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Rahel Jaeggi, Forme di vita e capitalismo,

a cura di Marco Solinas, Rosenberg&Sellier, Torino 2016, pp. 165. Recensione a cura di Gianluca Cavallo. Il volume, a cura di Marco Solinas, raccoglie cinque saggi, pubblicati dall’autrice tra il 2005 e il 2015. Esso testimonia la continuità e l’evoluzione di un progetto di ricerca ancora aperto, che stimola la riflessione più di quanto fornisca tesi definitive.

Rahel Jaeggi, Forme di vita e capitalismo, a cura di Marco Solinas, Rosenberg&Sellier, Torino 2016, pp. 165.

 

Recensione a cura di Gianluca Cavallo

 

Rahel Jaeggi, docente di filosofia pratica alla Humboldt Universität di Berlino, va elaborando, a partire quantomeno dal suo libro sull’alienazione (ed. it. a cura di Giorgio Fazio, Alienazione, Editori Riuniti, 2013), un progetto che potremmo dire di ridefinizione dei contorni normativi della teoria critica. “Contorni”, e non “fondamenti”, in quanto obiettivo primario della sua proposta è l’elaborazione di una normatività formale in grado di indirizzare lo sguardo critico sulla società, più che di fornire i contenuti precisi di un’immagine della vita disalienata. Il rifiuto di ogni essenzialismo si accompagna, tuttavia, al tentativo apparentemente paradossale di rimettere in gioco concetti carichi di presupposti come “alienazione” e “ideologia”. Con ciò, naturalmente, cambia il modo di procedere della critica stessa. La ridefinizione dell’idea di critica assume una posizione di rilievo in Forme di vita e capitalismo. Il volume, a cura di Marco Solinas, raccoglie cinque saggi, pubblicati dall’autrice tra il 2005 e il 2015. Esso testimonia come il curatore metta bene in evidenza nell’Introduzione, la continuità e l’evoluzione di un progetto di ricerca ancora aperto, che stimola la riflessione più di quanto fornisca tesi definitive. Tuttavia, le linee direttrici sono marcate in maniera perfettamente riconoscibile. La principale è, come si diceva, la delineazione di una forma di critica che non rinunci a concetti normativamente significativi, ma che faccia a meno di qualsiasi fondazione essenzialista. Il risultato – che è allo stesso tempo un punto di partenza – è una critica immanente delle forme di vita. Che essa sia immanente non significa, per Jaeggi, che faccia appello a norme riconosciute da una determinata comunità nella quale non trovano coerente applicazione. Le norme cui dovrebbe fare appello la critica immanente sono «efficaci, ma in quanto efficaci sono divenute contraddittorie e deficitarie» (p. 81). Il rapporto tra norme e realtà è dunque rovesciato, in quanto la realtà non è adeguata alle norme, ma queste ultime sono piegate dai rapporti di forza e dunque impoverite a tal punto da rovesciarsi nel loro contrario (ad esempio, la libertà e l’eguaglianza si trasformano in illibertà e diseguaglianza). Questo rovesciamento rappresenta per l’autrice una contraddizione interna (innerer Widerspruch), che ha, in quanto tale, un carattere necessario: il rapporto tra norme e realtà è tale per cui le prime, «nella loro realizzazione, si rovesciano necessariamente contro le loro intenzioni originarie» (ibid.). La contraddizione non può essere sciolta se non mediante un mutamento che coinvolga entrambi i poli in tensione; mediante l’istituzione di una nuova realtà, per la quale saranno costitutive nuove norme.

Quest’idea di critica è esplicitamente ricalcata sulla critica marxiana dell’ideologia, ma – mentre viene data esauriente risposta alla domanda che dà il titolo a uno dei saggi: Che cos’è la critica dell’ideologia? – il senso preciso che il termine ideologia assume in questo contesto resta piuttosto oscuro. Jaeggi rifiuta (esplicitamente nel quinto capitolo del libro) il determinismo struttura/sovrastruttura (p. 158), ma sostiene allo stesso tempo che esista un rapporto necessario tra l’esistenza di terminate pratiche (ad es. il mercato) e specifiche norme (ad es. la libertà formale), che sono per esse «costitutive» (p. 81). Ciò che l’autrice intende sembra essere quanto segue. Da una parte, le norme sono costitutive per le pratiche, come le regole del gioco rendono possibile giocare e, d’altra parte, è l’esistenza di determinate pratiche a rendere necessaria una specifica costellazione di norme. Queste ultime non vanno considerate in astratto, come «valori» che noi «abbiamo» in quanto comunità (p. 81), dal momento che esse assumono un significato solo in relazione alle pratiche sociali. Una norma è (o diviene) ideologica – potremmo dunque dire – quando risulta parte di un contesto sociale «falso», nel senso adorniano del termine. Come scrive Jaeggi nel primo capitolo, dedicato proprio ad Adorno, «il “bene” non è infatti indifferente rispetto alle condizioni della sua realizzazione» (p. 44).

Che la critica immanente abbia come obiettivo possibile delle forme di vita (Lebensformen) significa che essa non si riduce alla dimensione funzionale, morale o etica, ma all’insieme di queste tre dimensioni. Una forma di vita, concetto fondamentale nel costrutto teorico dell’autrice e articolato nel capitolo 4 del volume, è un «fascio inerte di pratiche», ossia è l’insieme, al contempo «dato» e «creato» (p. 127), degli assetti istituzionali e delle convenzioni che regolano la riproduzione simbolica e materiale della società. Con l’introduzione di questo concetto Jaeggi suggerisce una visione olistica della società, secondo la quale è analiticamente sbagliato supporre l’esistenza di diverse sfere sociali parzialmente indipendenti tra loro, com’è fuorviante la dicotomia tra sistema e mondo della vita. Considerare il dominio dell’economico, ad esempio, come un insieme di pratiche appartenenti a una forma di vita (come Jaeggi suggerisce nel capitolo 5), significa riconoscere che tali pratiche «sono connesse e persino aggrovigliate ad altre interpretazioni e pratiche non-economiche» (p. 150). L’istituzione della proprietà, ad esempio, che si esplica nell’attribuzione a determinati soggetti di un diritto su specifici oggetti, dipende dalla delimitazione culturale dell’insieme dei soggetti e degli oggetti che sono rispettivamente detentori di diritti individuali e passibili di possesso. Tale delimitazione è data dalla connessione tra pratiche economiche e religiose, artistiche, ecc..

Una critica delle forme di vita dovrebbe perciò essere in grado di mostrare come le «crisi» che le società si trovano ad affrontare siano crisi pratiche, ossia riguardino tanto la realtà quanto le norme che la strutturano. Non esistono, secondo questa prospettiva, crisi meramente funzionali (come suppone la critica quando considera il capitalismo semplicemente come sistema economico), né crisi puramente valoriali (come quelle supposte dalla critica di stampo reazionario), né morali o etiche (che costituiscono il focus della tradizionale critica allo sfruttamento e all’alienazione). Le crisi sono al contempo «funzionali» e «normative» (p. 99) e una forma di vita può perciò essere criticata per la sua incapacità a fronteggiarle, superando la contraddizione inerente tra le pratiche e le norme che le costituiscono.

In base a quanto accennato, il nuovo libro di Rahel Jaeggi può essere letto come una continuazione del progetto critico avviato con Alienazione e sarà accolto con favore da coloro che sono stati delusi dalla prospettiva marcatamente soggettivista di quel primo testo. Sulla base di un confronto critico con il liberalismo e con autori come Rawls e Habermas, Jaeggi propone alcuni elementi che possono essere messi alla base di una rinnovata analisi e critica della società. Una critica, tuttavia, che non è soltanto rivolta al capitalismo come forme di vita, ma che apre alla possibilità di una critica dalle molteplici applicazioni. Basandosi sul concetto «modulare» di “forme di vita”, ossia su un concetto che non identifica in maniera rigida una grandezza sociale, ma che può essere applicato in egual maniera, ad esempio, alla famiglia nucleare, alla vita in campagna, o al capitalismo, la critica può essere rivolta tanto all’«intero» quanto alla «parte» di un complesso socio-culturale (cfr. R. Jaeggi, Kritik von Lebensformen, Suhrkamp, Berlino, 2014, pp. 89 ss.). Anche se questo non sembra essere l’interesse dell’autrice, il suo libro potrà dunque rivelarsi fecondo anche nel ripensare il ruolo dello Stato nelle odierne società multiculturali, il senso del pluralismo e la possibilità di una critica di forme di vita diverse da quelle per noi comuni.

 

Gianluca Cavallo



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