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Aa.Vv., Lo spirito della politica. Letture di Montesquieu

a cura di Domenico Felice, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011, pp. 277. Recensione a cura di Fabiana Fraulini L’odierna fortuna di Montesquieu nel mondo occidentale è grande, ma rischia di risolversi in una «eccessiva semplificazione e banalizzazione del suo pensiero» (Nota ai testi, p. 9). Dal tentativo di scongiurare una tale evenienza, e di restituire al lettore lo spirito dell’opera montesquieuiana, nasce questa silloge, i cui contributi appartengono a eminenti studiosi che, dalla metà del secolo scorso in poi, si sono confrontati con la riflessione dell’insigne Bordolese: Hannah Arendt, Raymond Aron, Isaiah Berlin, Norberto Bobbio, Federico Chabod, Sergio Cotta e Jean Starobinski.

Aa.Vv., Lo spirito della politica. Letture di Montesquieu, a cura di Domenico Felice, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011, pp. 277.


Recensione a cura di Fabiana Fraulini


Il volume Lo spirito della politica. Letture di Montesquieu, curato da Domenico Felice, propone molte delle più significative pagine critiche dedicate al filosofo settecentesco negli ultimi decenni.
L’odierna fortuna di Montesquieu nel mondo occidentale è grande, ma rischia di risolversi in quella che il curatore definisce una «eccessiva semplificazione e banalizzazione del suo pensiero» (Nota ai testi, p. 9). Dal tentativo di scongiurare una tale evenienza, e di restituire al lettore lo spirito dell’opera montesquieuiana, nasce questa silloge, i cui contributi appartengono a eminenti studiosi che, dalla metà del secolo scorso in poi, si sono confrontati con la riflessione dell’insigne Bordolese: Hannah Arendt, Raymond Aron, Isaiah Berlin, Norberto Bobbio, Federico Chabod, Sergio Cotta e Jean Starobinski.
Nel saggio che apre il volume (Un nuovo Aristotele, pp. 11-41), Berlin si sofferma su quella che Montesquieu ritiene essere la sua scoperta più importante, ossia la comprensione dei modelli e delle leggi di sviluppo che governano le società umane. Tale scoperta non si traduce tuttavia in un metodo meccanico capace di garantire regole universali a cui rispondano tutti i sistemi socio-politici. Il filosofo di La Brède sostiene infatti che le società umane sono simili ad organismi biologici, ciascuno dei quali è guidato da proprie leggi interne di comportamento, a loro volta soggette all’influenza di una molteplicità di fattori geografici, climatici, religiosi e culturali. La sua convinzione, prettamente aristotelica, secondo cui non esiste un patrimonio di valori adatto agli uomini in tutti i tempi, gli procura l’ostilità di quei philosophes che sono fautori dell’esistenza di un unico metodo universale in grado di assicurare risposte vere alle questioni morali e politiche.
Al metodo di analisi della società che trova attuazione nell’Esprit des lois (1748) è dedicato il contributo di Aron, Per una scienza universale dei sistemi politico-sociali (pp. 43-92). Lo studioso ritiene che Montesquieu faccia proprio il procedimento tipico del sociologo, consistente nel tentativo di scoprire al di sotto della «diversità quasi infinita di usi, di costumi, di idee, di leggi, di istituzioni» un «ordine intelligibile» (p. 44). Esemplificativa di questo procedimento è la categoria di esprit général des nations, categoria che sancisce, all’interno dell’opus maius del Bordolese, il passaggio da una tradizionale teoria dei tipi di governo ad uno studio sociologico delle cause, fisiche e morali, che agiscono sull’organizzazione delle società determinandone i caratteri. Il concetto di esprit général consente così di superare la pluralità indefinita di spiegazioni parziali, e di afferrare l’unità degli insiemi storici. Grazie a tale impostazione epistemologica, Montesquieu può essere definito, secondo Aron, più che un semplice precursore della sociologia, «l’ultimo dei filosofi classici e […] il primo dei sociologi», poiché «ha reinterpretato il pensiero politico classico in una concezione globale della società e ha cercato di spiegare sociologicamente tutti gli aspetti della collettività» (p. 91).
Lo storico Chabod, nel suo studio La nascita dell’idea d’Europa (pp. 93-117), analizza il lungo processo che, a partire da Machiavelli, ha condotto alla definizione e all’affermazione del concetto di Europa, intesa come «una comunità dai caratteri ben precisi e ben netti, e puramente laici, non religiosi» (p. 95). Montesquieu dà un contributo fondamentale a quest’elaborazione grazie alle Lettres persanes (1721), capolavoro di quella letteratura di pseudo-viaggio che, diffusasi soprattutto nel XVIII secolo, garantisce un vigoroso impulso alla differenziazione dei lineamenti politici e culturali europei rispetto a quelli propri degli altri continenti. Dal punto di vista politico, il Vecchio Continente si distingue dal resto del mondo per la presenza di molti Stati liberi, contrapposti ai grandi imperi asiatici nei quali il sovrano esercita un potere illimitato sui sudditi. Fortemente accentuate risultano anche le differenze per quanto riguarda la vita e i costumi: «attività incessante contro nonchalance, pigrizia, mollezza; progresso portentoso delle scienze, della tecnica, contro tradizionalismo, immobilità; vita di società europea, brio e gaiezza contro isolamento, gravità, melanconia degli Asiatici» (p. 116). L’esito delle riflessioni di Montesquieu su questi temi finisce col rivelarsi, secondo lo studioso italiano, un «inno all’Europa, alla civiltà europea» (ibid.).
Prosecuzione ideale del testo di Chabod, il saggio di Bobbio Grandezza e decadenza dell’ideologia europea (pp. 119-129) – titolo che riecheggia quello della nota opera montesquieuiana Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734) – pone in risalto come questi caratteri distintivi e peculiari del Vecchio Continente si siano tradotti, in età moderna, in una vera e propria ideologia europea. Tale ideologia, votata ad un inevitabile declino del mondo contemporaneo, si esprime nelle due dicotomie progresso/immobilità e libertà/dispotismo, corrispondenti al contrasto Occidente/Oriente.
Nello studio di Cotta, dal titolo Per una concezione dialettica del bene comune (pp. 131-161), il confronto tra le riflessioni dei due “padri” del liberalismo moderno, Locke e Montesquieu, costituisce il terreno da cui emerge la peculiarità della trattazione del Bordolese inerente alla libertà politica. La tripartizione del potere politico proposta dal Locke del Second Treatise of Government (1689) risulta essere, ad un’attenta osservazione, una funzionale divisione dei compiti, caratterizzata dalla supremazia del potere legislativo e dall’inglobamento del potere giudiziario all’interno dell’esecutivo. Al contrario, secondo l’autore dell’Esprit des lois, la libertà politica non può conseguire da una gerarchia di poteri diversi, ma solamente dalla loro separazione: «Non c’è libertà nel e del corpo politico là dove esso non è imperniato su tre poteri», distinti, autarchici, separati, in quanto, «[r]ispetto alla capacità di assicurare la libertà del corpo politico, tutti e tre i poteri sono parimenti necessari; nessuno di essi è di diritto superiore all’altro» (p. 147).
Starobinski, nel suo contributo Uniformità e diversità (pp. 163-180), mette in luce come, all’interno della riflessione montesquieuiana, l’unità dell’ordinamento sociale sia inscindibile dalla pluralità di ordini e leggi compresenti al suo interno. Mentre Rousseau «vagheggia uno spazio sociale omogeneo e trasparente, unificato grazie a una volontà pressoché unanime» (p. 173), il barone di La Brède, sempre attento alla varietà delle circostanze, considera la società come un insieme di parti distinte che si accettano e si sorreggono vicendevolmente, e la cui unità è «la risultante di una pluralità ben coordinata» (ibid.). Lo Stato resterà moderato (e quindi, libero) fintanto che conserverà la distinzione tra i vari ordini di leggi e garantirà la presenza al suo interno di poteri molteplici e concorrenti.
Una nuova concezione del potere, inteso non più come violenza e dominio, bensì come relazione (rapport) tra gli uomini, costituisce la maggiore innovazione apportata dal Président nel campo degli studi politici. È questa la tesi di Arendt (Per una filosofia del limite, pp. 181-218), la quale individua il punto focale della teorizzazione montesquieuiana nel riconoscimento dell’azione umana come fenomeno centrale dell’intera vita politica. Da siffatta concezione discende la distinzione tra la natura e il principio, elementi che danno forma a ciascun tipo di governo. Il Bordolese intuisce infatti che ogni regime politico ha bisogno di un principio che lo animi e lo metta in movimento. Tale principio – criterio che regola sia le azioni dei governanti sia quelle dei governati – introduce la storia e il processo storico entro le strutture di governo, tradizionalmente pensate come fisse ed inalterabili. Il merito maggiore di Montesquieu consiste quindi, a giudizio di Arendt, nel comprendere la necessità di ricondurre l’azione politica alle concrete esperienze umane e alle circostanze sempre mutevoli in cui gli individui agiscono.
Il volume, che si chiude con un’approfondita cronologia della vita e delle opere del Président a cura di Piero Venturelli (pp. 219-277), restituisce, grazie alla varietà di interpretazioni e tematiche presenti al suo interno, quella complessità e profondità di pensiero che permea l’Esprit des lois come le altre opere montesquieuiane.

 


Fabiana Fraulini

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