Il 24 ottobre dell’italica nazione. Una riflessione su Viva Caporetto di Curzio Malaparte.
Il rovescio della medaglia nella guerra del 1915-18: così è stato definito Viva Caporetto! il libro scritto nel dicembre che seguì l’armistizio e pubblicato (a proprie spese) dall’esordiente Curzio Suckert nel 1921, presso un piccolo editore di Prato. Ripubblicato lo stesso anno con il titolo La rivolta dei santi maledetti, per i tipi della Rassegna internazionale di Roma, il libro fu poi ristampato nel 1923 con uguale titolo ma con qualche modifica e con l’aggiunta di una lunga Prefazione «Ritratto delle cose d’Italia, degli eroi, del popolo, degli avvenimenti, delle esperienze e inquietudini della nostra generazione»1. Le tre edizioni del libro furono immediatamente sequestrate sotto tre diversi governi: Giolitti, Bonomi, Mussolini.
All’inizio della guerra, nel 1914, l’autore del libro è un sedicenne, fuggito da casa e dal collegio Cicognini di Prato per arruolarsi come volontario nella Legione Garibaldina delle Argonne. Ha combattuto volontario come soldato semplice di fanteria fino al settembre del 1917 e poi come ufficiale di una Sezione Lanciafiamme d’assalto, sul Col di Lana sulla Marmolada, sul Col Briccon sul Piave, sul Grappa, a Bligny, sullo Chemin des Dames; è stato varie volte ferito, varie volte decorato al valore e per invalidità di guerra. Dal 1925 Curt Erich Suckert, adotta il nom de plume
con cui diventerà universalmente famoso: Curzio Malaparte il creatore di Kaputt e della Pelle, libri dei quali Viva Caporetto! contiene in germe – per esplicita ammissione dell’Autore – i temi e la logica compositiva2.
Esclamare Viva Caporetto! poteva suonare provocatorio: quasi un inneggiare a un evento traumatico che, nell’Italia di allora, molti trovavano avvilente e vergognoso. E invero Viva Caporetto! addita il rovescio della medaglia, l’inverso del mito oleografico della grande guerra, ne denuncia senza infingimenti e senza alcuna «carità di patria» il lato meno celebrativo, mostrando impietosamente «di che lagrime
grondi e di che sangue». Ma il rovesciamento più significativo che questo libro produce è espresso, con accenti più radicali, dal titolo della seconda edizione: La rivolta dei santi maledetti. Bene ha fatto Mario Isnenghi ad affiancarlo al titolo originario nella ristampa per Mondadori nel 1981, così da inserire, già in epigrafe, una chiosa amaramente esplicativa di quel grido. Risuonando insieme, i due titoli sembrano generare un’invocazione liturgica, la parola vivente di un canto processionale: Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti.
Ma cosa fu Caporetto per Curzio Suckert? Certo non fu l’opera perpetrata o commissionata dai disfattisti (ciò che anche si disse), e non fu nemmeno un evento paradossalmente riconducibile agli entusiasmi, più o meno immediatamente patriottici, dell’ultimo anno di guerra. Il 24 ottobre del 1917 per un momento alcuni uomini sembrano respirare in un comune afflato. Uomini non tra i meno significativi, come Croce e Gentile, uniti in quella concorde evocazione religiosa di Caporetto di cui diverrà simbolo l’appello all’unità della Nazione3. Pure, nella mente del giovane Curzio, ciò che avvenne a Caporetto non fu il «fulmineo rovescio della terza decade di ottobre», come ebbe a dire Croce; né fu, secondo la formula di Gentile, «la via crucis della ritirata»; neanche, con le parole di Fortunato Pintor, quel che «pare ancora adesso un sogno». No: non fu un sacrificio doloroso ma in definitiva utile al popolo, alla patria, alla nazione, nel significato ideale, capace di instaurare una ‘specie di religione’, una rappresentazione collettiva di ‘fede e guerra’. Quanto al significato ‘economico’ o ‘reale’ di questo sacrificio: la perdita di una parte per la salvaguardia del tutto. Oppure, quanto al significato politico-rituale: il disordine necessario all’istituzione di un nuovo ordine. Questi significati troveranno qualche rispondenza nella torsione ‘eroica’ che Malaparte darà poi al fenomeno Caporetto nel 1923 in Europa vivente. Storia del sindacalismo rivoluzionario e soprattutto nella Prefazione aggiunta – senza evidenti imbarazzi – alla terza edizione del libro4. Nel
testo del 1921 però, no: Caporetto non servì l’atto di fondazione di un nuovo ordine politico; piuttosto volle descrivere come e perché il cerchio della guerra fosse stato rotto d’un balzo da uomini animati da un altro afflato, quello proprio dei cuori che avevano disperato.
Cosa fu dunque Caporetto? Il dibattito sulle ‘cause’ oggettive e soggettive di Caporetto non è mai finito. Battaglia perduta, tradimento, atto d’insubordinazione contro la Patria, contro la Nazione, errore di calcolo da parte degli alti comandi? Vi fu dolo, incompetenza, insufficienti informazioni, risorse inadeguate? Sembra che l’enorme mole di materiali sull’effettivo andamento di quell’episodio della grande guerra si sia recentemente arricchita dei rapporti redatti dagli ufficiali italiani catturati in gran numero dagli Austriaci sul luogo della sconfitta. Questi materiali d’archivio – il cui esame è ancora in corso – potranno sicuramente aggiungere nuovi dati e nuovi elementi di giudizio. Non abbiamo invece bisogno di spiegazioni supplementari quanto alle conseguenze di Caporetto. Sappiamo che nella strategia bellica italiana quella disfatta produsse la svolta determinante: da guerra d’attacco a guerra difensiva, dalla distruzione alla conservazione delle vite umane.
Il giovane Suckert ignora volutamente le spiegazioni correnti sulle cause e ostenta sufficiente distacco per i mutamenti nel frattempo operati nella direzione militare “nemica della fanteria”, che, nonostante la sconfitta, riprese il controllo di quel disastro… facendo saltare i ponti dell’esodo5. Sin dalla prima pagina egli affronta il problema Caporetto con l’approccio già ‘malapartiano’ che distinguerà i successivi scritti politici e i racconti della maturità.
Non tutti potranno leggere questo libro. Bisogna aver disceso tutti gli scalini dell’umanità per mordere alla radice stessa della vita, aver «mangiato la terra e averla trovata deliziosamente dolce» […] Non è un libro di guerra, questo. È il libro di un uomo che fin dei primi giorni è entrato, come volontario, nel cerchio della guerra, a capo chino, bestemmiando (non Dio), e che ne è uscito, all’ultimo giorno, benedicendo Dio, a capo chino, come un francescano; di un uomo che ha lasciato la trincea assetato d’amore e di
pace, ma avvelenato fin nelle radici d’odio e di disperazione. […] Non tutti potranno leggere questo libro, perché non tutti avranno disperato.6
«Aver mangiato la terra e averla trovata deliziosamente dolce»» è una bellissima esemplificazione della «regressione dell’uomo europeo verso la sua forma antica, verso la sua antica immagine»; ma, come apprendiamo da un racconto degli anni Quaranta (Terra come me, compreso nella raccolta Donna come me7), è anche un’abitudine che il giovanissimo Curt precocemente condivise con i fratelli Sandro, Edda, Alessandro, Ezio e Maria. Ai fratelli «un giorno viene il ruzzo di andare in giro ad assaggiar tutte le terre dei dintorni di Prato». Partirono, infatti, la sorella Edda in testa e gli altri al seguito, alla ricerca della terra da cui erano nati e di cui erano fatti, la cercarono a lungo, inutilmente, con disperazione crescente, prima di tornare a casa sconfitti, per accasciarsi scorati, avviliti, chi nell’orto, chi nel suo angolo di giardino, chi accanto alla pianta preferita. E solo per caso, lì, ciascuno trovò il gusto perduto della terra di cui era fatto. Tra i racconti, non si trova «Una guerra come me», forse perché attendeva il compimento dell’intera opera di Malaparte per essere «quale lui l’avrebbe voluta»: in modo «che gli somigliasse, che fosse il suo ritratto» e insieme la sua biografia.
Questa «guerra come me», annunciata, proclamata, attesa, sarà peraltro sofferta come la colpa originaria dello scrittore; i critici, gli siano amici o nemici, punteranno il dito sulle arbitrarietà (diciamo pure sulle palesi invenzioni) sempre, puntualmente rintracciate nella sua tetralogia sulla guerra (quella che stringe insieme Viva Caporetto! Kaputt, La pelle e Mamma marcia). Vivaci contestazioni, violente polemiche e chiamate di correità convengono bene al clima che da subito aleggiò attorno a Viva Caporetto! Curzio Suckert – che a Caporetto non c’era stato – tranquillamente e orgogliosamente rivendicò a sé il diritto di farne le vendette ovvero di ristabilire nel loro diritto gli eroi in rivolta. Vedremo poi quale peso questa rivendicazione assumerà nello svolgimento del libro.
Ma se mai si volesse sostenere che lo scrittore non può addurre alcuna attendibile testimonianza – l’uso arbitrario delle ‘fonti’ giovando perfettamente alla sua arte – basterebbero allora a giustificarlo i toni insieme elegiaci e drammatici con i quali egli introduce la prima persona del dramma: il Fante come me, il Fante come io lo vorrei. Va da sé però che il ritrovato gusto della terra prelude e dispone ad altro, alla reale discesa nella guerra. Per la rude via che mena alle fatidiche giornate dell’ottobre 1917, «Caporetto non è semplicemente un episodio militare: è una fase dell’evoluzione dell’umanità»8;
e Viva Caporetto! è la tanto agognata e trionfale testimonianza – resa a giro intero, «in carne ed ossa» – del soprassalto di vita dell’uomo, dell’umanità. L’uomo «che ha lasciato la trincea assetato d’amore e di pace, ma avvelenato fin nelle radici d’odio e di disperazione», non è lo stesso uomo «entrato, come volontario, nel cerchio della guerra, a capo chino», borbottando, «trotterellando», con «il coraggio rassegnato» e la tranquilla, ironica bontà e indifferenza alla morte che fu propria dei fanti italiani durante i primi mesi del 1915.
Perché, nel frattempo, il non ancora ventenne Curzio, quest’esordiente nell’arte e nella vita, aveva visto ciò che nessuno aveva voluto vedere e che il popolo delle trincee era il solo ad aver visto: quel rovesciamento del mito patriottico di cui hanno una postuma e inane coscienza i caduti per la salvezza della patria. Per questi uomini della terra quel mito si mutò in chiaroveggenza quando, improvvisamente sottratti al loro naturale morire, compresero d’essere destinati invece a procombere entro i grigi scenari che la guerra allestisce sulle alture fredde e desolate dove i caduti restano per giorni appesi ai fili dentati dei reticoli. Lì, di fronte a un nemico invisibile, la morte si è fatta loro incontro con sembianze ignare d’ogni ragione e d’ogni sentimento; non la dolce morte naturale, che sembra sorridere sul volto dei contadini composti nelle loro bare, ma le maschere agghiaccianti, i corpi sfigurati dai gas e dalle esplosioni, le forme inevitabili dei cadaveri che li affiancano9.
Curzio Suckert l’ha scritto nella prima pagina, lo ripete lungo tutte le centoventi pagine del suo libro. «Basta un poco di bontà per convincere il fante a morire». Ma molte, troppe sofferenze hanno saturato d’odio il fante. E con l’odio, con la disperazione, muore l’uomo naturale e nasce l’uomo umano, l’uomo umanato10. La mite sopportazione e l’indifferenza alla morte, ciò che era prima, cede il passo all’odio, alla disperazione, al sentimento della vendetta. Il fante ha appreso il prezzo della morte: non già della morte meccanica, inulta, ma della propria morte, di cui serve «far le vendette» ricomprendendo il sacrificio per la patria – contro la Nazione.
Caporetto è la parola (nel senso dell’antico mythos) piantata nel luogo in cui la storia dell’uomo naturale subisce una svolta. L’uomo naturale non ha vera storia. Nasce, vive e muore in stretto legame con la terra, ma ignora gli eventi e le possibilità della storia. Curzio Suckert non lo nega. Al contrario: lo discopre nell’uomo umanato. Sia Caporetto una «rotta» necessaria o una «rivolta» gratuita, sia il nuovo inizio o soltanto l’inizio dei problemi, è per essa che i fanti, gli uomini umanati, hanno perduto l’equilibrio naturale. Ormai sanno che non la faranno franca. Possono sperare di non essere spazzati via, ma difficilmente possono sottrarsi alla crescita in intensità del pathos patriottico sotto la pressione e nella stretta della crisi della Nazione, come pure al pathos di vendetta cui sospinge il giovanile ardore. Ai fanti di
Caporetto spetta «vendicare» le offese inevase, inassolvibili e degradanti, e vegliare alla necessaria riparazione per i corpi vulnerati e per gli animi umiliati11. Allora, affinché non risulti inutile continuare a interrogarsi sull’uomo umanato, a Curzio Suckert tocca prendere il posto di resistenza del povero «cristianissimo fante». Lo comprendiamo paradossalmente seguendo la polemica antidemocratica e antiliberale degli «eroi capovolti» (capovolti, s’intende, rispetto agli eroi rappresentativi, ai representative men nell’accezione romantica e puritana che fu di Carlyle e di Emerson). In Ritratto delle cose d’Italia, e negli stessi anni in Europa vivente, il tema presta il destro a vere e proprie filippiche contro il comune spirito nazionale e a sostegno della necessità di «sottomettersi alla tirannia legittima degli eroi». Per il povero «cristianissimo fante», questo dovrebbe comportare una rinascita come primo «eroe capovolto»: nella sua «solitaria grandezza» erede dell’autentico individualismo precipuamente antimoderno dei latini. Se non fosse che questa «fase dell’evoluzione dell’umanità» meglio rappresenta il profondo processo di rinnovamento e di libertà inerente alla razza che «si semplifica» per acquisizione e per graduale assimilazione della sua vicenda12. Dopotutto non sono stati i malfunzionamenti dello Stato e neanche le fisiologiche strategie d’adattamento alle condizioni di esistenza della modernità a ritorcersi contro le coscienze individuali – come s’è già detto, per Curzio Suckert, la rivolta di Caporetto ha carattere precipuamente drammatico, inquietante e doloroso.
Tenerne conto aiuta a precisare il rapporto in qualche modo visionario tra fatalità, eroismo e rivoluzione che infiamma il sentimento italico del giovane estensore della Prefazione del 1923. Si faccia pure pletorica e occasionale protesta contro l’«antieroica nazione italica». Per nulla fatidico è però il castigo della nazione di cui si carica lo «sciopero» degli «eroi capovolti». Neppure va intesa alla lettera l’identità tra la «fatalità rivoluzionaria» dell’ottobre 1922 e «l’eroica fatalità che si era già manifestata in bene a Caporetto». Cos’altro dichiara quindi il «continuo rapporto di identità lontane» di cui è piena non solo la storia ma anche «la quotidiana
cronaca di ciascuno»13? Per insensibili e successivi mutamenti d’accento, l’Autore è passato dall’informato richiamo allo spirito nazionale, classico, cattolico e risorgimentale, di Dante, Machiavelli, Vico, Leopardi e Gioberti, al «compito eroico e tremendo di avversare […] lo spirito antieroico del nostro popolo». E altrettanto insensibilmente e progressivamente, attraverso la rivolta di Caporetto, egli ha colto il germe dell’usurpazione che s’annida nell’annichilimento del potere tipico delle fasi di disordine14.
Eccolo allora pronto a sostenere i marinai di Lissa, i fanti di Custoza, di Adua e di Caporetto, «inconsapevoli e innocenti attori del continuo dramma», e a soccorrervi con l’azione che – scrive – egli stesso prepara con Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti.
In questo clima morale, nel dicembre del 1918, Curzio Suckert si dispone a dirigere la rivoluzione contadina dei cristianissimi fanti, un’impresa dissolutiva e ricostruttiva, una «usurpazione» appunto. Appresta piani, prevede dislocazione di forze, si riscuote da deprecate inerzie per scrivere, al chiuso di una buia e tetra spelonca, il suo proclama, l’appello alla rivolta. Già pronto a diventare, per antifrasi, il Bonaparte del suo tempo, denuncia lo scontento dei suoi «ozî renani, parigini o polacchi», delle passeggiate al chiaro di luna, delle merende spensieratamente consumate, dei «piaceri sofferti». Una «certa expectatio futurae beatitudinis; un’impossibilità di vivere, quasi; […] un male di cui il solo rimedio è non tentare di guarirne»,15 reclamano un nemico. In seguito, Suckert/Malaparte non si mostrerà altrettanto incline a volgere le sue esperienze in autointerpretazione16. Qui, invece, coerenza vuole che inciampi di continuo in ossimori e paradossi, «vittima di insistente e occasionale fortuna». Ed è allora che elegge a prototipo del «sottilissimo male» della sua generazione, generazione napoleonica, il disperato e orgoglioso Julien Sorel di Le rouge et le noir. «Ho bisogno di vendicarmi su qualcuno. Di me, di me su qualcuno: un amico, un nemico: un uomo! Temo gli uomini. So che mi somigliano. Che abbiamo le stesse inquietudini».
Di ciò apprendiamo soprattutto nella quarta parte della Prefazione del 1923. Curzio Suckert progetta la sua azione e, trattenuto in quell’azione, ne fornisce gli intimi e plausibili motivi: le inquietudini metafisiche, il contraddittorio incrociarsi di desideri, le morbose agitazioni, gli scrupoli crescenti. L’usurpazione del potere li implica tutti, alla stregua di fenomeni e segni premonitori, e di rilevanti mitiche
corruzioni della natura e di sottilissime emersioni dei mali dell’anima, al seguito di
molte altre lezioni letterarie, lungo l’intero arco storico dell’Europa moderna. Dopo l’impasse fisiologica di Sigismondo, il principe/prigioniero della Vita è sogno di Calderón de la Barca. Prima dell’impasse nichilista, risolutiva del regno dell’omonimo principe/prigioniero in La Torre di Hofmannsthal. Il vero tentativo di presa del potere intrapreso da questo «falso Dimitri» si risolve in un nulla di fatto. Forse la pazzia dell’impresa è sospesa all’uso inappropriato del titolo di fante tra i fanti attribuito a se stesso. Forse esalta la baia che i castigatori di Caporetto, gli uomini irrappresentabili, riservano ai representative men di Carlyle. L’autore si mostra riottoso a fornire ragguagli su tale irrealizzata vicenda rivoluzionaria; sottolinea invece le ragioni intellettuali e personali dei rovesci della sua generazione: la generazione napoleonica. Il personaggio che non esisteva e che adesso c’è, è venuto a incepparsi sui suoi modelli romantici, sempre investiti di qualità eroiche, eccezionalmente sfidati come rivali e per solito presentiti come ispiratori di desideri vani. È il suo pathos, ed è la sua vanità: non si sfugge tanto facilmente ai doppi vincoli dell’imitazione che condanna a desiderare ciò che si teme.
Va bene. Qual «falso Demetrio», il figlio non amato, non compreso, non poté decidersi a far vendetta della patria17. Lo conferma Mamma marcia il romanzo incompiuto del secondo dopoguerra. Anche lì, nelle aspirazioni dello scrittore, la patria invendicata rimane la ferita centrale. Anzi preannuncia esiti letali: l’incrudelire della ferita dell’Italia e dell’Europa, prossime al disfacimento fisico. Qui però, non meno dell’autointerpretazione di un usurpatore, importa il modo in cui questo figlio sottoposto alla prova suggella in prima stesura Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti: «Se il grido era di rivolta, l’atto era di sacrificio. Come sempre»18. È l’eco di quest’atto che continua a risuonare, a ripercorrere e a rivisitare con i topoi dell’usurpazione la precaria legittimità della modernità italiana. E affinché non cessi di risuonare, affinché il silenzio attorno a quell’atto non risulti troppo pesante, egli lo trasforma nell’incompiuto dramma della rivoluzione contadina. Dall’Abruzzo, dalle Marche, dai poggi dell’Appennino il «popolo agreste» procede in corteo, armato di forconi, con le vanghe, i coltelli, i rosari e le insegne delle parrocchie; una processione vandeana («ma antipolitica») ricinta dalle immagini dei Santi della Controriforma (ma in un «aspetto nuovamente naturale e terrestre»). Una tensione terribile, una grande messinscena, non meno epica che barocca. Poi, all’ultimo momento – già è in vista della città idolatrica, con i suoi imbalsamati santi di stucco, con i suoi campanili e i suoi impiccati -, il popolo cencioso solleva un baluardo corale contro le ambizioni al primato di uno come lui, «falso Demetrio», impossibile eretico, «Cromuello cattolico». L’«urto dell’esercito contadino contro le mura della città» si
risolve in commedia: «un gran dar di cozzo in uno specchio immenso: desinet in comoediam (…) un fragoroso infrangersi di vetri e di specchi»19.
Traslazioni di spazi corrispondono a traslazioni di esperienze dell’anima o dello spirito. Manca la trasfigurazione nel senso della Commedia dantesca, non manca il gusto burlesco d’un finale controtendenziale con la fantastica duplicazione delle mura della città attorniate di specchi. Il dramma risolto in commedia rovescia gli idoli della vanità, fa tana all’invidia, e, al confine della colpa, irrompe la «grande e bellissima straccioneria ereditata dal Seicento». Ed ecco che, mercé la conquista della scena, il suo riversarsi tende al mirabile.
Dei fanti di Caporetto, iscritti di forza nel registro dell’eroe antirappresentativo, incondizionatamente, si è valsa la memoria difensiva del 1923. Proficuamente peraltro, avendo investito di senso drammatico la stessa caducità delle élites20. Ora, però, è apparso sulla scena il «falso Demetrio» – quasi un’anamorfosi, una nuova forma per motivi controversi e contraddittori, per idealismi pre-romantici e drammatizzazioni post-romantiche – rousseauiani e schilleriani. Né questi si limita a spingere nella direzione d’una accesa nostalgia per il passato mitologico dell’uomo naturale; agisca contro l’omologazione imperante, prometta di riportare in auge le glorie e i successi dell’eroe antico, resista alla coscienza civile, menzognera e infelice, raccomandi un umanesimo integrale e la palingenesi della futura umanità – il passaggio all’esperienza artistica compromette l’integrità del testimone nella parte che gli è stata assegnata21. Perciò uno come lui esprime su Caporetto più verità romanzesca di quanto possa contenerne lo sguardo che vi posa22. Non basta essere letterariamente abitato dal “male” per fare di se stesso la ferita vivente e lo strumento della guarigione. C’è, in effetti, una verità che procede della capacità di scomporre e ricomporre la sintassi visiva; ma ciò non preserva dai sensi di colpa storici, né svincola la visione da realtà paralizzanti e contagiose. L’attore visionario porta con sé il suo male: impuro folle, presago d’altre usurpazioni, in difesa e per l’amore dei reietti, lui stesso usurpatore.
Di questa ambigua condizione Curzio Suckert si avvide per tempo, denunciando quanto precaria, povera e in fondo allotria fosse l’impalcatura teorica ordita attorno al fante come l’eroe collettivo della Grande guerra. Discopre ora nell’usurpazione i
capricci e le esagerazioni pseudo-letterarie, i motivi romantici di un progetto rivoluzionario che lo fa partecipare dell’ambigua condizione dei fanti: individui indifesi, cresciuti al di fuori della società civile, che non riescono a far fronte al clamore (e alla ripugnanza) suscitato dalla loro presenza entro il vivere sociale, e precipitano inevitabilmente nell’autodistruzione23. Per questa usurpazione non sarebbe bastato «il gioco rivoluzionario delle occasioni». La rivolta dei santi maledetti doveva essere grandiosa e sofferta come l’espiazione di una colpa. Tale doveva essere, e tale fu l’ascrizione del fenomeno storico al generale movimento europeo della rinascita, del renouveau catholique degli anni Venti – un’acquisizione, peraltro, complessa e travagliata, non del tutto naturale, né del tutto volontaria24. Fu una scelta di campo ampliata e enfatizzata a simbolo e a discrimine religioso dell’«Italia barbara» – «cattolicesimo che santifica e dogmatizza» contro «la mentalità logica della religione riformata che tende a giustificare e a spiegare» – e fu, ad oltranza, «un’arte di reazione essenzialmente drammatica […] che aveva salvato fino ad allora l’unità spirituale, e in un certo modo anche politica, d’Europa»25. Ripetiamolo: agli «eroi distruttori» spettava ergersi sopra la pietrificata idea di progresso e libertà dei settentrionali riformatori. Ma non esistono ritorni al passato meccanicamente avviabili, come non esistono progressi meccanici. Così, a riprova dell’ideale reversibilità soggettiva del genio e dell’eroe latino, in un confronto non lineare tra Italia ed Europa, l’appellativo di «barbaro» transita naturalmente dall’una all’altra, a seconda che Suckert/Malaparte rivendichi il privilegio della barbarie all’Italia o che invece conceda alla barbara Europa di dissetarsi alla fonte dell’antica grandezza di cui l’Italia è culla e di cui custodisce i trionfi precedenti alla Riforma e il prisco orgoglio fin dentro la modernità risorgimentale, garibaldina e repubblicana26. Ma non solo questo. Perché qualcosa è
cambiato rispetto all’obbligo imposto all’Italia di rappresentare l’integrità classica, spirituale e politica dell’Europa.
Con l’assunzione della «Controriforma» urgeva frapporre una mora alle sollecitazioni, tanto eroiche e geniali quanto scientifiche e tecniche, della modernità; urgeva inoltre trattenere la dimensione storica ed esistenziale, rispetto all’implicita e forzata pacificazione dell’uomo senza nemici, preda dell’apolitico «pietismo umanitario». Rimettere al centro della terra cristiana dell’Europa lo «storicissimo» contrasto con i nemici oltremontani, muta e vieppiù riconnette i termini di «barbaro» e «civile» a quel capitolo di storia europea moderna che avviato dai riformati è stato riacceso dal Novecento in termini tragici o drammatici. Smarrimento del limite, contagio di aspirazioni, deviazione dai valori plastici universali ai valori spirituali nazionali, distorsioni e decomposizioni dei rapporti tra gli uomini e le cose, tra il mondo fisico e quello metafisico – danno corso a nuovi, insensati legami tra barbari e civili. Tanto più che nulla è cambiato da quella pazzia del Seicento27 che attraversa i secoli prolungando i ricorrenti e gli insistiti smarrimenti di cui è figlio. Un altro aspetto ha quel «male» da cui a suo dire Curzio Suckert tentava di «non guarire»; aspetto che meglio s’accomoda al nome Malaparte28: parte che non si slega né allenta la presa sulla contro-parte, subisce la sua influenza e trascina con sé qualcosa dell’altro29. Impulsi trasfusi dalla teologia riformata e dalle molte
ascendenze gotiche e metafisiche del romanticismo tedesco covano nell’isolamento delle Ardenne belghe durante i primi mesi del 1918. E colui che s’appresta a dirigere la discesa in campo dei fanti alla conquista dell’Italia si arrende – quasi mal suo grado – alla pregiudizievole impasse. Come per Stendhal – e come, con diversi accenti, per il Dostoevskij dei «ricordi del sottosuolo» – i turbamenti e le opacità di un’incerta identità personale svolgono il legato romantico, ora eroico, ora patetico e accidioso, ora vanitoso e snobistico. Ma la «generazione napoleonica», letterariamente ebbra di gloria e di prestigio morale, attende la sua, più o meno esplicita, conversione alla verità romanzesca. Non prima però che nello spazio dell’opera abbia fatto irruzione la sarabanda dei cristianissimi fanti.
Ritratto delle cose d’Italia non fu l’abiura di Caporetto, benché una pretestuosa ritrattazione politica ne minimizzi il valore, per aggirare la censura e i divieti di pubblicazione. Dichiarando la completa inutilità di Viva Caporetto in ragione del fallimento della progettata insurrezione, Curzio Suckert mette la sordina alla sua precedente interpretazione, scomoda e disdicevole: la sconfitta in cambio dell’umanizzazione dei fanti. Ma più disagevole e complessa è questa ritrattazione, se essa segna non il fallimento di chi ha fallito rinunciando alla rivoluzione del popolo dei fanti30, ma il fallimento del fallimento di chi presente la delusione e deve tacere sulla storia scritta dai vinti31. Poi però alla ritrattazione o all’arretramento nell’elitismo, all’alluso fine realismo politico, sottentra la personificazione dell’evento, l’architettura di scene e di persone (desinet in comoediam).
Destreggiandosi tra sostituzioni, ambiguità e mascheramenti, scomponendo e ricomponendo, esasperando il «continuo rapporto di identità lontane» nelle parvenze
d’ordine dell’arte barocca, il nostro Autore ha vieppiù trasvalutato i valori della tradizione fino a farne il vero punto di non ritorno dei grandi romanzi della maturità32.
Donde venga poi simile eccellenza lo si può capire tramite Imre Kertész. Suckert/Malaparte ha accettato la funzione di «martire della rappresentazione»: terza (e più attuale) varietà possibile, che s’aggiunge ai due tipi di scrittore previsti da Thomas Mann, il martire e il rappresentante. Una varietà che porta con sé molti interrogativi: lo «scrittore» ha un dovere? Ha una patria? È innocente o manipola se stesso?33 Ovunque egli s’applichi a questi interrogativi stridono due tipi o due funzioni della testimonianza: ché appunto alla pari stanno per Suckert/Malaparte le esigenze di riscatto della patria perduta (il martire che dal «male» preserva o riscatta) e la rappresentazione comune (cui si volge il rappresentante come a quel «male» che trova in lui la propria visibilità). All’incrocio tra i tipi del martire e del rappresentante, il «martire della rappresentazione» assicura l’atteso buon esito dell’impresa, sussunta a sostegno e in perfetta complicità con Caporetto.
Così la memoria dell’evento più critico della prima guerra mondiale ne riesce completamente mutata: e in questo mutamento dà ricetto a polarità riscontrabili anche nell’arte e nel pensiero europei, nell’area soprattutto tedesca34.
Giova comprenderlo: finito il tempo delle «felicissime prove», venuta meno l’ipoteca del genio e dell’eroe, in quanto alle «occasioni» da cogliere, in quanto all’intrepida volontà e all’ardente ambizione, lo sforzo polemico dello scrittore/usurpatore si concentra su «l’uso accorto delle novità» degli intellettuali italiani, intimiditi e sopraffatti da una modernità di importazione. Non trattasi ormai
di erigere grandiosi monumenti o di gridare altisonanti appelli alla «libera attività naturale» contro la «fatalità della nostra natura». D’altra parte, come non riconoscere che, quantunque raffrenata, la modernità latina ha continuato a variamente declinarsi nel flusso del tempo deciso e imposto dai progressi dei settentrionali riformatori?
Certissimo è che Caporetto abbia spinto in avanti la modernità. Si pongano le premesse estrinseche dell’evento nella pazza inquietudine dei settentrionali e nell’ordine decomposto dei latini, oppure nell’esiziale oblio di sé della società civile, se ne evincano spinte alla fusione olistica oppure all’altruistica difesa della libertà e dell’uguaglianza, per Suckert/Malaparte trattasi pur sempre del luogo letterario in cui venne a trascrivere il conflitto e la spinta reciproca tra riformati e controriformati, in un susseguirsi di confessioni storiche e di fede, potenziate dalla confessione personale («Ho bisogno di vendicarmi su qualcuno: di me, di me su qualcuno, un amico, un nemico»). Malaparte vi associa il mutato oggetto del contendere e le mutate modalità di una sfida che, lungo i secoli, ogni crisi ripropone in forme nuove35.
Così, oltre la percezione catastrofica della modernità, volgendo decisamente alla «diseroizzazione»36, Malaparte presenta Caporetto come «persona» del dramma europeo (come il falso Demetrio o come Kaspar Hauser, fanciullo d’Europa37). In quel dramma essa è, anzi, il vero oggetto della sfida con il nemico riformato; regola il rapporto polemologico con l’intera esperienza della libertà. È l’idea principale che, allargando lo scavo storico, colora altrimenti le spinte non placate, l’ignominia e la vergogna, i risentimenti, i disordini degli antagonismi umani.
Implicita nel discorso che abbiamo tentato – questa rinuncia alle sollecitazioni occasionali e geniali dell’uomo europeo rafforza dunque la presa di Viva Caporetto! sulla nostra contemporaneità. Da essa possiamo trarre il vaticinio di conflitti e di spinte reciproche, di un tracciato politico per l’Italia e per l’Europa.
Maria Stella Barberi