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Žižek, S., Il sublime oggetto dell’ideologia

Ponte alla Grazie, Milano 2014, pp. 298 (trad. It. di Id., The Sublime Object of Ideology, Verso, Londra e New-York, 1989). Recensione a cura di Francesco Giacomantonio. Proprio perché, nell’ultimo ventennio e oltre, il dibattito sull’ideologia è andato dissolvendosi, non stupisce che quel primo testo di Žižek sia stato tradotto e reso disponibile in italiano solo ora che lo studioso sloveno è diventato, anche per suoi atteggiamenti e interventi provocatori, una sorta di star del circuito accademico-mediatico.

Zižek, S., Il sublime oggetto dell’ideologia, Ponte alla Grazie, Milano 2014, pp. 298 (trad. It. di Id., The Sublime Object of Ideology, Verso, Londra e New-York, 1989).

Recensione a cura di Francesco Giacomantonio

C’è stato un tempo, per gran parte del XX secolo, in cui il tema dell’ideologia costituiva un esteso e influente argomento di dibattito non solo nella filosofia, nella sociologia, nelle scienze politiche, ma anche in generale nell’ambito culturale, estetico-letterario e finanche giornalistico e nell’opinione pubblica. Quel tempo è ormai tramontato, sostanzialmente con la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, ma al tema dell’ideologia Slavoj Žižek aveva dedicato, nel 1989, proprio il primo volume di una produzione intellettuale che poi si sarebbe allargata sino a renderlo uno dei pensatori più noti dei nostri tempi. Proprio perché, nell’ultimo ventennio e oltre, il dibattito sull’ideologia è andato dissolvendosi, non stupisce che quel primo testo di Žižek sia stato tradotto e reso disponibile in italiano solo ora che lo studioso sloveno è diventato, anche per suoi atteggiamenti e interventi provocatori, una sorta  di star del circuito accademico-mediatico. In effetti, però, lo studio di Žižek sull’ideologia costituisce uno dei suoi contributi più interessanti, sia per l’argomento in sé, sia perché in esso già possiamo ritrovare molti degli spunti che poi l’intellettuale sloveno svilupperà in altri libri, sia perché qui possiamo leggere il giovane Žižek in cui il livello di elaborazione teorica è particolarmente denso, sebbene non manchino le digressioni legate a cultura di massa che nei suoi volumi successivi si faranno sempre più ampie.

Il discorso sull’ideologia che Žižek sviluppa in questo libro è articolato e si lascia leggere in modo trasversale, poiché fondato su una analisi della prospettiva della psicanalisi lacaniana in connessione con la dialettica hegeliana. Ai riferimenti teorici del libro bisogna poi aggiungere Marx, l’idealismo tedesco, Freud, Kant, la Scuola di Francoforte (con particolare riferimento alle figure di Adorno e Benjamin), il cristianesimo, la critica al post strutturalismo: insomma, ci sono già qui tutti gli “interlocutori concettuali” tipici dei successivi testi più politico-sociali di Žižek, con l’eccezione probabilmente dei teorici della società del rischio, ma solo perché, nel 1989, tali teorici non si erano ancora affermati. 

Fondendo la prospettica lacaniana a quella hegeliana, Žižek è convinto che si possa sviluppare «un nuovo approccio all’ideologia» (p. 30), che permetta di comprendere i contemporanei fenomeni ideologici «senza cadere in alcuna trappola postmodernista» (ibidem). Cominciando, infatti, il volume ripercorrendo le prospettive di Marx e Freud, lo studioso sloveno sottolinea, in primo luogo, quella che considera la dimensione essenziale dell’ideologia: essa «non è semplicemente la ‘falsa coscienza’, la rappresentazione illusoria della realtà; è piuttosto questa stessa realtà che deve essere considerata ‘ideologica’ – ‘ideologica’ è una realtà sociale che esiste a condizione che la sua essenza non sia nota a coloro che pretendono di farne parte – e cioè l’effettualità sociale, la cui riproduzione comporta che gli individui ‘non sappiano quello che fanno’» (p. 44). Quindi, secondo Žižek, il livello fondamentale dell’ideologia non è quello di un’illusione che maschera il reale stato delle cose, ma «quello di una fantasia (inconscia) che organizza la realtà sociale» (p. 57). E su questo snodo che poggia la differenza tra la prospettiva marxiana e quella lacaniana: «per il marxismo la sguardo ideologico è uno sguardo parziale che non riesce ad abbracciare la totalità dei rapporti sociali, mentre nell’ottica lacaniana l’ideologia designa una totalità volta a cancellare le tracce della propria impossibilità» (p. 76).

 Su queste basi, Žižek condivide l’idea lacaniana che, in definitiva, mondo, soggetto e linguaggio non esistono: ciò che conferisce consistenza ai fenomeni esistenti è solo il sintomo e di conseguenza l’ideologia serve solo i propri scopi. Lo spazio ideologico, dunque – e questa è una delle tesi fondamentali di questo libro – «è composto da elementi slegati, svincolati, da ‘significati fluttuanti’, la cui identità è ‘aperta’, sovradeterminata dall’appartenenza a una catena di altri elementi» (p. 117). La posta in gioco nella lotta ideologica è decidere quale dei punti nodali arriverà a  includere questi elementi fluttuanti, nella propria serie di equivalenze; oggi, ad esempio, secondo Žižek, la posta in gioco, nello scontro tra neoconservatorismo e socialdemocrazia, è la libertà. Il discorso lacaniano, cui l’intellettuale sloveno dedica densi passaggi di ricostruzioni concettuali (in particolare trattando dei “grafi di Lacan”, pp. 132-159), porta alla considerazione per cui «ciò che pertiene a un’analisi dell’ideologia è solo il modo in cui essa funziona nel discorso, il modo in cui la serie dei significati fluttuanti viene totalizzata, trasformata in un campo unificato mediante l’intervento di certi ‘punti nodali’» (pp. 159-160). Ecco perché vengono individuati due prassi complementari di critica dell’ideologia: una è discorsiva ed è «la ‘lettura sintomale’ del testo ideologico» (p. 160), che produce la decostruzione del suo significato; l’altra «mira a estrarre il nucleo di godimento» (ibidem), ossia la modalità tramite cui un’ideologia implica, manipola e produce un godimento pre-ideologico.

Stanti queste posizioni, la terza e ultima parte del volume si concentra su un tema specifico, che appare complementare al discorso sull’ideologia, ossia quello del Soggetto, che peraltro è alla base di un libro che Žižek scriverà un decennio dopo questo, e che molti critici riterranno il suo lavoro teorico più compiuto, ossia Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica (Cortina, Milano, 2003). Il tema del Soggetto è declinato da Žižek tenendo presente un’altra importante teoria lacaniana, quella del Reale; la logica del Reale è ritenuta dallo studioso sloveno rilevante per il campo socio-ideologico. Ma cos’è il Reale in senso lacaniano? Cercando di spiegare la cosa nel modo più accessibile, possiamo dire che esso è «un qualcosa che nonostante non esista (nel senso di ‘esistere veramente’, aver luogo nella realtà), può vantare una serie di proprietà, esercita una certa causalità strutturale, può produrre una serie di effetti nella realtà simbolica dei soggetti» (p. 198). Puntualizzato questo aspetto, è possibile spiegare cos’è per Žižek il Soggetto: esso è, e qui si segue ancora l’interpretazione di Lacan, la risposta del Reale alla domanda posta dal grande Altro, ossia dall’ordine simbolico. Il Soggetto, è in definitiva il vuoto, il buco dell’Altro e quindi l’intero essere del Soggetto consiste nell’oggetto di fantasia che riempie il suo vuoto.

È in questo contesto teorico, indubbiamente di non immediata comprensione, che si può esplicitare l’illusione ideologica, che non inganna in primis gli individui concreti, quanto piuttosto il grande Altro. Per questo l’ideologia è definita come «oggetto sublime» (terminologia che rinvia a Kant, oltre che a Hegel e Lacan), ossia un oggetto che nel campo stesso della rappresentazione «procura una visione di ciò che è irrapresentabile» (pp. 243-244).

L’idea di Soggetto di Žižek, mutuata dalle teorie Lacan, è completata dall’utilizzo dell’interpretazione hegeliana: ciò che è costitutivo per il soggetto hegeliano è una «reduplicazione della riflessione» (p. 256), tramite cui «il soggetto pone l’‘essenza’ sostanziale presupposta nella riflessione esterna» (ibidem). La lezione fondamentale di Hegel infatti è che quando siamo attivi, quando interveniamo in maniera determinata, il vero atto non coincide con questo intervento (o non intervento) particolare, empirico, fattuale: «il vero atto è di natura strettamente simbolica, consiste nel modo in cui strutturiamo anticipatamente il mondo e la nostra percezione dello stesso , così da aprirvi lo spazio per il nostro agire (o non agire)» (p. 257). Quindi, l’autentico atto, per Žižek, precede l’agire (particolare, fattuale): esso consiste in una ristrutturazione, a monte, del nostro «universo simbolico» (concetto tipico della tradizione della sociologia della conoscenza) in cui l’agire (fattuale, particolare) verrà iscritto. Di qui è possibile cogliere, in senso anche politico, il duplice significato del termine soggetto:

1) un individuo sottomesso a un sistema politico;

2) un uomo libero, padrone proprio agire; i soggetti possono realizzarsi come uomini liberi solo raddoppiando se stessi, solo in quanto traspongono la pura forma della loro libertà nel cuore stesso della sostanza loro opposta, ossia quando presuppongono che la sostanza sociale, a loro opposta nella forma dello Stato, è già in sé un soggetto a cui essi sono subordinati.

L’insieme di tutte queste elaborazioni teoriche, che abbiamo qui cercato di sintetizzare, costituisce il corpo complessivo del percorso che Žižek delinea. In effetti, è però estremamente disagevole cercare di spiegare bene questo testo nell’ambito di una semplice recensione, che, per sua stessa  natura, non consente di sviluppare tutta una serie di digressioni e approfondimenti di riferimenti molto variegati che Žižek tratta: da quelli letterari e artistici legati ad esempio a Kafka, a Mozart, ai romanzi di fantascienza, passando per una sorta di ampia rassegna cinematografica che tocca la filmografia di Hitchcock, Alien, i cartoni di Tom e Jerry, e numerosi film di fantascienza e drammatici, ormai icone del XX secolo. E, ancora, pagine di analisi critica del post strutturalismo e delle tesi di Benjamin, passaggi su paradossi e ipotesi di viaggi nel tempo, e applicazioni del discorso teorico a particolari considerazioni sulla democrazia, sul totalitarismo, sui sistemi politici, sui comportamenti psico-sociali. C’è già quindi, in tutto questo, lo Žižek che ormai abbiamo imparato a conoscere, lo studioso che, con questo stile debordante, divide inevitabilmente tra i suoi entusiasti sostenitori e i suoi critici più severi. Questo libro ribadisce che risulta sempre inadeguato per un filosofo leggere Žižek senza confrontarsi anche con la psicoanalisi lacaniana e le implicazioni sociologiche; come per uno psicanalista non è possibile farlo senza una apertura alla storia della filosofia e a una sensibilità politica; come per un sociologo non è possibile farlo senza considerare la psicoanalisi lacaniana. E per tutti questi studiosi non sarebbe poi superflua, per la lettura dei testi žižekiani, una familiarità con tanti classici della filmografia, della letteratura e dell’arte.

Ora, tuttavia, dobbiamo rilevare che non è questa la sede per un giudizio sulla figura intellettuale di Žižek, ma è più semplicemente il luogo in cui cerchiamo di capire quale contributo dia questo testo alla questione dell’ideologia. E in tal senso, al di là delle valutazioni che si possono esprimere sui contenuti e i mix teorici che Žižek ha espresso e dai quali si può essere persuasi o meno, il merito della pubblicazione e della traduzione italiana di questo libro sta soprattutto nella possibilità che esso fornisce di tornare a trattare, in modo inconsueto, una questione – quella dell’ideologia appunto – che forse merita di essere ripresa in questi anni con maggior consapevolezza. Non soltanto per le implicazioni filosofico politiche, pure indubbiamente rilevanti, ma più in generale per la sua enorme portata in termini di sociologia della conoscenza, in un mondo come quello attuale pervaso, più di quanto probabilmente si sia disposti a considerare, da rappresentazioni della realtà. Leggere questo libro può essere, allora, molto semplicemente, un modo per non cadere in forme di rimozioni intellettuali cui troppo spesso l’umanità soggiace.

 
Francesco Giacomantonio

 

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