementi di  discontinuità con il passato. Innanzitutto, la distinzione tra ‘civili’ e ‘militari’, dovuta alla indistinzione tra  bersaglio militare e bersaglio civile (si pensi al fenomeno del bombardamento aereo che ha sostituito lo  scontro frontale con la pioggia di fuoco). E poi, la comparsa di movimenti di resistenza in tutta Europa,  dichiarati come ‘partigiani’ portatori di movimenti di liberazione, ma qualificati dalle autorità politiche interne  come ‘terroristi’.  

Espongo adesso alcune considerazioni a partire dal problema racchiuso nel secondo interrogativo posto  da Cardini, e cioè se sia lecito parlare ancora di terrorismo come di una reazione a qualche forma di  ingiustizia. Ho già avanzato l’ipotesi, che adesso qui riprendo, secondo cui in molti casi il terrorista fa appello  a situazioni di ingiustizia politica. Judith Shklar (op. cit., p. 118) aveva acutamente osservato che “la  rivendicazione terroristica del diritto alla ritorsione, per quanto insostenibile, non è del tutto aberrante”. Si è  visto che, in certi casi, è realmente così. Ma adesso mi chiedo: è possibile affermare che vi siano forme  legittime di terrorismo? Si può distinguere, come suggerisce de Benoist (senza prendere una precisa  posizione), tra ‘terrorismo buono’ e ‘terrorismo cattivo’? Credo di no, per la seguente ragione: se è vero che  il terrorista agisce in base a pretese violazioni di giustizia politica, non è molto chiaro chi, a parte l’autorità  politica legittima, dovrebbe essere in grado di giudicare. 

Questa argomentazione potrebbe apparire banale, o troppo analitica. Ma mi sembra filosoficamente  sostenibile. Si potrebbe dire che l’opinione pubblica (interna) esprima un ruolo di ‘osservatore interessato’ e  sicuramente qualificato ad emettere giudizi politici riflessivi: ma l’osservatore non possiede quasi mai notizie  di prima mano; si potrebbe pensare che le informazioni di cui è in possesso vengano spesso fornite  (manipolate, alterate, sezionate) da media controllati dalle istituzioni. Appare davvero difficile, anche per  questo motivo, ammettere che la formazione di una coscienza critica su quanto avviene fuori delle porte di  casa nostra sia un’operazione imparziale e immunizzata da scelte politiche altrui. Ma potrebbe valere  l’inverso, accogliendo la raffinata interpretazione di Jean Baudrillard, secondo cui la manipolazione delle  masse da parte del potere politico attraverso i media è un’illusione ingenua. Sarebbero proprio le masse, tramite i media, a inibire l’esercizio del potere: “Laddove esso crede di manovrarle, le masse impongono la  loro strategia clandestina di neutralizzazione e di destabilizzazione. Anche se le due ipotesi sono valide  simultaneamente, si tratta in ogni caso della fine della Ragione mediale, della fine della Ragione politica” (Il  delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, trad. it. di G. Piana, Cortina, Milano 20022, pp. 77-78).  Nella filosofia della tecnica di Baudrillard, la comunicazione in tempo reale ha sostituito la cosa con la sua  immagine, e in un mondo dove tutto è ridotto a informazione, niente sarebbe più in grado di informare. Le  immagini non sono oggettive né universalizzanti: come ha efficacemente sostenuto Giovanni Sartori  (Elementi di teoria politica, Il Mulino, Bologna 19953; Homo videns, Laterza, Roma-Bari 19992), esse non  parlano da sole, sono lo strumento locale del video-potere.  

Come nel film più politico del regista canadese David Cronenberg, The Dead Zone, le immagini sono prive  di verità e non riflettono più le cose, e il corpo del protagonista sperimenta per la prima volta funzioni  mediali proprie degli esseri umani, in grado di conferire verità ai fatti che esso stesso determina,  mostrandosi così in grado di far fronte ai problemi di ridefinizione della politica, sempre meno ‘statuale’ e  sempre più ‘massmediale’. Il protagonista, il professore di letteratura Johnny Smith (Christopher Walken), in  seguito a un incidente stradale entra in coma. Dopo cinque anni si risveglia. Ben presto capisce – come gli  assicura il medico che lo assiste, il dottor Sam Weizak (Herbert Lom) – di essere in possesso di una facoltà  ancora non scoperta dagli esseri umani: attraverso il tatto (la stretta della mano) egli è in grado di vedere  fatti del passato, del presente, del futuro. Il trauma genera la capacità di generare la realtà: ciò che egli  vede è spesso ciò che egli vuole cambiare. La trama descrive subito l’intento di Smith: lottare per la salvezza  dell’umanità, sino all’ultimo gesto, il più radicalmente politico. Durante una manifestazione elettorale, 

casualmente Smith stringe la mano del candidato, il senatore Greg Stillson (Martin Sheen), che promette a  tutti sicurezza, welfare e moralità: ma Smith vede che questi, diventato presidente degli Stati Uniti, forzando  il volere dello stato maggiore bombarderà senza motivo la Russia con armi nucleari, col proposito di  distruggerla. A questo punto, egli decide di uccidere Stillson. Durante un comizio di Stillson, Smith – nascostosi sul tetto – spara, ma manca il bersaglio. Stillson si protegge facendosi scudo con un bambino, il  figlio dell’ex fidanzata di Smith, Sarah Bracknell (Brooke Adams), che durante il coma del compagno si è  sposata con un altro. Nel frattempo, le guardie del corpo di Stillson colpiscono Smith, che cade dal tetto  rovinando sulla platea. Stillson a questo punto si scaglia su Smith: quest’ultimo gli prende la mano e,  guardandolo negli occhi, ha un’ultima visione: la copertina di Newsweek, intitolata How Big Business is  Changing Politics, che ritrae Stillson mentre si fa scudo col bambino; e Stillson che, politicamente senza  futuro, si uccide. 

Non voglio entrare nel merito della questione (importante, ma qui non centrale) del rapporto tra media e  potere politico. Quel che vorrei dire è che, per quanto ne sappiamo, la standardizzazione delle opinioni non è  qualcosa di neutrale. Quel che conosciamo sulle azioni terroristiche è quindi, nel migliore dei casi, quel che  possiamo conoscere, e a tale livello deve fermarsi la nostra valutazione. Rimane il fatto che tali azioni, anche  se orientate alla sovversione o alla distruzione, siano atti circoscritti da coordinate spazio-temporali: e a  meno che queste non portino – come quasi mai accade, a dire il vero – alla creazione di fatti dotati di  stabilità e di storicità (un nuovo ordine politico o giuridico, ad esempio), non possono essere considerate  fatti storicamente accettabili o iscrivibili in processi di legittimazione, ma nemmeno zone morte del diritto. È  quindi anche un problema di identità, di riconoscimento storico: un singolo atto terroristico non è una  rivoluzione. Per un principio risalente almeno ad Eschilo, il diritto precedente ha sempre avuto la pretesa di  essere giusto e sul suo superamento è sempre gravato il timore dell’ingiustizia. Così Atena, nelle Eumenidi,  vv. 690-695: “Qui Rispetto e Timore / uguali d’origine, nel giorno e nella notte / tratterranno i cittadini dal  commettere ingiustizia, / perché non inaspriscano essi stessi le leggi / con torbidi vortici: chi contamina col  fango / l’acqua lucente, non potrà più bere”.  

A ragione, l’ultimo Kant (La metafisica dei costumi, trad. it. di G. Vidari, riv. da N. Merker, Laterza, Roma Bari 19992, I, § 49, Nota generale sugli effetti giuridici derivanti dalla natura della società civile, A, pp. 153- 154), distingueva tra rivoluzione come atto, in sé antigiuridico, e rivoluzione come fatto, prodotto  storicamente determinato e compiuto: “quando una rivoluzione è riuscita o si è fondata una nuova  costituzione, l’illegalità della sua origine e della sua attuazione non possono sciogliere i sudditi dall’obbligo di  adattarsi come buoni cittadini al nuovo ordine di cose ed essi non possono rifiutarsi di obbedire onestamente  a quell’autorità che attualmente detiene il potere”. E mi pare anche rilevante che la potenza filosofico-politica  di questo passo kantiano sia concettualmente ripresa nelle opere di teoria generale del diritto di Hans  Kelsen, almeno in due punti esemplari: “la creazione di una costituzione valida da parte di una rivoluzione o  di un colpo di stato” non è “un postulato logico, ma politico” (Teoria generale del diritto e dello stato, trad. di  S. Cotta e G. Treves, Comunità, Milano 1952, p. 377); “se divengono […] efficaci le norme generali emanate  dall’usurpatore, ci si trova in presenza di una modificazione rivoluzionaria della costituzione e quindi di una  legge costituzionale, cioè conforme alla nuova costituzione” (La dottrina pura del diritto, trad. di M.G.  Losano, Einaudi, Torino 19902, § 35, p. 307).  

Ma ciò che potrebbe valere per una rivoluzione come fatto compiuto, non vale mai per un atto  terroristico: esso non produce alcun cambiamento in un ordine politico. Certo, è innegabile che il partigiano  abbia sempre una sorta di doppia identità: è ‘parte’ per qualcosa, e ‘terrorista’ per qualcos’altro. È parte di  un gruppo che spesso esprime un silenzioso consenso (si pensi a Eta, Ira, etc.) su azioni che si ritengono  compiute contro stati di ingiustizia e in nome della liberazione da forme di oppressione; ma è sempre  qualificato come terrorista, per forza di cose, da parte della legittima autorità politica (dal governo spagnolo  o britannico, negli esempi citati). Ma i problemi sorti dopo il caso Wtc si collocano in un differente scenario e  implicano questioni di configurazione. Ho detto che ciò che è avvenuto non può essere considerato qualcosa  di simile al terrorismo armato di tipo classico: è stato commesso qualcosa senza una ben precisa  rivendicazione e senza un obiettivo politico ben preciso. Credo quindi che nessun tipo di ingiustizia possa  essere realmente rivendicabile da parte di un siffatto terrorismo. I protagonisti di tale fenomeno non sono  ‘partigiani’ nel senso proprio, etimologico, del termine: non si muovono secondo logiche territoriali, ma  attaccano dall’esterno i confini da difendere. Inoltre, la distruzione delle torri gemelle appare come qualcosa  di più simile a una guerra offensiva che a una forma di resistenza difensiva o a una sorta di semplice  terrorismo. Il tecnoterrorismo – lo si chiami anche ‘globale’ – non dipende da una sola persona o da un  gruppo ristretto o da un paese: icasticamente, de Benoist scrive che esso non dipende da niente. 

Ridimensionando la portata di questa affermazione, si potrebbe dire che esso dipende da qualcosa che non è  spazialmente localizzabile, e forse nemmeno materializzabile. È probabilmente vero che questo tipo di  fenomeno vada al di là delle azioni individuali o controllabili da volontà precise. Ma ne sancisce pure la fine?  De Benoist suggerisce di sì, affermando che “il mondo è entrato nell’era delle reti” (op. cit., pp. 76-77). È  certo che quello di rete sia un concetto perfettamente pertinente a tale fenomeno. Ma credo sia solo un  aspetto particolare di un sistema più generale: ci sono reti di informazione, reti di comunicazione, reti di  controllo, reti di persecuzione. Ciò che caratterizza il sistema reticolare è l’assenza, o meglio l’azzeramento,  del concetto tradizionale di tempo. La temporalità era collegata alla trasmissione delle informazioni, ed era  direttamente proporzionale alla distanza del sito da raggiungere. Il sistema reticolare inverte questa  circostanza, e si nutre proprio della distanza: più sono lontani i siti, più si rafforza la rete. Non esiste più il  centro del mondo, più una polarità referenziale. E non esistendo il centro, non esiste nemmeno la periferia:  nel sistema della rete non valgono più le coordinate spazio-temporali. Come ha scritto il ministro della difesa  americano Donald Rumsfeld in un editoriale dal tono un po’ enfatico (in “The Washington Post”,  27.09.2001), si tratta di combattere un avversario che è non un individuo, un gruppo, una religione o un  paese, ma “una rete mondiale di organizzazioni terroristiche e di stati che le aiutano”. Se nessuna mappa è  possibile, tutto diventa impalpabile. Se è così, il sistema della rete tende anche ad annullare ogni tipo di  identità, personale e nazionale. E la sovranità nazionale è un concetto che potrebbe andare incontro a un  serio indebolimento, di fronte a soggetti che a distanza di migliaia di chilometri curano interessi economici e  politici convergenti.  

Un’altra questione filosoficamente rilevante è se le reti tecnoterroristiche siano definibili come ‘entità  politiche’. Credo che – nonostante i requisiti impolitici dell’invisibilità e dell’apparente non-identità – sarebbe  rischioso e poco produttivo considerare questi fenomeni come estranei alla politica. L’indeterminatezza e la  

non dichiarazione di guerra è certo il tratto determinante del c.d. ‘nemico globale’: ma se si ha a che fare  con dei nemici senza volto e senza nome, come sottolinea de Benoist, occorre dare loro un volto e un nome.  Occorre, in altre parole, nonostante la novità e la rottura con la tradizione, che tali fenomeni vengano iscritti,  a pieno titolo, nelle categorie politiche. È comprensibile, quindi, che all’indomani dell’attacco al Wtc, il 60%  degli americani volesse una vendetta rapida ed efficace. Judith Shklar nota come “in un’epoca di stati nazione come la nostra, i cittadini di uno stato aggressore in qualche misura condividono la colpa criminale  del proprio governo” (op. cit., p. 118). Qualcuno da colpire, e in fretta: con un’emergenza che sembra aver  voluto giustificare, anche eticamente, la violazione del diritto internazionale: come ha scritto con  sosprendente attualità Sigmund Freud (Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, trad. di C.L. Musatti, in  S. Freud – A. Einstein, Perché la guerra?, Bollati Boringhieri, Torino 2001, rist., p. 21 s.): “Lo stato in guerra  ritiene per sé lecite ingiustizie e violenze che disonorerebbero il singolo privato. […] Lo stato richiede ai suoi  cittadini la massima obbedienza e il massimo sacrificio, ma li tratta poi da minorenni”; la guerra amplifica la  capacità dello stato di interdire “al singolo l’uso dell’ingiustizia, non perché intenda sopprimerla, ma solo  perché vuole monopolizzarla”; lo stato “scioglie ogni convenzione e trattato stipulato con altri stati, e non  teme di confessare la propria rapacità e cupidigia di potenza: e il cittadino è tenuto ad approvare ciò in  nome del patriottismo”.  

È ormai diventato un classico, sebbene un classico della letteratura politica d’appendice, il discorso di  Bush alla nazione la sera dell’11 settembre. Caratterizzato da un linguaggio politico tipico di uno stato in  guerra, intriso di giustificazioni di tipo etico e dal tono mistico: il presidente parla di attentato “al faro più  luminoso della libertà” compiuto dal “Male”; si fa leva sull’ “amore per il prossimo”; invoca il Salmo 23 del  Vecchio Testamento (“se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con  me”); si appella alla “Giustizia” e alla “Pace”; promette: “continueremo a difendere la libertà e tutto ciò che è  Buono e Giusto in questo mondo”; e ribadisce: “questa lotta del Bene contro il Male sarà titanica, ma il bene  trionferà”.  

È probabile che se gli Usa non avessero potuto fare leva sulla loro posizione egemonica di superpotenza  mondiale, non avrebbero violato le norme del diritto internazionale. È un problema importante di relazioni  internazionali, ma non è qui decisivo. Ciò che invece di questo esempio può essere utile, è il fatto che contro  fenomeni così estesi occorrerebbe intervenire sulle cause, non sulle conseguenze. E per intervenire sulle  cause, occorre domandarsi chi è il nemico. Se il nemico è uno stato, un popolo, un paese ben preciso, allora  la guerra potrebbe essere un rimedio rapido ed efficace contro un obiettivo ben mirato; ma se il nemico non  è un entità ma un concetto, cioè la logica della conquista economica e della mercificazione delle relazioni  sociali, non serve rispondere al fuoco con il fuoco; sarebbe come sparare a caso, con la conseguenza di  produrre ancora nuove ingiustizie. A ciò si può aggiungere, come ha osservato Salvatore Veca (La bellezza e 

gli oppressi. Dieci lezioni sull’idea di giustizia, Feltrinelli, Milano 2002, p. 163) che la lotta al terrorismo degli  Usa ha rapidamente trasformato la strategia americana delle relazioni internazionali da un arrogante  isolazionismo a un altrettanto arrogante strategia dell’inclusività (che non implica l’apertura), cercando  alleanze e consensi con paesi come Russia e Cina.  

Si è così fatto, potrei dire, un uso politico un po’ retorico del consenso per intersezione riguardante il  dovere di combattere il male in nome della libertà. Dopo l’11 settembre, Putin consente a Bush di utilizzare  lo spazio aereo russo facilitando alle flotte aeree americane l’accesso in Afghanistan e aprendo soprattutto la  strada verso una conclusione positiva della missione Usa. A Putin interessava tanto quanto a Bush  sconfiggere al-Qā‘ida, ma per una ragione decisiva differente da quella ufficiale americana (l’attacco al Wtc):  il finanziamento e l’armamento della ribellione cecena da parte del terrorismo islamico. Tuttavia, gli Usa  hanno parzialmente fallito il loro obiettivo dichiarato. Hanno bombardato basi militari afghane e occupato  l’Iraq, ma non hanno catturato Usāma ibn Lādin, né arrestato il terrorismo (si pensi ai fatti verificatisi in  Indonesia, Filippine, Russia, Iraq, etc.).  

Gli scopi ufficialmente dichiarati dai vari terrorismi sono tutti rivendicazioni variamente nazionalistiche,  rivendicazioni di diritti di popoli oppressi da stati che non hanno permesso loro il diritto ad autodeterminarsi.  Se così fosse, avremmo una situazione di questo tipo: a ciascuno il suo, a ciascun popolo il proprio stato  oppressore (ai ceceni la Russia, ai palestinesi Israele, a certi musulmani gli Usa). In ogni caso, si tratta di  una situazione da cui non si esce più: l’ingiustizia del terrore viene ripagata dall’ingiustizia della guerra. È  chiaro che non è più un problema morale, ma di sensato realismo: non serve più rispondere al terrore con  gli eserciti. Non sarà ingiusto, anche dal punto di vista dell’ultimo Rawls, quello che ne Il diritto dei popoli  (trad. di G. Ferranti e P. Palminiello, Comunità, Milano 2001) analizza le condizioni di praticabilità dei ‘popoli  liberali’ in armi contro gli ‘stati fuorilegge’, ma è probabilmente inefficace. 

Vorrei ancora insistere su questo punto, ricordando il ragionamento di Noam Chomsky. Il linguista  americano, che senza tregua ha negli ultimi anni preso posizione nel dibattito filosofico su problemi di  giustizia e politica internazionale, muovendo dal fatto del crollo del Wtc, afferma due cose: 1) l’evento dell’11  settembre è forse la maggiore perdita simultanea di vite umane della storia, guerre escluse (Chomsky parla  di guerre dichiarate); 2) occorre abituarsi a pensare che tali eventi non sono irripetibili. Nonostante la  partecipazione spesso animosa che caratterizza i suoi ultimi scritti, Chomsky non vuole fare del  giustificazionismo anti-americano spicciolo. La sua posizione considera criticamente alcuni fatti. Si tratta di  alcune situazioni di ingiustizia che hanno preceduto e seguito l’evento. Situazione precedente: l’Afghanistan  versa in una situazione di spaventosa carestia, e il Pakistan invia convogli di cibo e generi di prima necessità  alla popolazione. Situazione successiva: il 16 settembre 2001 gli americani impongono al Pakistan di  sospendere gli aiuti. I paesi occidentali liberali non reagiscono di fronte a ciò. Nello stesso tempo, la Casa  Bianca non intende negoziare sulle proposte afghane riguardanti la consegna di Usāma ibn Lādin,  affermando che essa avrebbe accettato solo una distruzione incondizionata. Gli esecutori, sostiene Chomsky  – supponendo che si sia trattato della rete del miliardario musulmano saudita –, erano ben conosciuti dalla  Cia e da Zbigniew Brzeziński, segretario alla sicurezza nazionale durante la presidenza Carter, che ne hanno  incoraggiato la nascita. Con dure parole, Chomsky osserva che la conservazione dell’egemonia politica non  permette invasioni di territorio: “In questi ultimi due secoli, noi americani abbiamo scacciato o sterminato  popolazioni di indios – milioni di persone –, conquistato la metà del Messico, saccheggiato le regioni dei  Caraibi e dell’America centrale, invaso Haiti e le Filippine, uccidendo in quest’ultima occasione anche 100.000  filippini. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo esteso il nostro dominio sul mondo […]. Ma quasi  sempre eravamo noi a uccidere e il combattimento avveniva al di fuori del nostro territorio nazionale”.  Qualunque politica egemonica non può che tutelare la conservazione del territorio interno, e fare leva  sull’uso della propria forza. È in casi come questi che il diritto internazionale rivela tutta la sua debolezza.  Chomsky cita il ben noto caso del Nicaragua, cui la guerra mossagli dagli Usa causò 57.000 vittime e la  rovina di un intero paese. Il Nicaragua reagì appellandosi alla Corte internazionale di giustizia, che in data  27.6.1986, decise condannando l’uso illegale della forza da parte degli americani, che avevano minato i porti  del Nicaragua. Il fatto che gli Usa abbiano ignorato la decisione ed esplicitamente dichiarato di non  riconoscere la giurisdizione della Corte, dimostrerebbe per Noam Chomsky (Terrorismo: l’arma dei potenti, in  La paura e l’arroganza, cit., p. 112) che gli Usa sono a tutt’oggi l’unico stato condannato dalla Corte  internazionale di giustizia che abbia ignorato una risoluzione che imponeva il rispetto del diritto  internazionale. 

Mi pare non possa esservi dubbio sul fatto che l’idea di un mondo dominato con la forza e dalla violenza  sia una forma di ingiustizia contraria a qualunque buona filosofia politica. Ma questo mostrerebbe anche che  il terrorismo funziona, da qualunque parte esso provenga. Ma funziona solo a uno scopo: quello di generare violenza da violenza. Questa è la tesi di Chomsky: se la violenza è l’arma del dominio, il terrorismo è l’arma  dei potenti: “quando si sostiene il contrario, ciò avviene unicamente perché i potenti controllano anche gli  apparati ideologici e culturali che consentono di far passare il terrore per qualcosa di diverso. Uno dei mezzi  più correnti di cui dispongono per ottenere tale risultato consiste nel far scomparire la memoria degli  avvenimenti di disturbo; in tal modo, nessuno se ne ricorda” (ibid.).  

Un punto mi sembra quindi da sottolineare: per combattere il terrorismo è necessario ridurre, non  aumentare, il livello di terrore. D’altra parte, se ci accostiamo a un fenomeno come quello del terrorismo di  oggi, dalle più note e tristi vicende in Iraq a quelle meno note ma non meno tristi in numerose altre parti del  mondo, mi pare utile tentare di raccogliere alcuni tratti salienti, che presentano indubbi caratteri di novità e  originalità: ma ritengo anche sensato non affrontare drasticamente la questione, quasi fossimo abbagliati da  un monstruum politico o preda di un evento incontrollabile e inconoscibile. Conoscere è anche lo sforzo di  nominare, di semplificare e di porre problemi: porre ipotesi, scenari possibili, dati di analisi. Formulare  domande e tentare risposte. È quindi possibile che il fatto del terrorismo, rispetto ai decenni passati, presenti  delle novità e dei cambiamenti: e credo sia più sensato parlare di metamorfosi che di rottura. Ha ragione  Veca (L’11 settembre, la discussione pubblica e la responsabilità intellettuale, “Iride”, 35, 2002, p. 5) quando  osserva che occorre evitare di cadere nella “trappola del riduzionismo”, e cioè in quel tipo di risposte  intellettuali basate sia sulla “percezione della radicale discontinuità del mondo mutato”, sia in quelle  prospettive che suggeriscono delle spiegazioni “in termini di filosofia della storia”. Gli esiti di questi schemi  sembrano condurre a ipotesi sterili, infarcite di intellettualismi, come se la filosofia possedesse il dono di  fornire l’ultima parola. Si è parlato da un lato di fine della storia e di filosofia della storia: che è, come dire,  da un lato la fine, dall’altro il fine della storia (ibid.). Entrambe le prospettive, secondo Veca, abusano di  riduzionismo e si sbarazzano troppo facilmente di quel grado di incertezza che invece dovrebbe previamente  assistere ogni tentativo di risposta filosofica attorno a problemi politici di questo genere.  

Se ho parlato di una sorta di metamorfosi in atto che caratterizza il fenomeno del terrorismo, è perché  questa è parte di una più grande trasformazione di alcune categorie politiche, prima fra tutte quella della  sovranità e del suo esercizio: il concetto di sovranità, come occorre ancora ribadire, si sa allontanando  sempre di più da un tipo ‘statuale’/’nazionale’ verso un tipo ancora non bene identificato di sovranità,  sicuramente non locale, transnazionale e quindi anche ‘reticolare’. Questo è un motivo in più per favorire una  risposta non bellica al fenomeno del terrorismo c.d. ‘globale’.  

Danilo Zolo si chiede se è proprio vero che dopo l’11 settembre il mondo sia radicalmente cambiato  (Violenza e non-violenza dopo l’11 settembre, “Iride”, 35, 2001, p. 14 ss.; Cosmopolis. La prospettiva del  governo mondiale, Feltrinelli, Milano 20022, pp. 132-138). Non c’è dubbio che nuovi elementi e nuovi punti  difficilmente focalizzabili si siano aggiunti a un quadro politico già molto complesso – ma è certo, secondo  Zolo, che la guerra in Afghanistan abbia legittimato una parte del mondo a intraprendere un bellum iustum contro l’asse del male, a prescindere dalle norme dei trattati di diritto internazionale e in una situazione di  “altissima potenzialità conflittuale”, in cui – avvertiva con spirito prognostico – “verrà attaccato sicuramente  anche l’Iraq” (ibid.).  

Ed è infatti noto cosa è avvenuto il 26 settembre 2002: caccia F-18 americani e inglesi hanno  bombardato l’aeroporto civile iracheno di Bassora. L’Iraq ha denunciato il fatto parlando di “attacco  terroristico”, accusando gli americani di aver preso di mira bersagli civili. Jimmy Carter, ex presidente  democratico, ha osservato che un attacco senza il sostegno delle Nazioni Unite si sarebbe rivelato un tragico  errore per il paese americano e per la pace nell’area mediorientale. Nel frattempo, il Pentagono aveva  predisposto l’addestramento di un migliaio di “oppositori” iracheni, mercenari interni di supporto in vista di  un futuro attacco anglo-americano in Iraq, e fatto sapere che, qualunque cosa avrebbe deciso l’Onu, forze  militari americane avrebbero attaccato l’Iraq per occuparlo. Mi sembra di poter quindi condividere  l’atteggiamento realistico di Zolo, secondo cui i mezzi bellici e antiterroristici adottati dagli Usa vanno al di là di una lotta contro il terrorismo c.d. globale, mostrando anzi come non sia questo l’obiettivo degli americani,  quanto piuttosto il consolidamento di un primato e di una egemonia politica planetaria fondati sul diritto  unilaterale di usare la forza, come ha icasticamente sostenuto Chomsky. Tristemente ma verosimilmente,  Zolo attestava il fallimento del progetto politico pacifista tanto auspicato da Kant e poi differentemente  ripreso da Kelsen e dall’ultimo Habermas (L’Occidente diviso, trad. di M. Carpitella, Laterza, Roma-Bari 

2005); e in effetti, l’indebolimento delle istituzioni internazionali, nel quale tanta parte ha l’atteggiamento  politico degli Usa, pare confermare questo punto, aprendo per di più lo scenario verso nuove forme di  ingiustizia politica: prima fra tutte, quella del dominio, forma nuova dopo la caduta del bipolarismo, ma già  prognosticata da Kant come lato negativo della Weltrepublik kantiana, quello oscuro e onnivoro della  monarchia universalis, forse destinato più a perire che imperare: “Se si considera la storia di questi stati  semplicemente come il fenomeno delle disposizioni interne dell’umanità, a noi in massima parte nascoste, si  può scorgere un certo procedere meccanico della natura verso quei fini che non sono fini loro propri (dei  popoli) ma della natura. Quando può sperare di sottomettere uno stato vicino, ogni stato tende a ingrandirsi  assoggettandolo, cioè tende a una monarchia universale, a una costituzione in cui ogni libertà non potrebbe  non scomparire e con essa (di conseguenza) dovrebbero scomparire anche la virtù, il gusto e la scienza. Ma  questo stato mostruoso (nel quale a poco a poco le leggi perdono la loro forza), dopo aver inghiottito tutti gli  stati confinanti, si disgrega alla fine da se stesso e si smembra, a causa di insurrezioni e di discordie, in molti  stati minori ciascuno dei quali, in luogo di tendere ad una confederazione di stati, ricomincia il gioco di prima  senza mai mettere fine alla guerra” (La religione nei limiti della semplice ragione, in I. Kant, Scritti morali, a  cura di P. Chiodi, Utet, Torino 1995, rist., III, p. 354, ann.).  

È vero che la formula peace through law – ricordata da Zolo, rievocando il titolo di un bel libro di Kelsen  – si rivela sempre di più una sorta di sogno della ragione, un programma gracile sul piano dell’effettività  spesso brutale delle relazioni internazionali: un’effettività controllata dall’affermazione di grandi interessi  economici e societari, più che di sovranità statuali. Non so quanto, di fronte a ciò, potrebbe rivelarsi proficua  l’augurabile adozione di metodologie non-violente (come quelle esposte nel ‘pacifismo debole’ proposto da  Zolo); è certo però che la guerra genera altra guerra, il terrorismo il contro-terrorismo, la violenza nuova  violenza. Non so se la non-violenza potrebbe davvero essere il positivo argine contro il negativo assoluto  rappresentato dall’arrogante fame del dominio. Zolo invoca correttamente i valori della tolleranza, del  rispetto delle differenze e dell’alterità. Anche se tutto ciò sembra essere più che mai appeso a un filo e  consegnato alla speranza di pochi, la dignità è un elemento irriducibile della persona, e nessuna prospettiva  riduzionistica dovrebbe dimenticarlo. 

L’affermazione dell’autorità politica, pertanto, non dovrebbe mai essere un fine giustificato da qualsiasi  mezzo o pretesto (come ad esempio nel caso della pena capitale): l’affermazione in tal modo diventa dominio.  La morale giuridica e politica ‘europea’ (aggettivo inteso dal punto di vista dell’origo filosofico-culturale, non  geografico-politica: potremmo anche dire moderna, liberale, democratica) considera la guerra e le forme  politiche d’inflizione della morte strumenti inumani del diritto e usi non etici della politica. Non mi sembra  possibile, in definitiva, rinunciare al nesso tra etica e politica. Rinunciare alla pretesa che il diritto – anche  quando diventa strumento di lotta contro la violenza – possa essere più umano e la politica più giusta significa,  né più né meno, rinunciare all’etica e fare posto all’ingiustizia: assumere questa consapevolezza ha un che di  pericoloso.  Contro questo pericolo, occorre abbandonare l’idea di una necessaria giustificazione pragmatica dei mezzi  rispetto agli scopi, e meditare sul paradigma kantiano della sapienza politica, che in appendice allo scritto  sulla pace perpetua opponeva a quello della ‘prudenza politica’. L’opposizione gli permetteva di distinguere la  figura del ‘politico morale’ da quella del ‘moralista politico’, proprio per comprendere il rapporto tra norma  etica e agire politico (Per la pace perpetua. Un progetto filosofico di Immanuel Kant, trad. di F. Gonnelli,  Appendice, I, in I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Laterza, Roma-Bari 19992). Per Kant, tale rapporto  è necessario: perciò ha senso scindere il ‘politico morale’, «ossia qualcuno che intenda i principi della  prudenza politica in modo che possano coesistere con la morale», dal ‘moralista politico’, colui «che si foggia  una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente» (ivi, p. 190). In politica, quindi,  la norma della moralità dovrebbe essere usata nel rispetto del carattere disinteressato del valore morale.  Anche nella veste istituzionale, il compito del politico non dovrebbe mai abdicare alla realizzazione della  dignità della persona, innanzitutto attraverso il consolidamento del nesso promosso da Kant tra etica e  azione: la tutela della dignità è presente nella dimensione reale, interpersonale, degli individui intesi come  agenti morali, e si compie attraverso gli atti, cioè quei valori che costituiscono la tensione dell’agire umano.  Anche per questo, mi pare, la dimensione dell’agente morale come portatore di rispetto si pone oltre la  prospettiva utilitaristica dell’interesse.

24/02/2005
Data
Terrorismo
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