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Thomas Casadei, Il rovescio dei diritti umani. Razza, discriminazione, schiavitù. Con un dialogo con Étienne Balibar

Roma, DeriveApprodi 2016, pp. 128. Recensione a cura di Giorgio La Neve. Il volume richiama l’attenzione su questioni di grande attualità e significato per le generazioni presenti e future. La tutela dei fondamentali diritti individuali, talvolta data per scontata, non è affatto un risultato acquisito, o per lo meno non lo è per tutti, e comunque non esistono garanzie che lo sia per sempre.

Thomas Casadei, Il rovescio dei diritti umani. Razza, discriminazione, schiavitù. Con un dialogo con Étienne Balibar, Roma, DeriveApprodi 2016, pp. 128.


Recensione a cura di Giorgio La Neve

 

Il volume richiama l’attenzione su questioni di grande attualità e significato per le generazioni presenti e future. La tutela dei fondamentali diritti individuali, talvolta data per scontata, non è affatto un risultato acquisito, o per lo meno non lo è per tutti, e comunque non esistono garanzie che lo sia per sempre. E’ un obiettivo che richiede costante attenzione e dedizione. L’attacco alle inalienabili prerogative dell’uomo, sancite quest’ultime dalle numerose Carte internazionali e dalle costituzioni di ogni Stato democratico di diritto, prende infatti forme diverse e sempre mutevoli nel tempo, che possono essere tanto esplicite e di facile individuazione, quanto subdole e, apparentemente, invisibili.

Il concetto di uguaglianza è la base giustificativa di qualsiasi teorizzazione e pratica affermazione dei diritti umani e la sua mortificazione rappresenta una seria messa in discussione dei portati strutturali su cui deve reggersi ogni ordinamento democratico-costituzionale. Risulta perciò di fondamentale importanza riuscire a individuare e contrastare efficacemente i fenomeni discriminatori che possono essere alimentati tanto da associazioni o movimenti di vario genere e titolo, quanto dallo stesso potere costituito. Non bisogna mancare di considerare che i provvedimenti dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali, spesso ritenuti “giusti” per il solo fatto di provenire da una fonte legittima o legittimata, sono nient’altro che la realizzazione di una precisa visione politica, che in quanto tale è da considerarsi come una delle tante possibili e non come una verità assoluta e incontrovertibile. L’attivismo da parte delle società civili costituisce allora un’essenziale e necessaria forma di “controllo” rispetto all’operato degli organismi preposti alla gestione del potere pubblico.

Secondo Casadei una possibile deriva discriminatoria, in quanto tale lesiva del principio di uguaglianza e dei più fondamentali diritti umani, sarebbe quella riconducibile alla politica e alla legislazione sviluppata da più paesi in materia di immigrazione. I provvedimenti di espulsione ed emarginazione promulgati dai governi politici nazionali nei confronti di soggetti di diversa nazionalità rischiano di indurre nella propria cittadinanza un atteggiamento di rifiuto dell’“altro”: «La logica del «capro espiatorio» […] ha come assalito le istituzioni conducendo a provvedimenti e scelte sia a livello micro sia a livello macro che fanno regredire la politica democratica e inclusiva: dalle ordinanze comunali allo “Stato di emergenza”, si attuano scelte che configurano un diritto speciale riservato ai migranti e alle minoranze, quando non un vero e proprio diritto contro (basti pensare con riferimento all’Italia […] ai cosiddetti “pacchetti-sicurezza”» (p. 9). Uno stato assume una precisa posizione su questi temi già nell’elaborazione delle norme che, sancendo le condizioni necessarie all’ottenimento della cittadinanza, dispongono con riferimento a chi farà parte della comunità politica e chi, invece, ne resterà escluso – processi questi di grande rilevanza nell’atto della costruzione e definizione delle identità soggettive e oggettive degli individui. La potenziale dimensione istituzionale che il razzismo può assumere traccerebbe, in definitiva, uno scenario dai contorni piuttosto inquietanti, giungendo a legalizzare pratiche discriminatorie suscettibili di sollevare seri dubbi in materia di concreta garanzia dei diritti umani e, pure, dello Stato democratico-costituzionale.  

Con riferimento a tali problematiche, l’autore riflette in modo attento a partire dalla metodologia di ricerca inaugurata della Critical Race Theory – elaborata negli Stati Uniti tenendo sullo sfondo le lotte per i diritti civili alla popolazione afroamericana negli anni ‘60 del Novecento –, che vede nella reinterpretazione del concetto di “razza” un efficace strumento di analisi delle dinamiche contemporanee riconducibili ai fenomeni del razzismo e alle diverse forme di dominio. Si tratta dell’«apertura di un nuovo spazio di discorso, intrecciato con le questioni del multiculturalismo e della lotta alla discriminazione; in esso si leggono e interpretano le questioni della razza a partire dalle differenze culturali, anziché dal significante biologico, e ancora si individuano possibili modalità di “resistenza”, a partire dalla razza come costrutto culturale e giuridico, rispetto alle forme di subordinazione celate nei meccanismi istituzionali» (p. 24). L’esistenza di società caratterizzate da un forte pluralismo culturale impone un nuovo approccio per il quale la “razza” sia concretamente considerata nei processi di formazione delle politiche e del diritto, anziché essere ignorata nel perseguimento di dinamiche sistemico-istituzionali di fatto pensate totalmente su misura per le identità dominanti. In altre parole, quelli che crediamo essere i neutrali meccanismi di organizzazione della vita sociale e politica delle odierne democrazie, potrebbero in realtà essere viziati da un’impostazione e da una visione tutt’altro che inclusiva delle minoranze culturali, determinando anzi per quest’ultime una “differenziazione” sul piano giuridico da cui possono scaturire forme di etichettamento socio-identitario ancor più rischiose proprio perché istituzionalizzate e dunque legittimate dal diritto.

La rilettura dell’idea e della nozione di “razza” fornita dalle teorie critiche della differenza razziale possiede altresì una valenza di tipo rivendicativo (cfr. 33-35). I soggetti discriminati possono prendere coscienza della propria condizione, della sistematica violazione dei diritti fondamentali di cui sono portatori e contrastare con forza il sistema di potere che perpetra, o comunque consente, tutto ciò. Se i complici o gli artefici di determinate politiche di emarginazione sono gli stessi governi costituiti, risulta evidente che una possibile soluzione al problema vada ricercata non in seno alle istituzioni formali che ne sono la causa, bensì nella denuncia e nell’attivismo di quella parte di “popolazione” – dotata o meno di cittadinanza – che non vede garantite le proprie inalienabili prerogative. Le logiche pluralistico-partecipative della democrazia devono evolversi per rispondere alle mutevoli necessità dettate dai tempi e, anche attraverso movimenti di protesta o di pressione organizzati “dal basso”, potrebbero efficacemente evidenziare le carenze o le violazioni di un determinato ordine politico, fungendo al contempo da stimolo per la sua riforma.

E’ interessante notare come il diritto possa rivestire una duplice e contrastante funzione con riguardo al fenomeno discriminatorio (a prescindere dalla categoria di soggetti che siano vittime di quest’ultimo: migranti, donne, persone con disabilità, anziani, persone lgbt etc.). Se da una parte, infatti, può rappresentarne la causa e la giustificazione legale, per mezzo di previsioni od omissioni legislative; dall’altra, può costituire contro di esso un potente mezzo di reazione e difesa, anche attraverso il ruolo e le sentenze delle Corti nazionali e internazionali (pp. 59-61).

Casadei pone particolare attenzione anche alla questione del legame tra discriminazione e schiavitù contemporanea, sottolineando un aspetto rilevante: «La differenziazione etnico-razziale non è più l’elemento fondamentale come nella schiavitù tradizionale ma le sue tracce restano: l’altro è ancora prodotto come inferiore – e l’“origine” in questo mantiene un suo rilievo – e ciò significa istituire una discriminazione gerarchica sulla quale legittimare un potere, delle pratiche, precisi assetti del sistema giuridico» (p. 78). L’aver sancito, ormai in tutti i paesi del mondo, la formale illegalità dell’istituto della schiavitù non ha comportato l’estinzione della stessa, ma la sua mera riorganizzazione sotto forme nuove. Il concetto di fondo rimane sempre lo stesso, ossia l’assoggettamento e lo sfruttamento dell’individuo, sono mutate le modalità d’esercizio determinando la formazione di un mercato sommerso enormemente sviluppato (cfr. p. 81).

Tutte le tematiche finora richiamate trovano un ulteriore approfondimento nell’ampio dialogo con Étienne Balibar posto a conclusione del volume (pp. 93-125). Il dialogo con il filosofo francese impreziosisce un lavoro che riesce nell’obiettivo di fornire una prospettiva di grande interesse su argomenti spinosi come sono quelli della differenza razziale, della discriminazione e della schiavitù. La trattazione dell’autore, condotta in modo rigoroso, stimola a una profonda riflessione sulle gravi e costanti violazioni dei diritti umani e dimostra una specifica sensibilità nell’analisi di questioni che anche in prospettiva futura paiono acquisire un’importanza davvero paradigmatica.

 

Giorgio La Neve


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