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Thomas Casadei, I diritti sociali. Un percorso filosofico-giuridico

Firenze University Press, Firenze 2012, pp. 130. Recensione a cura di Paola Russo Il percorso filosofico-giuridico sul quale s’incentra il lavoro di Thomas Casadei verte sui nessi tra diritti sociali ed eguaglianza, tra Stato sociale e cittadinanza. Si tratta di un percorso aperto verso le prospettive e gli argomenti filosofico-politici, le dottrine costituzionalistiche e giuslavoristiche.

Thomas Casadei, I diritti sociali. Un percorso filosofico-giuridico, Firenze University Press, Firenze 2012, pp. 130.

 

Recensione a cura di Paola Russo


Quello sui diritti sociali rappresenta un classico ma mai concluso dibattito politico-istituzionale e accademico. Nei recenti anni questo dibattito sembra complicarsi sempre di più ed essere oggetto di attenzione costante e controversa per gli studiosi.

Il percorso filosofico-giuridico sul quale s’incentra il lavoro di Thomas Casadei verte sui nessi tra diritti sociali ed eguaglianza, tra Stato sociale e cittadinanza. Si tratta di un percorso aperto verso le prospettive e gli argomenti filosofico-politici, le dottrine costituzionalistiche e giuslavoristiche.

Anzitutto, esiste una doppia valenza dei diritti sociali: la prima è di prestazione, implicante un’istanza di giustizia retributiva; la seconda è di partecipazione, inerente a una richiesta di giustizia inclusiva e democratica. Quest’ultimo caso costituisce l’aspetto più interessante e originale del libro, in quanto Casadei sottolinea che i diritti sociali possono essere uno strumento di promozione o di limitazione delle libertà fondamentali. Tale natura dei diritti sociali è stata per lungo tempo oscurata: la maggior parte della dottrina non l’ha riconosciuta. Le questioni salienti che ruotano attorno alla dimensione partecipativa e democratica dei diritti sociali dipendono dai modi di interpretare il nesso libertà-eguaglianza, il modo con il quale si concepisce l’individuo in rapporto alla società, l’idea stessa di democrazia, la maniera di affrontare le disuguaglianze in ambito locale e globale. Queste diverse problematiche sono affrontate nei tre capitoli che compongono il lavoro.

Casadei affronta le origini dei diritti sociali attraverso una discussione dell’opera di Thomas Paine, esponente significativo della filosofia politica e giuridica del Settecento. In particolare, l’Autore si dedica alla ricostruzione e alla giustificazione giuridico-normativa dei diritti sociali nell’opera dell’“uomo delle due rivoluzioni” (quella americana e quella francese). L’interpretazione consolidata del pensiero di Paine vede questi come paradigma del “liberalismo borghese” e dello “Stato minimo”, ove il governo è considerato un «male necessario»; Casadei offre invece degli scritti di Paine una lettura diversa e originale. Questi muove dal richiamo alla natura per articolare i diritti. L’uomo, infatti, possiede «diritti naturali» che costituiscono il fondamento normativo dei «diritti civili» e, più in generale, dei «diritti dell’uomo». Per Paine è necessario l’intervento dello Stato affinché i cittadini esercitino in concreto i loro diritti. La legge, dunque, assume una funzione promozionale dell’esercizio dei diritti. Legge è libertà, e libertà è legge. Il linguaggio dei diritti diviene così il linguaggio stesso della politica. In questo nuovo contesto i diritti civili, quelli politici e quelli sociali si co-implicano, sostenendosi vicendevolmente. Tuttavia, ciò non è pensabile senza i concetti di «solidarietà» e «reciprocità», nell’ambito dei quali i diritti assumono senso, non solo come pretese individuali ma anche come dimensioni relazionali. Su questo sfondo, la proprietà non è un diritto antiegualitario, ma strumento di espansione della stessa eguaglianza. Diventa, cioè, uno strumento che va limitato per motivi di giustizia sociale. I diritti sociali si legano così alla cittadinanza poiché spettano a ogni individuo inteso come cittadino. Sullo sfondo di una stretta correlazione tra diritti e doveri s’innesta, pertanto, quella tra interessi e socialità. Paine – sottolinea Casadei – va così oltre il liberalismo borghese dello Stato minimo. Ciò si vede chiaramente nella trattazione di una questione centrale come quella della povertà: fattore non solo occasionale ma sociale e consolidato, essa va intesa come un «fatto collettivo». Agli occhi di Paine, lo Stato minimo realizza la libertà degli individui in quei paesi ove le diseguaglianze non sono consolidate e laddove esiste una forte mobilità sociale, come gli Stati Uniti d’America delle origini; nei paesi europei, invece, caratterizzati da fortissime diseguaglianze, una concezione minima delle istituzioni tende a ostacolare il bene comune. La tassazione può essere allora concepita come strumento di garanzia dei diritti sociali e come sistema che può far fronte alla povertà. Sotto questo profilo, Paine elabora uno dei primissimi programmi sull’uso dello strumento fiscale per ridistribuire il reddito e promuovere la giustizia sociale. In tal modo, l’assistenza non assume la veste della «carità», ma quella del diritto e della politica democratica. Per queste ragioni, Paine è considerato da più parti come un precursore del basic income. Negli ultimi decenni il c.d. «reddito minimo garantito» è divenuto un tema centrale nel dibattito sul Welfare State e costituisce una possibile scelta strategica che, tuttavia, divide gli studiosi e il mondo politico. Secondo i suoi sostenitori, infatti, si tratterebbe di una proposta di intervento economico egualitario in grado di produrre piena cittadinanza, economica e sociale. Dunque, il reddito minimo sarebbe capace di promuovere una maggiore libertà individuale e una maggiore eguaglianza. I critici del basic income non ne condividono la sua pretesa giustificazione etica. Uno degli argomenti più famosi proposti, a questo riguardo, è quello del «paradosso del surfista»: un individuo che sceglie di non lavorare non dovrebbe percepire un reddito minimo. Non lavorando, pur potendo, i cittadini si rifiutano, infatti, di partecipare alla cooperazione sociale e alla politica che favorisce l’inclusione. Entro questo approccio, il governo non può essere neutrale fra coloro che contribuiscono al bene economico e quelli che non vi contribuiscono.

Casadei viene attraverso queste vie a concentrarsi sulla tesi della «cooperazione conflittuale» che traccia l’idea di un «diverso Welfare» (illustrata in particolare nel terzo capitolo del volume). L’affermazione del lavoro come bene fondamentale anche per l’esercizio della libertà e che, dunque, ha legami strettissimi con la cittadinanza e con la concezione della democrazia sociale e repubblicana è basata su spazi di cooperazione e di conflitto. Ne deriva anche una concezione di società in cui gli individui si riconoscono in uno schema di cooperazione al cui interno però sono presenti conflitti tra diritti, cioè tra rivendicazioni individuali e tra rivendicazioni collettive. Dalle riflessioni dei sostenitori del basic income, dei critici dello stesso e dall’«argomento della cooperazione conflittuale» emerge, secondo Casadei, l’ipotesi di procedere, prendendo spunto dai principi fondamentali dalla Costituzione italiana, all’allargamento del Welfare lavoristico: l’idea di fondo è che si dovrebbero pensare forme di garanzie del reddito legate a un percorso verso il lavoro e a sostegno delle persone nelle interruzioni del lavoro e forme di garanzia nell’accesso ai servizi. Di qui l’importanza di rendere effettiva la vasta gamma dei diritti sociali.

Riguardo alla problematicità della questione teorica dei diritti sociali, Casadei prende in esame alcuni argomenti, specie nel secondo capitolo dell’opera: la relazione sussistente tra «diritti di libertà» e «diritti sociali» intesi come «diritti fondamentali»; la questione del «costo dei diritti»; il problema della «giustiziabilità» dei diritti sociali. In particolare, scrive Casadei: «La categoria dei diritti sociali si presenta come una figura costitutivamente “in bilico”: sia per come essa appare ad una riflessione di teoria del diritto, sospesa tra il riconoscimento e il misconoscimento […], sia per come viene presentata a livello di politica del diritto nelle architetture delle moderne liberaldemocrazie, sospesa tra il conferimento di una rilevanza centrale per realizzare e promuovere la libertà e l’essere circondata da un forte alone di sospetto per i suoi possibili esiti di limitazione della libertà stessa» (p. 28). Con questa originale affermazione, Casadei esprime efficacemente il senso controverso della questione dei diritti sociali. Questi ultimi, infatti, sono considerati – da più parti – un oggetto ontologicamente inconsistente rispetto ai diritti di libertà che tradizionalmente sono intesi come universali e prioritari rispetto ai diritti sociali. In questa chiave di lettura, i diritti di libertà sarebbero a costo zero; quelli sociali, invece, implicherebbero pesanti oneri. Casadei, a questo riguardo, nota che anche le tipiche libertà negative comportano interventi e costi pubblici e, inoltre, che tutti i diritti hanno problemi di giustiziabilità, relativi cioè all’effettiva applicazione degli stessi. Se è così, occorre allora interrogarsi se esista davvero tale contrapposizione tra diritti di libertà e diritti sociali e se non si dovrebbe nuovamente rivedere questa classica distinzione. Casadei, seguendo anche alcune recenti teorizzazioni di Luigi Ferrajoli, arriva alla conclusione che i diritti sociali sono diritti fondamentali a pieno titolo. L’autore aggiunge però, a questo proposito, una interessante prospettiva sulla quale riflettere: «Anziché una contrapposizione (che genera incompatibilità, ovvero pone un “abisso” tra le diverse figure dei diritti) si può allora presupporre una reciproca e costitutiva implicazione tra diritti di libertà e diritti sociali: la garanzia dei diritti di libertà è condizione perché le prestazioni sociali dello Stato possano essere oggetto dei diritti individuali; la garanzia dei diritti sociali è condizione per il buon funzionamento della democrazia, quindi per un effettivo godimento delle libertà civili e politiche» (p. 49). Casadei abbraccia, dunque, il c.d. argomento della triangolazione: esso disegna i diritti di libertà, i diritti politici e i diritti sociali nella configurazione di un triangolo che, rompendo la logica binaria, instaura un’implicazione triadica attraverso la quale si genera un sistema dei diritti che presuppone il loro reciproco sostenersi e la loro reciproca «interdipendenza» e «indivisibilità».

In tale sistema, i diritti sociali hanno non solo un ruolo di assistenza e di sostegno, ma soprattutto assumono una funzione abilitante, cioè una valenza attivistica: «Essi prefigurano prestazioni da parte delle istituzioni (libertà garantita sotto diverse forme), ma anche partecipazione alla vita sociale e collettiva da parte dei soggetti individuali (libertà attiva)» (p. 52). Solo nella triangolazione è possibile rinvenire le basi per una piena cittadinanza, in grado di determinare anche il bilanciamento tra diritti e la ricerca di un equilibrio tra diritti e questioni pubbliche, tra principi e politiche istituzionali.

Il titolo delle conclusioni è molto efficace, e riassume il senso filosofico della tesi di fondo sostenuta da Casadei: ripartire dalle origini. Presupposto essenziale della trattazione, come si è accennato, è il lavoro di Paine, che è tra i primi a considerare i diritti sociali come fondamentali. Questa memoria originaria non va dimenticata, giacché racchiude un nucleo di valori da cui traspare la concezione del costituzionalismo che ruota attorno ai diritti. All’interno dello Stato nazionale e nel contesto europeo e globale, la portata partecipativa e democratica dei diritti sociali non va abbandonata, ma riconosciuta, difesa e sviluppata, come l’autore ha fatto in questo lavoro.


Paola Russo

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