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Serena Marcenò, Salvo Vaccaro (a cura di), Il Governo di sé il Governo degli Altri,

Palermo, Duepunti Edizioni 2011, pp. 220. Recensione a cura di Claudio Cavallari Il testo curato da Marcenò e Vaccaro presenta un eterogeneo complesso di interrogazioni, molto efficaci, relative al decentramento che, a partire dagli anni Ottanta, caratterizza l’insieme delle ricerche di Michel Foucault. I contenuti del volume, distribuiti tra gli interventi di Bazzicalupo, Chignola, Luce, Marzocca, Marcenò, Nigro,Tucci e Vaccaro, si raccolgono ed orbitano attorno alla pubblicazione di due lezioni inedite del corso Du Gouvernement des Vivents, tenuto da Foucault al Collège de France nel 1979-1980, le quali aprono il testo accompagnate dalla nota di Nildo Avelino, curatore dell’edizione brasiliana del suddetto corso.

Serena Marcenò, Salvo Vaccaro (a cura di), Il Governo di sé il Governo degli Altri, Palermo, Duepunti Edizioni 2011, pp. 220.

Recensione a cura di Claudio Cavallari

Il testo curato da Marcenò e Vaccaro presenta un eterogeneo complesso di interrogazioni, molto efficaci, relative al decentramento che, a partire dagli anni Ottanta, caratterizza l’insieme delle ricerche di Michel Foucault.
I contenuti del volume, distribuiti tra gli interventi di Bazzicalupo, Chignola, Luce, Marzocca, Marcenò, Nigro,Tucci e Vaccaro, si raccolgono ed orbitano attorno alla pubblicazione di due lezioni inedite del corso Du Gouvernement des Vivents, tenuto da Foucault al Collège de France nel 1979-1980, le quali aprono il testo accompagnate dalla nota di Nildo Avelino, curatore dell’edizione brasiliana del suddetto corso.
La prospettiva analitica adottata dagli autori è situabile all’interno di un duplice movimento teorico che restituisce, da un lato, una più nitida intelligibilità della complessiva riorganizzazione degli studi foucaultiani relativi all’arte di governo e, dall’altro, una sistematica messa alla prova di quegli elementi che, nella svolta foucaultiana, riarticolano le condizioni di possibilità di un progetto di diagnosi critica del presente. Un andamento oscillatorio che, partendo dalla puntuale registrazione degli scivolamenti laterali dell’apparato metodologico predisposto da Foucault, rimanda all’apertura di nuovi spazi di problematizzazione del tessuto governamentale della nostra contemporaneità, rilanciando come urgenza lo sfondo immediatamente politico necessitato dalla riflessione filosofica, qualora intenda porsi come critica. Nessun indugio viene pertanto concesso alla pur rilevante questione della pretesa o mancata continuità e coerenza delle analisi foucaultiane nel valico tra anni Settanta e Ottanta, recepita come meno impellente rispetto alla portata dell’insistente questionamento che il tema del governo di sé e degli altri pone allo statuto stesso della filosofia politica. Il rinnovato dislocamento degli itinerari di ricerca foucaultiani non intende segnalare la conclusione, in via definitiva, per esaustione, del percorso segnato dall’analisi della governamentalità neoliberale, né in via esclusiva lo stallo, l’insolvibile impasse del modello analitico fondato sui rapporti di potere-sapere, ma offre la possibilità di prendere sul serio, di toccare con mano quanto di più caratteristico vi è nello stile intellettuale di Foucault ed il suo modo di concepire il proprio lavoro come «un lavoro dislocato e mutevole capace di correggersi man mano che procede»1.
Le inedite lezioni del 9 e del 30 gennaio 1980 riflettono adeguatamente la posta in gioco di un simile décalage. Esse consentono di individuare nel corso Du Gouvernement des Vivents un punto di cerniera, di raccordo, di torsione argomentativa tra le analisi relative alla governamentalizzazione delle relazioni di potere nel quadro delle istituzioni statali ed il rivolgimento all’etica della cura di sé come principio orientativo di una genealogia della nozione di governo, attraverso le pratiche ed i processi di soggettivazione. Come sottolineato dal saggio di Vaccaro si tratta di uno spostamento di asse che può essere letto in parallelo al cambiamento di focus che Foucault adotta nel suo stretto confronto con la lettura di Kant «dalla questione antropologica che gli servirà per la grande opera epistemica Les Mots et les Choses al tema della Kritik»2.
L’attenzione che Foucault rivolge al tema della critica, mediante il riferimento kantiano attorno agli anni Ottanta3, rappresenta infatti un contrappunto essenziale all’inquadramento del télos filosofico che attraversa gli ultimi corsi al Collège de France. Essa ci permette di individuare nella centralità della nozione di governo un dispositivo teorico di localizzazione di quel complesso di strategie che, nel definire il meccanismo della conduzione politica degli individui, ne tracciano al contempo le linee del potenziale e necessario rifiuto. Rifiuto simultaneo delle modalità specifiche attraverso le quali il governo si esercita e dello statuto della verità correlato al tipo di individualizzazione che tali pratiche governamentali sostengono. Si tratta pertanto di un’attitudine critica che non coinvolge esclusivamente la dimensione del discorso teorico riflessivo, ma che deve investire radicalmente l’ambito delle pratiche concrete di vita e i modi di essere del soggetto in rapporto alla verità che il potere gli impone, per distaccarsene, dischiudendo in questo modo lo spazio di configurazione di nuove, potenziali, libere soggettivazioni. Riprendendo i termini utilizzati da Bazzicalupo, la critica è da considerarsi, secondo questo approccio, come una pragmatica an-archica4, in grado di sottrarre l’individuo all’imbrigliamento ontologico della definizione identificatoria di sé e della sottomissione alla verità dogmatica predisposta dai processi di totalizzazione e regolazione del governo. Essa sarà dunque «l’arte della disobbedienza volontaria e dell’indocilità ragionata»5 attraverso la quale potrà prendere forma il costituirsi, immediatamente etico e politico, del soggetto, grazie all’affermazione della propria verità e della propria parzialità. Una verità desostanzializzata, che non trae il suo valore etopoietico dal proprio contenuto o dalla formalizzazione retorica del suo enunciarsi, ma dal coraggio della contrapposizione, dall’assunzione del rischio della condanna e dalla consapevole volontà di trasformare sé stessi disponendosi ad una déprise de soi meme; vale a dire da quell’insieme di caratteristiche che Foucault individua nella figura del parresiasta, cui dedicherà i Corsi al collège de France dall’82 all’84.
È dunque attorno al mutamento della prospettiva analitica adottata da Foucault rispetto al rapporto tra governo, verità e soggetto che si concentrano le riflessioni che percorrono il volume Il Governo di sé, il governo degli altri. E più precisamente nel merito della ridefinizione degli equilibri di tale rapporto e della possibilità di problematizzarne diversamente i termini.
Nella lezione del 9 gennaio 1980 Foucault situa ad un livello differente le proprie indagini nel campo della governamentalità, abbandonando un’impostazione interpretativa centrata prevalentemente sull’analisi del tipo di razionalità specifica delle forme del governo politico degli individui, per dedicarsi allo studio dei meccanismi di adesione soggettiva alle forme di obbedienza predisposte dai regimi di potere. Non si indagherà più, pertanto, il procedimento di cattura, di captazione degli individui all’interno di un meccanismo regolativo finalizzato a massimizzare la propria efficacia in termini di governo, ma si rivolgerà l’attenzione alle modalità specifiche attraverso le quali l’individuo si percepisce, o più propriamente si costituisce, come un soggetto all’interno di una data relazione di potere. I processi di soggettivazione prendono il posto delle pratiche di assoggettamento. In un simile approccio il soggetto non è più pensato come il mero, per quanto problematico, effetto della presa oggettivante delle relazioni di potere-sapere, ma come l’imprescindibile contrappunto polemico, o se si vuole sintomatico, di determinate procedure di gestione della sua condotta. Ciò presuppone necessariamente per Foucault l’elaborazione di un differente riferimento alla nozione di verità, la quale cessa di rappresentare esclusivamente la cifra delle relazioni di potere e il parametro distributivo dei suoi effetti sull’ordine dei rapporti sociali. Detto altrimenti, in questo differente approccio, la verità cessa di esaurirsi come funzione meramente economica ed utilitaristica dell’esercizio del potere, come banco di prova della razionalità governamentale. Coniando il termine aleturgia Foucault intende dischiudere una dimensione supplementare della verità in rapporto al potere per non limitarsi ad intenderla semplicemente come veridizione delle tecniche del suo esercizio. Una verità che eccede il proprio impiego funzionale nel suo manifestarsi apertamente ed esplicitamente in ogni pratica di potere, come rituale della sua riattivazione legittima.
Foucault propone dunque di pensare come inseparabili l’egemonia, intesa come potere di determinazione della condotta degli individui, e le forme alturgiche, ossia quelle manifestazioni supplementari di verità che il potere dispiega per essere obbedito, e delinea in questo modo come orizzonte complessivo delle sue ricerche lo studio del «governo degli uomini attraverso la manifestazione della verità in forma di soggettività»6.
Si tratta di un’innovazione teorica dalla portata eccezionale per le ricerche foucaultiane. Essa inaugura una dimensione ermeneutica che consente di integrare il campo delle indagini relative alle pratiche governamentali, postulando che l’obbedienza al potere di indirizzo delle condotte non dipenda dall’inarginabile coercizione dei suoi dispositivi, e nemmeno, in via esclusiva, dalla loro funzione produttiva, in termini di piaceri, saperi, desideri, e così via, ma dal fatto che nella manifestazione della verità che accompagna l’esercizio del potere siano implicati, predisposti e incoraggiati precisi meccanismi di soggettivazione. Governare attraverso la verità significa governare i processi di soggettivazione.   
È precisamente questo il punto d’innesto di quell’attitudine critica che radicalizza le analisi foucaultiane a partire dagli anni Ottanta conducendolo a mettere alla prova quella formulazione metodologica, teorico pratica, che tramite un gioco di parole definirà con il termine anarcheologia.
La fisionomia di tale concetto, che Foucault sperimenta nel corso del ’79-‘80 senza poi riprenderla nei corsi successivi, mira ad incardinare nel soggetto un duplice vettore di interrogazione della verità con i suoi effetti di potere e del potere con i suoi discorsi di verità7, fissando, come punto di partenza per l’analisi della soggettività nelle sue trasformazioni, la denuncia dell’illegittimità di qualsiasi potere, il rifiuto di pensarlo per forza come necessario. Non si tratta, ci dice Foucault teorizzando l’anarcheologia, di sostenere che il potere è cattivo, ma di ribaltare quell’approccio teorico che, partendo dalla considerazione del vincolo volontario che lega il soggetto ad una forma particolare di verità, conduce a porre interrogativi sulla meccanica coercitiva del potere, per trasformarlo nel procedimento soggettivo che, prendendo le mosse dal rifiuto del potere, mette in questione lo statuto medesimo della verità, liberando la possibilità di una costituzione an-archica del sé.
È in una simile cornice che si collocano le riflessioni che Foucault dedica al tema della parresia filosofica nell’Antica Grecia, elaborando un espediente teorico che consente di spostare il piano dell’interrogazione filosofico politica dalle condizioni epistemologiche della conoscenza vera «all’insieme di pratiche attraverso le quali un soggetto opera una trasformazione etica, che pone nelle condizioni di accedere ed esprimere una propria verità»8.
L’investimento etico viene così a costituire il terzo fondamentale asse di configurazione del rapporto di reciprocità tra filosofia e politica: accanto all’esercizio del potere e all’elaborazione del sapere, la formazione dell’ethos9 diviene la chiave di intelligibilità privilegiata dei rapporti di governo. Nella faglia aperta da questo mutamento di registro, che ruota attorno al perno di una verità non più relegata solamente all’ambito delle pratiche di assoggettamento, può allora prendere corpo la possibilità di effettuare, per utilizzare un’espressione di Chignola, «un salto fuori dal ventre del Leviatano e della soggettivazione che esso custodisce attraverso il dispositivo giuridico e quello della sovranità»10 e di rilanciare una fertile problematizzazione degli assetti politici della nostra contemporaneità.
La congiuntura favorevole che il tema foucaultiano del governo di sé e degli altri inaugura rispetto all’opportunità di rinnovare gli strumenti analitici di una teoria critica del presente11 affonda le proprie radici nella necessaria precarietà di un continuo dislocamento di quanto, nella teoria come nella prassi, rischia di cristallizzarsi sotto la presa totalizzante dell’universale. L’operatività della nozione di governo, in questo senso, declina in modo sempre regionale e decentrato l’approccio metodologico allo studio delle forme di esercizio del potere, decodificando strategie pratiche e locali di disobbedienza e liberazione, nelle controcondotte e nelle ri-soggettivazioni che in esse divengono possibili.
Il Governo di Sé, il Governo degli Altri coglie con puntuale precisione l’andamento irregolare di questo tracciato singolare predisposto da Foucault, assieme all’impazienza ed al desiderio di radicalità che paiono sospingere le argomentazioni del filosofo. Nella varietà degli interventi che lo compongono si delinea con chiarezza ed efficacia il profilo di un progetto filosofico di ampio respiro, la cui vastità ed eterogeneità possono aprire orizzonti nuovi e probabilmente decisivi nel futuro della riflessione filosofico politica.  

Claudio Cavallari

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  1 M. Foucault, La volontà di Sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1988, p.. 7.
  2 S. Vaccaro, La Volontà di Non Essere Governati in S. Marcenò, S. Vaccaro (a cura di), Il Governo di sé il Governo degli Altri, Palermo, Duepunti Edizioni 2011, p. 52.
  3 Cfr. M. Foucault, Illuminismo e Critica (1978), Donzelli, Roma 1997 e M. Foucault, Che cos’è l’Illuminismo? (1984) in Archivio Foucault, III 1978-1985 Estetica dell’Esistenza, Etica, Politica, a cura di A. Pandolfi, Feltrinelli, Milano 1998.
  4 Cfr. L.Bazzicalupo, Pragmatica Anarchica e Virtù Esemplari: un Poststrutturalista ad Atene in Il Governo di Sé il Governo degli Altri, pp. 73-88.
  5 Foucault Illuminismo e Critica, p. 40.
  6 M. Foucault, Lezione del 9 Gennaio 1980.
  7 Cfr. Vaccaro, La Volontà di non Essere Governati, p. 53.
  8 S. Luce, Dalla Verità sulla Vita alla Vita Vera, in Il Governo di Sé, il Governo degli Altri, p. 158.
  9 Cfr. O Marzocca, Parresia Filosofica e Libertà Transpolitica, in Il Governo di Sé il Governo degli Altri, p. 114-115.
  10 S. Chignola, Biopotere e Governamentalità. Michel Foucault e la Politica dei Governati in Il Governo di Sé il Governo degli Altri, p. 106-107.
  11 A tale proposito si vedano gli interventi di S. Marcenò, Per una Genealogia biopolitica del Coloniale. Minorità, Subalternita, Soggettivazione (p.187-218), R. Nigro, Normalità Regolarità e Eccezione nelle Arti di Governo Moderne. Funzione del Colpo di Stato (133-149) e A. Tucci, Trasformazioni del diritto e Soggettivazioni Eterogenee (pp.169-186) in Il Governo di Sé il Governo degli Altri.


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