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S. Žižek, Chiedere l’impossibile

Ombre corte, Verona 2013, pp. 144 (trad. it. di Žižek, S., Demanding the impossible, Polity Press, Cambridge, 2013-Indigo Book compant). Recensione a cura di Francesco Giacomantonio Il discorso di Žižek riattiva l’urgenza del dibattito politico e sociale nella sua forma più vivida e palpitante; forse, come reca il titolo di questo volumetto, esso vuole chiedere l’impossibile, esponendosi così alla critica del realismo più disincantato e del pragmatismo più analitico, oltre che del neoliberalismo più asettico; ma, forse, esso vuol mettere in luce, anche più modestamente, quanto oggi sia diventato difficile persino pensare il possibile.


Žižek, S., Chiedere l’impossibile, Ombre corte, Verona 2013, pp. 144 (trad. it. di Žižek, S., Demanding the impossible, Polity Press, Cambridge, 2013-Indigo Book compant).


Recensione a cura di Francesco Giacomantonio


Nel corso degli anni 2000, Slavoj Žižek ha prodotto numerosi testi rilevanti per l’analisi sociale e politica dell’epoca attuale; lo studioso sloveno è però un’intellettuale poliedrico e difficilmente catalogabile in modo univoco e definitivo, poiché, in varia misura, assomma in sé le figure del filosofo, sociologo, pensatore politico, psicoanalista, massmediologo, critico cinematografico, storico e conferenziere: di conseguenza, spesso i suoi testi sono densi e articolati e richiedono al lettore una notevole preparazione culturale e apertura mentale visti i numerosi riferimenti e punti prospettici che egli mette in gioco. Alla luce di tale contesto, questo breve volume-intervista, presentandosi agile e scorrevole, costituito da 34 capitoletti, mediamente di tre o quattro pagine l’uno, costituisce una modalità più accessibile per confrontarsi con le idee di Žižek e una stimolante lettura per interrogarsi e riflettere su temi altamente influenti del mondo contemporaneo. Ogni capitolo parte da una domanda posta a Žižek dalla curatrice dell’intervista, Yong-june Park (studiosa di un istituto di formazione in Corea del Sud di cui l’intellettuale sloveno è stato ospite) e attorno a ciascuna domanda Žižek sviluppa un sorta di breve saggio in ogni capitolo.

Trovano così spazio riflessioni sulla crisi finanziaria globale avviata nel 2007-08, considerazioni sulle vicende politiche di paesi problematici come la Cina e la Corea del Nord, sul populismo in America Latina, sul ruolo degli USA, sulle dinamiche rivoluzionarie in Egitto. Attraverso i riferimenti a questi fatti e eventi, Žižek giunge a fissare l’attenzione, anche con ironia, su concetti e questioni teoriche più generali e di ampio respiro, che vanno dall’idea di politica a quella di responsabilità, dal ruolo dell’etica al senso del comunismo, dalla prospettiva della rivoluzione alla critica del paradigma liberale e della globalizzazione, dal multiculturalismo all’universalismo, dal senso della libertà all’importanza della teoria e del pensiero autentico e del loro significato, dalla violenza ai problemi del razzismo, sino alla questione del confine tra possibile e impossibile, realtà e immaginazione, utopia e futuro. Per chi ha familiarità con alcuni dei volumi più importanti di Žižek (a partire da Il Soggetto scabroso, Cortina, Milano, 2003, sino a Vivere alla fine dei tempi, Ponte alle grazie, Milano, 2010), è facile vedere in tutti questi temi la ripresa e ri-attualizzazione di discorsi molto cari allo studioso sloveno. Nondimeno, questo libro ha il merito di sintetizzare numerosi punti chiave del suo pensiero politico-sociale, permettendo di correlarli in modo immediato. 

Così, ad esempio, emerge innanzitutto la visione della politica in Žižek, intesa come qualcosa di alto e importante, che è ben più di una mera logica di potere, e si configura piuttosto come l’insieme delle decisioni responsabili che riguardano la nostra vita. E, di conseguenza, ciò che egli teme e combatte con forza è la depoliticizzazione, ossia la fine di azioni sociali coordinate e della critica dell’esistente, sullo sfondo di una attività di amministrazione autoritaria latente. Sotto accusa finisce il rapporto tra democrazia e capitalismo, che a suo avviso è ormai molto problematico e ambiguo, per quanto, nel cuore del XX secolo, molti studi politologici abbiano guardato a quel rapporto in termini positivi. In tale contesto, egli difende quindi il valore della teoria e del pensiero articolato, che sono in definitiva l’antidoto più importante contro le derive populiste che Žižek segnala ripetutamente in Russia, Italia, Cina, Sudamerica, ecc. Assai emblematicamente, a proposito del pensiero autentico, egli osserva criticamente che si vuole che “le università producano fondamentalmente esperti in grado di risolvere i problemi, quelli definiti come tali dalla società, dallo Stato e dalle imprese” (p. 56). Ma per Žižek questo non è pensare. “Qual è il ‘vero’ pensare? Non è risolvere problemi. Il primo passo nel pensare è porre domande del tipo: ‘questo è davvero un problema?’ ‘Come ci arriviamo?’. Questa è la capacità di cui abbiamo bisogno nel pensare” (ibidem). Abbiamo quindi bisogno di coloro che, con una forma generale del pensiero, vedano i problemi da una prospettiva globale. Anche per questo motivo, Žižek difende l’idea dei beni comuni e in particolare l’idea dei prodotti intellettuali come beni comuni e sostiene che la priorità è oggi ripensare tutto. È in ciò che sta la portata rivoluzionaria del contributo di Žižek, che condanna il narcisismo dominante nelle società complesse, che paralizza ogni azione, in cui la trasgressione perde ogni senso perché non vi sono in ultima analisi regole, leggi morali e norme da infrangere, e annacqua tutto in un politicamente corretto finto e fine a se stesso.

 Dunque, la nuova politica di emancipazione non sarà più, per il filosofo sloveno, l’atto di un particolare soggetto sociale (come nel proletariato di cui parla Marx), ma una combinazione esplosiva di soggetti differenti. La sfida etico-politica è di riconoscerci in questa figura; in un certo modo siamo tutti esclusi, dalla natura così come dalla nostra sostanza simbolica. “Oggi siamo tutti homo sacer” (e qui Žižek riprende il concetto del filosofo Giorgio Agamben), ossia appunto esclusi, “la sola strada per impedirlo è divenire soggetti che agiscano preventivamente” (p. 105).

Certamente, quando si parla di pensiero rivoluzionario, si pone il problema inevitabile del rapporto con la violenza: questo è un altro punto assai importante che peraltro ha comportato spesso polemiche dovute a certe esternazioni di Žižek, il quale sostiene, infatti, la violenza nella forma di disobbedienza civile, ovvero una violenza difensiva in situazioni in cui c’è un regime autocratico, violento o terroristico. Si tratta di una posizione provocatoria come del resto lo è quella che egli esprime soffermandosi sull’universalismo e sul multiculturalismo, quando dichiara che il modo migliore di combattere il razzismo sia “non reprimerlo, ma ammettere che si ha un certo clichè razzista, in modo scherzoso lo si accetta e ci si prende gioco di se stessi” (p. 131).

Dall’insieme del volume scaturisce molto chiaramente sia il senso generale del punto di vista di Žižek sia quello che egli ritiene costituisca oggi il grande compito del pensiero: “ridefinire e ripensare i limiti del possibile e dell’impossibile” (p. 138). Al netto delle possibili polemiche, degli slanci istrionici, dello stile anticonformista e intrigante, il discorso di Žižek riattiva l’urgenza del dibattito politico e sociale nella sua forma più vivida e palpitante; forse, come reca il titolo di questo volumetto, esso vuole chiedere l’impossibile, esponendosi così alla critica del realismo più disincantato e del pragmatismo più analitico, oltre che del neoliberalismo più asettico; ma, forse, esso vuol mettere in luce, anche più modestamente, quanto oggi sia diventato difficile persino pensare il possibile.

In conclusione, naturalmente, non è su questo piccolo testo che possiamo valutare il pensiero politico di Žižek in modo compiuto e rigoroso, qui ne abbiamo solo un assaggio complessivo: resta però il fatto che tale pensiero può assumere un posto e una collocazione nell’ambito della filosofia politica contemporanea a patto di non esaltarlo oltremodo e nello stesso tempo di non bollarlo troppo semplicisticamente per certe forzature che alcuni critici possono anche considerare ideologiche e radicali. Žižek porta il pensiero politico fuori da un contesto meramente normativo, crea contatti con la scienze sociali e gli studi culturali e storici in modo dinamico, ampliando gli orizzonti: è dunque anche attraverso la lettura di Žižek che possiamo comprendere più ampiamente la vicenda del mondo del XXI secolo.


Francesco Giacomantonio

 


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