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Rosi Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici

traduzione e cura di Angela Balzano, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 162. Recensione a cura di Laura Sugamele. Il tentativo di rifuggire da una crisi che sembra oltre che esistenziale anche simbolica e culturale, si connette al termine di nomadismo, che nel pensiero di Braidotti lega l’argomento filosofico-politico a quello teorico femminista, allorché ripensare il vissuto individuale incardinato all’interno di assi sociali strutturate non può prescindere dalla possibilità di ripensare il soggetto come entità mobile e dinamica disancorandolo da forme identitarie fisse.

Rosi Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici, traduzione e cura di Angela Balzano, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 162.

 

Recensione a cura di Laura Sugamele

 

La filosofa Rosi Braidotti, teorizzatrice del concetto di soggetto nomade e di postumano, in questo testo propone un’etica affermativa, una visione positiva di azione e resistenza che deve attuarsi a partire dal corpo, come contrapposizione ad una realtà impregnata di un nichilismo dilagante e di un senso di precarietà e incertezza che avvolge le nostre esistenze.

Il controllo, la norma, i meccanismi di sorveglianza, le violenze fisiche e verbali, il terrorismo, piuttosto che la crisi economica e l’affermarsi del populismo, sono tutti elementi che stanno caratterizzando la nostra epoca, determinando il nostro immaginario sociale fatto di insicurezza sostanziale.  

Di fronte a questo nichilismo, il recupero esistenziale dovrebbe iniziare dal corpo, un corpo che, come aveva già individuato Foucault, è inscritto in un sistema di riconoscimento sociale e culturale, in codici specifici che lo cristallizzano immobilizzandolo in fissità identitarie costruite e predeterminate. «Il corpo come fattore costituente della soggettività diventa il luogo in cui si sovrappongono codici culturali e pratiche discorsive molteplici e contraddittorie» (p. 29).

In quest’ottica, il tentativo di rifuggire da una crisi che sembra oltre che esistenziale anche simbolica e culturale, si connette al termine di nomadismo, che nel pensiero di Braidotti lega l’argomento filosofico-politico a quello teorico femminista, allorché ripensare il vissuto individuale incardinato all’interno di assi sociali strutturate non può prescindere dalla possibilità di ripensare il soggetto come entità mobile e dinamica disancorandolo da forme identitarie fisse.

Alla luce di questa considerazione, il femminismo in Braidotti si pone come vera alternativa alla crisi della modernità dettata da leggi economiche, finanziarie e politiche, dove riflettere sul soggetto implica prendere in considerazione il suo corpo, non dalla differenza ma dal punto di vista dell’alterità, riconoscendo l’altro come soggettività autentica e creativa, come quella della donna o dell’immigrato. Da questo punto di vista, l’autrice evidenzia l’importanza del riconoscimento del soggetto nomade, un soggetto non predeterminato, ma capace di slegarsi dai pilastri del tempo e dello spazio, per decostruirsi in nuove forme conoscitive e soggettive.

Questo discorso fa emergere la problematicità insita nella tecnocultura, considerata come una rivoluzione della nostra epoca che, comunque, conduce a riflettere sul corpo ormai incardinato nella cultura dell’avanzamento tecnologico.

Per Braidotti è, quindi, necessario ripensare «il corpo nella sua radicale materialità, nella sua immanenza e nella sua complicità con i regimi tecnologici» (p. 34). Il clamore tecnologico teso ad una valorizzazione del corpo estetico e ad una ricerca della perfezione impone di riflettere sui potenziali rischi del progresso industriale che conduce all’imprigionamento del corpo nella sfera del grottesco, dalla ricerca dell’eccessiva magrezza, all’utilizzo della chirurgia plastica per la realizzazione della silhouette perfetta, dinamica in linea con quella normalizzazione dei corpi che la società ha sempre cercato di attuare. L’elemento che a parere dell’autrice viene ad emergere nel discorso è allora quello della visualizzazione, nel quale tecnologia e perfezione del corpo si congiungono come specchio della modernità del controllo, in cui l’estetica è diventata un mezzo per autorappresentarsi in modo visuale ma non autentico.

Il corpo viene così reificato dal punto di vista identitario, immerso nel processo di costruzione dell’immaginario visivo. In questa prospettiva, il femminismo ha sviluppato delle posizioni in merito alla devianza e all’inverosimile insite nelle rappresentazioni visuali, proponendo un allontanamento teorico e pratico dal femminismo anni Settanta e una nuova configurazione femminista attivista da parte delle giovani generazioni, cambiamento che secondo Rosi Braidotti coincide con la riformulazione del rapporto figlia-madre, intersecandosi strettamente sulla questione della maternità.

È interessante osservare che nel testo la relazione madre-figlia viene considerata non solo nella prospettiva di un recupero generazionale, bensì come una riformulazione più attiva della lotta femminista in contrasto ad una società del controllo sul corpo attraverso le politiche del consumo e della mercificazione della soggettività individuale.

Secondo l’autrice, la postmodernità pone infatti dei problemi alquanto seri, considerando che la fase nella quale viviamo è caratterizzata da una eccessiva visualizzazione estetica e da una presenza femminile in aumento nell’immaginario simbolico e sociale. «Simultaneità paradossale di forte presenza, di positività e di potenza significante delle donne, ma anche di gran miseria dell’immaginario sociale […] e anzi s’intensifica la produzione della femminilità feticcio, oggetto di manipolazioni, rimodellamenti e di ristrutturazioni sia a livello immaginario che sociale» (p. 44).

In opposizione a questa visione, Braidotti mette in luce alcuni nuovi gruppi femministi come le Guerrila e le Pussy Riot, la cui azione è attuata in termini di critica ironica che l’autrice considera come una parodia politica. La resistenza organizzata da queste femministe si fonda su una tipologia particolare di attivismo «che si scontra con i toni sincopati della critica artistica convenzionale» (p. 45).

La dinamica utilizzata da questi gruppi evidenzia un comportamento visibile e di netto contrasto alle ripetizioni ritualizzate della società, in cui il mascheramento e il travestimento rappresentano un meccanismo di sovvertimento della convenzionalità. La parodia come attivismo politico deve, tuttavia, essere fondata se vuole essere efficace sul piano politico. Secondo Rosi Braidotti, tale azione politica deve infatti diventare ‘filosofia del come se’, nel senso dell’affermazione del soggetto nomade, un soggetto che deve ridefinire la sua stessa collocazione nel mondo e nel rapportarsi agli altri attraverso la reciprocità e la trasversalità, ponendo una nuova visione etica che consenta di ripensare il futuro. In questo senso, il femminismo si presenta come messa in discussione della staticità dello spazio politico in favore di una sua ri-articolazione.

Da ciò, la pratica della parodia si pone, analogamente al pensiero di Judith Butler, come termine di sovvertimento rispetto agli atti corporei stilizzati e ai codici dominanti socialmente per il tramite di una politica creativa attiva.

All’interno di questo quadro, la spinta etica di cui è portatore il pensiero nomade di Braidotti, diventa la pars destruens di una soggettività imbrigliata negli imperativi della società capitalista e politicizzata, laddove la vera prassi politica deve invece volgersi alla «costituzione di modelli alternativi di soggettività» (p. 105). La riflessione affrontata dall’autrice poggia su un piano essenzialmente etico, in cui la politica viene ridisegnata come politica della trasformazione delle relazioni sociali formulata alla luce di un’asse simmetrica-relazionale dei rapporti umani. L’etica che viene posta è un’etica della soggettività positiva, dinamica e intrisa di flussi relazionali in trasformazione di fronte ad un mondo diversificato sul piano tecnologico ed etnico e quindi in grado di contrapporsi ad un nichilismo dilagante.

Il riconoscimento dell’altro si pone, allora, come elemento fondamentale della nuova prassi politica, su cui pone l’accento l’autrice, in analogia al volto dell’altro di Lévinas e della natura non negoziabile dell’altro di Simon Critchley, posizione che determina il concetto di “altro” quale fattore principale su cui fondare l’etica nomade. In questo senso, nelle ultime pagine del testo, Braidotti pone a critica il capitalismo in quanto riduzione del soggetto attraverso la pianificazione finanziaria, la quale attua di conseguenza il disconoscimento dell’altro come differente e non incluso all’interno dell’inquadramento socio-economico, un soggetto che invece «si forma nell’intersezione tra forze relazionali esterne» (p. 136).

In definitiva, Rosi Braidotti rispetto ad un capitalismo che incardina le singole esistenze all’interno di codici economici, finanziari e sociali predeterminati, invita a resistere a una tale forza distruttiva mediante l’impegno collettivo del riconoscimento dell’altro e dunque affermando una realtà che, per l’autrice, è quella del concatenamento relazionale, laddove «la verità di un sé sta nelle sue interrelazioni con l’alterità» (p. 137) e non esiste individualità se non in termini di intersoggettività.



Laura Sugamele



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