Personale ed impersonale

1. Personalismo e impersonalismo, persona e non-persona, umanesimo e  antiumanesimo si combattono senza respiro, ogni volta che si dibatte sulla coscienza,  la mente, il cervello e l’anima. Quest’ultimo termine, impiegato per secoli e secoli in  filosofia, risulta da tempo assai meno presente, spesso sostituito da quello di mente e  dal mind-body problem, ampiamente discusso nella cultura anglosassone. Tuttavia è  una semplificazione pericolosa, perché mind ed anima non sono la stessa cosa.  Riprendere a riflettere sull’anima come tale, sulla sua eventuale sopravvivenza o  immortalità, e sul rapporto anima-corpo è una vera necessità che coinvolge realtà e  concetti filosofici primari. Da dieci o quindici anni una quota, per la verità  complessivamente modesta, della filosofia e della teologia ha ripreso a meditare  sull’anima, la sua natura e il suo destino in rapporto alla persona. 

 In merito al tema dell’anima e della sua sopravvivenza, osservava con efficacia M.  Scheler: “il declino di questa fede [nell’immortalità] è un segno del venir meno della  coscienza della nostra potenza spirituale” e – si può aggiungere – della nostra dignità.  Noi moderni e postmoderni raramente ci pensiamo come portatori di un destino che  va oltre il tempo, e siamo perlopiù inclinati a pensare la persona come depositaria di  diritti e di dignità, di cui spesso non siamo più in grado di stabilire i fondamenti: di  conseguenza il nostro personalismo è piuttosto all’acqua di rose e poco consapevole  delle sue sorgenti. In realtà un adeguato personalismo non può espungere la questione  della sopravvivenza della persona, né può semplicemente orientarsi verso una  qualche forma di materialismo. Quest’ultimo infatti nega espressamente il fenomeno originario dell’esperienza della persona, cioè l’eccedenza della vita spirituale e  psichica e dei loro atti intenzionali rispetto alla vita corporeo-biologica. Secondo J.  R. Searle, il materialismo è la religione del nostro tempo ed il primo articolo della  trionfante fede scientista. Questa corrente ha esercitato, ed esercita forse ancora, il  maggior influsso sulla ‘filosofia della mente’ e costituisce lo sfondo generale di molti  programmi di ricerca. Non pochi dicono: il materialismo è la scienza, o almeno è una  dottrina ideale per costituirne la base necessaria.  

2. Quest’ultima posizione vorrebbe mettere da parte la questione della persona,  considerata come una costruzione concettuale che è sul punto di essere dissolta dalle  obiezioni delle scienze: se queste dovessero avere la meglio, la realtà della persona  svanirebbe e con essa l’umanesimo. Ed è a questo crocevia che la tesi  antipersonalista incontra la resistenza di filosofie che si imperniano sulla persona. Il  riferimento alla persona è una costante di molta filosofia occidentale, e perdura ancor  oggi nelle svariate correnti del personalismo. Ciascuno intende la straordinaria  portata del problema e la sua posta: non possiamo perdere la differenza  fondamentale tra persona e non-persona, personale ed impersonale, in quanto nella  loro dialettica si decidono si decidono problematiche primarie tra cui il nesso anima corpo, quello tra libertà e determinismo, la possibilità di comunione o meno tra gli  esseri umani, la portata e la soluzione di fondamentali questioni biopolitiche che  oggi dominano la scena. E’ al nesso oppositivo personale-impersonale, in genere  rimasto sottotraccia, che sono dedicate le riflessioni che seguono, secondo cui la  vittoria dell’impersonale segnerebbe la catastrofe della persona.  Naturalismo, materialismo e neuroscienze ritengono di essere sul punto di  impadronirsi dell’ ‘ultimo bastione’ dell’anima, togliendolo alla filosofia per  assegnarlo solo alle scienze. Ne seguirebbe la negazione di ogni eccedenza del livello  spirituale rispetto a quello fisico-biologico, con la riduzione dell’anima alla mente e  di questa al cervello: un personalismo di facciata sarebbe in realtà un  antipersonalismo con marcati tratti antiumanistici. Un personalismo all’altezza del  suo compito non può risolversi ad accettare la rimozione del tema dell’anima e  dell’immortalità che una parte della modernità persegue.  La fede nell’immortalità dell’anima non è la stessa cosa della fede nell’eternità  dello Spirito, di uno Spirito impersonale ed oggettivo: quest’ultima, che non concerne  il singolo e può essere sostenuta da chi nega ogni forma di sopravvivenza personale  (si pensi a Spinoza), non appartiene al personalismo quanto piuttosto alle filosofie  dell’impersonale. 

 3. E’ diventato celebre il grido di battaglia lanciato da Ricoeur su Esprit oltre 30  anni fa: “Muore il personalismo, ritorna la persona”: esso intendeva significare la  necessità di rimettere al centro la persona dinanzi ai rinascenti tentativi di ridurla ad  un Neutro indistinto che conduce all’estinzione dell’umanesimo. Nel proporre la  ripresa dell’idea di persona, Ricoeur aveva dinanzi la situazione francese degli anni  ‘60 e ‘70 in cui i tre fratelli nemici degli anni ‘50, ossia esistenzialismo, marxismo e  personalismo, erano entrati in crisi per l’intervento di nuove posizioni e dottrine tra  cui lo strutturalismo, la genealogia, la postmetafisica, che procedevano in vario modo  alla decostruzione dell’idea di persona. Questo processo è sembrato rimanere sottotraccia negli anni ‘80 e ‘90 per vari motivi tra cui l’impatto storico-mondiale  della questione dei diritti umani che correva sulla bocca di tutti. La data emblematica  del diapason di tale processo è il 1989 quando col crollo del muro di Berlino e la fine  del marxismo reale e dell’Unione sovietica sembrò che la storia avesse raggiunto il  suo vertice. Lo slancio mondiale dei diritti umani e le battaglie combattute in loro  nome sembrò a non pochi incarnare la vittoria del personalismo, almeno di quello  politico, e per certi aspetti forse era così. Tuttavia uno sguardo attento riconosce  anche in quegli anni tanto la reviviscenza dell’idea di persona e del personalismo,  quanto la permanenza ed anzi l’acuirsi di una riserva di fondo sulla nozione di persona e sulla sua consistenza. In effetti sull’onda di due fenomeni – l’esito di talune correnti del pensiero francese  della seconda metà del ‘900 volto verso l’impersonale, e la grandiosa rivoluzione  biopolitica denotata dall’avvento delle biotecnologie -, è da tempo attivo un tentativo  di decostruire l’idea stessa di persona che occorre considerare con attenzione. In esso  si realizza un notevole distacco dalla tradizione dell’umanesimo, che d’altro canto  sembra rimanere l’ultima fede ‘laica’ dell’uomo occidentale: ma per quanto tempo  ancora? 

4. La concezione classica della persona (Boezio, Tommaso, Rosmini, Maritain) e il  correlato personalismo ontologico possiede una notevole capacità di inclusione che  gli consente di dialogare con una vasta gamma di personalismi: personalismi  dialogici ‘io-tu’, personalismi della terza persona (‘egli/ella e loro’) e personalismi  che si volgono all’intero arco delle relazioni corte e lunghe, private e pubbliche. Essa  però mostra un fianco chiuso verso l’idea impersonale secondo cui i soggetti empirici non pensano in prima persona, non sono dotati di un intelletto loro proprio ma sono per così dire abitati da un intelletto unico e universale che pensa in loro e che non  appartiene a loro. Questo sarebbe un terzo impersonale e neutro: un esso, non un  egli/ella. Assumendo tale posizione si dà via libera allo spinozismo, al determinismo,  al necessitarismo, per cui la persona scompare e il personalismo si riduce a flatus  vocis.   L’elogio dell’impersonale cerca in un passato tanto recente quanto remoto della  storia della filosofia dottrine e autori cui appoggiarsi nel movimento di decostruzione  dell’idea di persona. Collegando la propria impostazione alla ‘scuola francese’ di V.  Jankélévitch, M. Blanchot, G. Deleuze, M. Foucault, Terza persona. Politica della  vita e filosofia dell’impersonale di R. Esposito (Einaudi 2007) sostiene  fondamentalmente tre tesi che mirano a decostruire ogni forma di personalismo.  Secondo la prima “il personalismo moderno, in tutte le sue espressioni, reinstalla in  ogni individuo la separazione tra soggetto personale ed essere umano” (p. 16) al  posto della loro identità. Si tratta di un assunto che colpisce in particolar modo il  personalismo ontologico il quale viceversa approva l’identità di persona e di essere  umano: là dove esiste un essere umano, denotato come tale dal suo corredo genetico,  in qualsiasi grado del suo sviluppo sia, siamo identicamente dinanzi ad un soggetto  personale, per cui anche il biologico-genetico appartiene all’ambito dell’umano. Invece secondo Terza persona il personalismo moderno, tanto cattolico quanto laico,  si qualificherebbe per il dominio esercitato da ogni uomo sul proprio essere animale e  corporeo, inteso come un substrato non-umano.  

 In secondo luogo l’opera afferma che la ‘terza persona’ è una non-persona: la terza  persona singolare, “a differenza di queste [io e tu, prima e seconda persona] è l’unica  a non avere connotati personali, al punto di poter essere definita ‘non-persona’ “ (p.  19).  

 Questa affermazione proposta in termini inequivoci stimola a riflettere sui pronomi  personali. Se consideriamo la sequenza ‘io-tu-egli/ella’ (attenzione: si è scritto  ‘egli/ella’, non ‘esso’), è immediato intuire che ‘egli/ella’ sono semplicemente un ‘io’  ed un potenziale ‘tu’. Le quattro forme del pronome personale singolare (io, tu,  egli/ella) rappresentano persone con la loro esistenza sostanziale ed individuale: anzi  nella terza persona è presente la distinzione tra maschile e femminile che è assente  nell’io e nel tu. Alla terza persona singolare appartiene anche il neutro ‘esso’. Mentre  ‘esso’ è quell’oggetto di cui si dice tra io e tu, ‘egli/ella’ è quella persona di cui si  parla tra io e tu. L’egli/ella è qualcuno, non qualcosa. L’assimilazione della terza  persona solo all’esso (it), ossia al pronome neutro ed alla non-persona, ospita una  specifica forma di nichilismo: quella variante centrale di nichilismo in cui  scompaiono i volti ed in cui viene meno e si disfa l’umanesimo. L’enfasi sul Neutro  al posto del personale rischia di comportare il nichilismo antropologico che riduce la  persona a non-io, a struttura impersonale in cui si esprime la mera vita ed il dominio  biopolitico su di essa, ossia la potenza della tecnica. Il Neutro è la negazione del  movimento della vita verso la coscienza, la soggettività, la personalizzazione, la  relazione e perfino verso la politica. L’egli/ella e il ‘loro/essi/esse’ sono infatti il fondamento del politico, dal momento  che né il solo ‘io’, né il solo ‘tu’, né la loro endiadi bastano a costituire il politico. I diritti dell’uomo o della persona sono riferibili solo all’’egli’ ed agli ‘essi’ personali,  ossia all’universale concreto dell’altro personale. Senza l’egli/ella e gli essi/esse la  Dichiarazione universale del 1948 svanisce, non ha oggetto. L’io e il tu non fanno  una polis, sono solo una semplice coppia. Fermarsi solo all’io-tu implica non solo che  non vi è polis, ma neppure diritto il quale presuppone la società ed un terzo, un ‘egli’  al di sopra delle parti, chiamato a giudicare. 

 5. Le posizioni di Terza persona si presentano con nuovi sviluppi nel volume Due.  La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (Einaudi 2013), ricco di  riferimenti inediti e volto verso la centralità di un pensiero comune sovrasoggettivo.  In quest’opera Esposito procede lungo due cammini: quello di sottoporre a critica la  determinazione classica di persona e quello di chiamare in causa una nutrita serie di  autori (medievali come Averroè e moderni come Spinoza, Bruno, Schelling,  Nietzsche, Bergson, Deleuze) per appoggiare l’istanza di una filosofia  dell’impersonale.  

 Riprendendo il discorso del libro precedente, l’autore sostiene: “Tutte le categorie  filosofiche e politiche che adoperiamo, a partire da quella, romana e cristiana, di  persona, riproducono ancora un dispositivo escludente”. Possiamo considerare tale  asserto come la terza tesi dell’autore, strettamente legata all’assunto che nel  dispositivo della persona sia presente un dualismo in ordine al nesso tra corpo ed  anima, che può essere portato ad unità (il due che diventa uno) attraverso un  assoggettamento di un termine all’altro, che equivale all’esclusione dell’altro. Si  potrebbe eccepire sul linguaggio impiegato che lega abusivamente termini di origine  politica (esclusione, assoggettamento) con termini ontologici (persona, pensiero,  corpo, anima), provocando una frequente possibilità di cortocircuito tra filosofia e  politica. 

 Standocene al linguaggio ontologico-metafisico che è il più profondo ed il più reale  fra tutti, appare infondato sostenere che la nozione di persona sia escludente, dal  momento che tutti gli esseri umani sin dal concepimento sono identicamente persone:  tale nozione vale dunque come quella che massimamente include. La nozione di  persona è un nomen ontologicum substantiale e solo su questa base può essere  assunto come nomen axiologicum o nomen dignitatis. La concettualità ontologica  risulta necessaria anche per districare il delicato problema del nesso anima-mente corpo, capace di riconoscere il valore del corpo (soma), il suo rapporto non conflittuale con lo spirito, e la diversità del corpo/soma dalla carne/sarx. Senza queste  fondamentali cautele accade all’impersonalismo di sostenere che “per essere persona,  è necessario avere il pieno possesso di una materia corporea di per sé priva di valore,  perché chiusa in un corpo di carne”, o che la “frattura tra ragione e corpo, o uomo e  animale, è destinata a costituire uno dei più stabili presupposti del dispositivo della  persona” (corsivo mio, p. 113ss). Il concetto di persona avallerebbe dunque il  dominio e la frattura sulla riconciliazione, sarebbe una nozione intrinsecamente  incapace di ospitare qualsiasi forma di unità e di cooperazione tra le sue parti.  

 6. Che nella persona esistano due nuclei (anima e corpo) e dunque una dualità,  nessuno vorrà negarlo. Ma il vero problema non sta nell’ammettere questo, bensì  nello stabilire il rapporto reale tra tali due nuclei, se cioè esso sia un totale dualismo  alla Cartesio o una polarità tenuta insieme dalla forma come accade in Aristotele e in  Tommaso d’Aquino. Esposito non prende in considerazione l’ilemorfismo con la tesi  reggente dell’unità della forma sostanziale che tiene coeso l’uomo o la persona, (e  parimenti l’unicità dell’atto di esistere sostanziale/actus essendi che la vivifica e ne  certifica l’unità sorgiva), e si volge piuttosto ad Averroè il quale aprirebbe “uno  spazio teoretico in cui né il paradigma cristiano-romano di persona, né quello,  moderno, di soggetto trovano posto” (p. 162).  

 In effetti il Gran Commentatore è contro il pensiero personale, essendosi  manifestato a favore di un unico Intelletto comune e impersonale che pensa in noi per  tutti gli uomini. Secondo Averroè l’intelletto agente e quello possibile sono separati  dal soggetto individuale, sono unici per tutti, impersonali, e la loro immortalità nega  quella dei singoli esseri umani. Spostando l’intelletto fuori dal soggetto, Averroè  procede a compromettere la dottrina della persona ed a revocare in dubbio  l’immortalità dell’io, mentre viene emergendo un unico Intelletto possibile, che  alcuni secoli più tardi rinascerà nella modernità come Io trascendentale che derubrica  a soggetti empirici con scarso valore e dignità le persone che pensavamo di essere.  L’elogio dell’impersonale diventa l’esecuzione capitale della persona, mentre diventa  assai arduo salvare la sua libertà e responsabilità. Tra persona e non persona/impersonale non c’è termine medio, in quanto l’impersonalità del pensiero  contraddice la personalità dell’intelletto del singolo.  

 Giova qui ricordare che la battaglia idealmente più “cruenta” e decisiva affrontata  da Tommaso d’Aquino venne combattuta contro gli averroisti latini, e proprio in  merito all’esistenza di un unico Intelletto possibile che pensa in noi e per noi: solo  tale intelletto sarebbe immortale, immisto, ingenerato ed eterno, mentre noi siamo  completamente mortali (cfr. De unitate intellectus contra Averroistas).  

 Tiriamo qualche conclusione. Sul piano di una ricognizione storiografica non si  nega la presenza nella filosofia moderna di una forte vena antipersonalistica, di cui  Spinoza, Hegel, Nietzsche, Gentile e Kelsen potrebbero essere i vertici. D’altro canto  la sequenza appena richiamata non copre numerose altre espressioni della modernità  di chiaro impianto personalistico (Locke, Kant, Rosmini, Maritain, Scheler e tanta  parte del personalismo del XX secolo), e specialmente non riguarda il personalismo  ontologico di provenienza classica.  

 In virtù dell’ilemorfismo e della nozione di anima “quale forma del corpo avente la  vita in potenza”, la nozione classica di persona, oltre a colmare il diffalco o la  “frattura” tra anima e corpo, supera lo scarto tra personale ed impersonale, che si  vorrebbe ricondurre allo iato tra una area superiore razionale ed una inferiore,  biologica ed animale, completamente separate e tali che la seconda sarebbe non umana. Come già ricordato, questa tesi dimentica che nell’essere umano ogni parte,  anche la più legata alla biologia, è interamente e compiutamente umana. Nella vita  del soggetto-persona non vi è nulla di impersonale. Non si danno sostrati impersonali  da cui poi emergerebbe il personale, il che costituirebbe un vero miracolo: tanto  l’inconscio istintuale quanto il sovraconscio spirituale sono individuali e personali, in  virtù della grande tesi per cui il costitutivo essenziale dell’umano è il logos ed in virtù  della già richiamata posizione sull’unità della forma sostanziale.   

7. La filosofia dell’impersonale avvia verso periodiche crisi la dottrina della  persona, in quanto sembra perdere la specificità dell’umano, comprimendola verso un  livello generico di unità dell’essere vivente, ossia sul piano della zoè e di un concetto indifferenziato ed del tutto immanente di vita. Rimane infine problematica  l’apparente inconsapevolezza della filosofia dell’impersonale in ordine al fatto per  cui compromettere il contenuto fondamentale dell’idea di persona comporta gettare  l’interdetto sulla tavola dei diritti primari che spettano alla persona. I diritti sono  infatti qualcosa di personale, non di impersonale, e senza persona non esiste alcun  diritto, e tanto meno il Diritto. La persona è infatti il Diritto sussistente secondo la  vigorosa e geniale intuizione di Rosmini nella Filosofia del diritto. In senso contrario  si muove Kelsen teso ad affermare una concezione oggettivistica del mondo e  dell’essere umano: “Una concezione oggettivistica del mondo, viceversa, parte dal  mondo per arrivare all’io. Essa presuppone una oggettiva ragione universale, uno  spirito del mondo di cui le soggettivizzazioni o concretizzazioni, gli individui che  conoscono e vogliono, sono solo forme fenomeniche assai effimere e temporanee, i  cui spiriti sono coordinati e affini, solo in quanto parti integranti dello spirito  universale del mondo, la cui ragione conoscente è solo emanazione della suprema  ragione universale, il cui io non è che il feudo dell’io universale unico sovrano…”.  Espressioni particolarmente rivelatrici nella loro asprezza antipersonalistica, in cui la  ‘persona’ è solo un feudo di un ipotetico io trascendentale, e che limitano di molto la  portata della pur nobile idea della civitas maxima, spesso avanzata da Kelsen. 

8. L’impersonale e la biopolitica. La questione dell’impersonale tenta in vari modi  di insinuarsi nella biopolitica per cambiarne senso e finalismi. L’istanza biopolitica di  tipo meramente tecnico-funzionale e priva di ogni adeguata determinazione  dell’essere-persona, sostiene la separazione tra essere umano e persona, mentre il  personalismo ontologico si pronuncia a favore dell’identità tra essere umano  (denotato dal suo codice genetico e da un genoma irrefutabilmente umano) e persona,  come già osservato. 

 Si tratta di posizione opposta a quella utilitaristica e funzionale secondo cui non vi è  alcuna equivalenza tra persona ed essere umano nel senso che per diversi autori di  tale indirizzo (cfr. in specie il primo Engelhardt) si diventa persone alcuni anni dopo  la nascita, e si cessa di essere persone qualche tempo prima di morire. Ne segue che  le “non-ancora persone” e le “non-più-persone” restano nella disponibilità delle  persone. In sostanza la posizione profondamente problematica dell’utilitarismo e del  funzionalismo è che il diritto alla vita non è incondizionato dal concepimento sino  alla morte naturale, per cui non vale per alcune classi di esseri umani non-persone:  schiavi, neonati, deformi, appartenenti a gruppi umani da noi considerati inferiori. 

 9. Communio personarum. La filosofia dell’impersonale toglie di mezzo il valore  reale delle relazioni tra persone e finisce per render vana quella communio  personarum, quella aspirazione profonda in noi alla comunione tra le persone e al riconoscimento reciproco. Dobbiamo invocare che tornino i volti, se vogliamo che  non si riproducano indefinitamente individualismo e solitudine. La comunione tra le  persone rappresenta qualcosa di più della loro relazione che non di rado, affaticata  dalle contingenze della vita quotidiana, può risultare scontata e superficiale.  L’autentica communio personarum include e cela un mistero di gratuità, di dono, di  amore agapico. La comunione tra i soggetti personali è vita, gioia ed eterna novità.  Quando la persona la raggiunge, accade l’incontro degli spiriti e dei cuori. Non  l’impersonale ma solo i soggetti personali sono capaci di comunicare, di guardarsi in  volto, di entrare col più delicato rispetto nell’anima l’uno dell’altro, nella soggettività  dell’amato/amata. Tale soggettività è come la Terra Promessa: qualcosa che non  diventerà mai definitivamente e completamente nostra e che mai finiremo di  conoscere e di amare. 

 La comunione tra le persone non è solo una forte smentita dell’impersonale ma  anche del materialismo. La comunione non può avvenire tra parti di materia che si  toccano dall’esterno, ma solo nel dominio dello spirito dove si esprime un’armonia,  un ordine segreto, una musica interiore che il soggetto può ascoltare. 

Persona e personalismo raggiungono il loro grado più compiuto quando ci si innalza  alla communio personarum del riconoscimento reciproco, della circolazione delle  soggettività, del dono allo scoperto del proprio io. Tutto ciò configura una conquista  da un lato, ma dall’altro e forse in misura maggiore un dono dall’alto. La scoperta  della Verità e del Bene, quell’intenzione alta ed autentica che si accende nelle nostre  vite, non può accadere solo attraverso un rapporto o uno scambio intellettuale, ma  nell’incontro amicale, aperto, comprensivo, misericordioso che ha il suo vertice in  Dio. 

 Sembrano parole troppo forti, eppure sono autentiche: dovunque accada una reale  comunione di soggetti, là è presente il Soggetto divino che realizza e infine innalza  tale comunione. Se volgiamo lo sguardo all’ambito della rivelazione cristiana la  communio personarum riconosce il suo vertice compiuto nella Trinità, ed una  realizzazione parziale ed in divenire nel popolo di Dio. Se ben si riflette, le persone  comunicano realmente e veramente, uscendo dunque dalla sfera della chiacchiera e  del ‘si dice’, quando si pongono in relazione attraverso Dio e l’essere con le sue  proprietà trascendentali; unità, verità, bene, bellezza. Allora l’isolamento del singolo  si spezza e la comunione accade entro un amore generativo in cui la persona è  disposta ad incontrare tutti.  Dunque lo spostamento necessario ed ineludibile dall’impersonale al personale è  cammino verso la vita autentica; è con-versione verso l’altro e viceversa. Da questi  cenni si comprende agevolmente quanto sia necessario rifare l’antropologia e  chiamare il personalismo contemporaneo ad un nuovo sforzo di penetrazione. In  realtà nessun uomo è un’isola (Th. Merton), nessun uomo non nutre una sempre  rinascente speranza di entrare in comunione di vita e di intesa con qualcuno13. Ma  quanto è vicina questa speranza?

10. Ciò pone un compito essenziale per la Chiesa ed il cristianesimo: quello di  conoscere il contesto culturale e spirituale che si ha di fronte in tutte le sue  fondamentali caratteristiche, comprese quelle concernenti il personale e  l’impersonale, poiché l’evangelizzazione non può avanzare se colui che ci sta dinanzi  è per noi un’incognita. 

 Ora, oltre ad elucubrazioni filosofiche alquanto rarefatte ed un poco astratte, due  sono state nel XX secolo le forme fondamentali dell’impersonale, entrambe  largamente diffuse. Una delle due – il marxismo – è finita, l’altra, quella centrata sul  singolo ed il suo libertismo, continua ad essere attiva ed anzi accresce il suo  pervasivo influsso. Il marxismo, ateo, assetato di giustizia e caratterizzato in senso  messianico-intramondano, non ha conosciuto l’universo della persona: glielo  impediva il suo materialismo sorgivo, la sua idea che l’individuo è interamente  mortale, semplice momento di incarnazione, temporanea e transeunte, dell’essenza  della specie, di modo che il singolo è ricompreso ed assorbito interamente nella  totalità sociale che è l’unica a contare. Secondo Marx “L’essenza umana non è  un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, essa è l’insieme dei  rapporti sociali” (VI tesi su Feuerbach). La conseguenza di tali posizioni teoriche è  che una reale comunione delle persone sarà molto rara e giocata eventualmente nel  senso del col-laborare, ossia lavorare insieme per uno scopo sociale.  

 Col crollo del marxismo è venuta meno una forma forte e diffusa di  impersonalismo, e si è riaperta la possibilità per un riconoscimento concreto della  persona e del personale. Ma oggi il reale avversario del personale, che si mostra  attivo, complesso e diffuso, va individuato altrove. Non si basa su raffinate tesi  speculative, non comporta una prospettiva rivoluzionaria globale come il marxismo,  ma si fonda interamente sul singolo. Su un singolo che fa perno solo su se stesso, che  non si preoccupa della rivoluzione sociale e della giustizia, ma solo di quanto lo  concerne e gli interessa proprio come singolo che coltiva il proprio benessere,  edonismo e compiacimento autocentrato. E’ quanto si potrebbe chiamare l’ateismo  libertino o anche più modestamente ateismo del consumatore che ha di vista solo se  stesso. Col crollo del marxismo tale sembra la forma di vita dominante in Occidente,  difficile da evangelizzare, come mostra agevolmente l’evidenza del presente. Anche  in questo contesto la comunione tra le persone resta rara, sia perché prevalgono le  forze impersonali del mercato, del denaro, dello Stato, sia perché l’individuo si ritiene  un’isola, un tutto compiuto che cerca di minimizzare la relazione con l’alterità. 

23/10/2016
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