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Tu sei qui: Portale I classici - The Classics La filosofia politica di Machiavelli, giugno 2014 Laura Bazzicalupo, Machiavelli e la politica tra verità e immaginazione (schema della relazione)

Laura Bazzicalupo, Machiavelli e la politica tra verità e immaginazione (schema della relazione)

Laura Bazzicalupo

 

Machiavelli e la politica tra verità e immaginazione


Nell’intervento mi propongo due obiettivi tra loro connessi. Innanzitutto pensare la sfida del realismo di Machiavelli non attraverso una ontologia e una metafisica, ma come ‘effetto’ di un approccio, una modalità di analisi immanente che rifiuta (non può e non vuole) operare attraverso il trascendimento del piano concreto e materiale della pratica politica. 

Questo obiettivo si riflette e a sua volta mette in evidenza la centralità del conflitto nella politica, la sua funzione costitutiva. Per questa centralità – che si contrappone al mainstream della tradizione filosofico-politica occidentale ossessionata dall'ordine – Machiavelli è l’antesignano di una modernità minoritaria, ma importante. Una modernità che oggi - per una congiuntura di crisi profonda di quella tradizione dominante – è significativamente attuale.

Nel perseguire questi obiettivi prenderò in esame il nesso e la dialettica che si determina tra verità e dimensione dell’immaginario.

1. La coppia concettuale del titolo – verità (che è poi qui verità effettuale) e immaginazione – percorsa e ripercorsa infinite volte dalla letteratura critica machiavelliana – rinvia, nella prospettiva che intendo affrontare, ad una questione che ci riguarda profondamente in quanto comunità scientifica di filosofi politici. In questione infatti è il rapporto tra pensiero e politica, tra filosofia  - meglio filosofia politica – e prassi politica.

Ritengo questa questione la sfida più significativa che la lettura di un testo ‘sorprendente e inquietante’ come il Principe, ci rivolge.

La posizione realista di Machiavelli è interessante non perché riflette sulla situazione storica concreta, magari a partire da un assunto pessimista che funge da principio di cautela rispetto alle azioni difformi e contrarie degli individui; questi aspetti sono condivisi da tutti i cosiddetti realisti (cfr. Portinaro, Il realismo politico); non si tratta nemmeno di valorizzare, come fanno alcuni importanti studi contemporanei (del Lucchese, Bove, Morfino) il sistema filosofico di Machiavelli, la metafisica determinista e il realismo antropologico circa la ‘natura umana’: tutti elementi di notevole interesse che contribuiscono al quadro interpretativo e lo riposizionano nel percorso filosofico della modernità costruendo nuove genealogie.

A mio avviso però la posizione realista di Machiavelli presenta una sfida alla comunità dei filosofi politici per il singolare posizionamento del soggetto pensante, del filosofo stesso dunque, dentro la congiuntura. Per usare un'espressione che Loewith ha adoperato a proposito di Burchkardt - le cui riflessioni storico politiche  hanno tratti di notevole affinità con quelle di Machiavelli – Machiavelli è un uomo ‘nel mezzo’ della storia, della vita e della politica. Nel mezzo, immerso dentro: il realismo di Machiavelli è un effetto del posizionamento che assume lui stesso: dentro la congiuntura (l’espressione questa volta è di Althusser) subordinando il pensiero al suo oggetto. 

La politica per Machiavelli non è semplicemente autonoma e trattata scientificamente: essa piuttosto ha il predominio e sottomette a sé il ragionamento. La centralità e l’originarietà – intesa quest’ultima come radice che persiste nel tempo e che si rinnova ogni volta nell’evento – della pratica politica rispetto al pensiero segna il dispositivo teorico stesso.

Un pensiero dell’immanenza che si situa nel campo di ciò che analizza ha a sua volta come effetto la necessità di non tradire il conflitto che attraversa quel campo, rifiutando di neutralizzarlo tramite un punto di osservazione altro, posizionato altrove, che generi l’ordine cancellando quel dato empirico. 

E’ noto che gli studi machiavelliani più recenti hanno messo a fuoco nel pensiero machiavelliano la centralità del conflitto, il tumulto.  Nella lettura neorepubblicana del momento machiavelliano si tratta di un conflitto addomesticato e regolato dalle leggi, produttivo di libertà civili.  Questa anima conflittuale, tumultuosa è poi ripresa e valorizzata in chiave assai più radicale dagli interpreti di matrice neospinoziana e deleuziana che vi leggono una opzione di Machiavelli in direzione della irriducibilità della moltitudine  come ‘vera’ soggettività politica, anti-sovrana e anti-statuale.  Questa lettura molto interessante, in ogni caso, tende – nell'ottica dell’asse Machiavelli- Spinoza, in ultima istanza, centrata su Spinoza – a ‘fondare' sia il conflitto che la pluralità sulla ontologia, la antropologia e la metafisica materialista.

La prospettiva che propongo rovescia il ragionamento e, partendo proprio dal posizionamento machiavelliano immanente al campo di analisi e ai vettori conflittuali che l’attraversano (verranno sottolineate le analogie con il cosiddetto ‘discorso storico' di Foucault nel paradigma del potere come guerra in Bisogna difendere la società; e con la tesi arendtiana di una pratica politica liberata dai modelli normativi filosofici e 'fedele' alla impredicibilità dell’azione politica), determina l’impossibilità di uno sguardo che ‘sa’ e sottopone a giudizio di valore l’intero sistema: un tale sguardo può essere solo immaginazione, pura immaginazione, per quanto dotata di effetti di forza e di potere che entrano nel gioco della congiuntura concorrendo con altri vettori. L’ignoranza e la non controllabilità dell’insieme complessivo e della sua eventuale teleologia, l'opacità dell'intera trama di caso e necessità che si intrecciano in ogni punto del piano di immanenza, sono peraltro esattamente la matrice dell’azione politica e la garanzia dello spazio, del vuoto che si apre alla virtù. Mancano strutturalmente, nella prospettiva machiavelliana, tanto l’assoluta contingenza, l’ignoranza assoluta, il colpo di dadi, marchio del nichilismo tardo-moderno, che l’assoluta necessità del naturalismo determinista. Machiavelli ipotizza che nella vita (politica e vita qui coincidono) metà sia fortuna e metà sia virtù: c’è, dunque, una conoscenza parziale, prospettica che esclude il sapere sulla totalità. Richiamo – tra parentesi - l'attenzione sull'affinità di questa conoscenza parziale con il presupposto delle teorie economiche liberali circa la mano invisibile che regola il mercato: non certo per sottolineare l’ideologia di una regolazione para-divina e armonica, in Machiavelli assolutamente inesistente, ma per il cruciale attributo di invisibilità, di opacità, di ignoranza (anche da parte di un qualsiasi sovrano), di quelli che saranno gli orientamenti del mercato; invisibilità che è la condizione indispensabile del funzionamento economico.

Dunque metà fortuna e metà virtù: anche questa affermazione metafisicamente impegnativa, non strettamente empirica, viene avanzata in forma dubitativa, originata dalla pratica, dall’esperienza, da confronti di casi analoghi, ma testimonia, contemporaneamente, un’assunzione di responsabilità e, se vogliamo, di immaginazione appassionata: Machiavelli pensa a partire dalla cosa (si parla infatti di verità effettuale della cosa, cioè della situazione contestuale che si presenta come un compito, una causa all’ordine del giorno per l’azione politica) per potervi inserire l'azione politica. Più che un assunto metafisico – questo metà fortuna metà virtù – è un presupposto per strutturare il dispositivo pragmatico: in modo tale da fare spazio, aprire un varco e un vuoto dove vuoto non c’è mai.  Considera la possibilità di un vuoto dove la virtù attiva e soggettiva trovi modo di incidere e forzare le necessità dei condizionamenti con la propria azione: potere tra i poteri. Virtù che diviene, da un’altra prospettiva di azione, essa stessa una condizione di necessità.

Che cosa significa pensare nella congiuntura?

La congiuntura, o, in un’accezione più soggettiva e volatile, l’occasione, è la strutturazione mobile del campo d’azione, dove si incrociano i vettori di forze che si presumono  necessari; appaiono cioè indisponibili allo sguardo dell’attore e del pensatore entrambi immersi nello stesso campo. Apparire, immaginare, ma anche sapere. E' significativo che sia immaginare per superstizione, per credenza religiosa o ideologica, sia sapere per conoscenza effettuale o per analogia esemplare, producano in tutti i casi effetti; dunque anche l'immaginazione è effettuale: la differenza oppositiva, evocata nel passo famoso del capitolo XV del Principe, sta nell’efficacia delle decisioni che si prendono in base a questa presunzione di verità, per la quale la cogenza dei condizionamenti deve essere ben valutata, realistica, e non, come spesso accade, ritenuta tale per pura immaginazione.  Sottolineo la rilevanza degli effetti, perché, se si assume la prospettiva di muovere da un posizionamento immanente al campo di indagine, diventa impossibile indagare i presunti fondamenti  della verità. L'analisi per valutare la verità delle ipotesi si concentra piuttosto, come è proprio di un radicale empirismo, sulla loro effettualità. La stessa immaginazione come potenza e vettore interno, ora negativo o bloccante, disarmante, ora invece come positivo e creativo, è attratta nel gioco. Essa non è opposta alla verità ed è a sua volta produttiva di effetti, anche se, dal punto di vista degli obiettivi da raggiungere, è fuorviante e inefficace.


2. La formula ripresa nel titolo contrappone la verità effettuale, la conoscenza pratica, produttrice di effetti 'della cosa', alla rappresentazione immaginaria, soggettiva oppure idealizzata, utopistica. Quest'ultima presenta un modello morale, religioso edificante e/o razionale, così come facevano gli umanisti cortigiani ma anche tutta la filosofia politica dell'antichità. Machiavelli prende la distanza da quelli e - come noterà Arendt che ricostruisce il filo rosso della filosofia occidentale proprio nella diffidenza di quest'ultima verso la politica - e si distanzia dai successivi 'costruttori di modelli' cui la realtà politica deve adeguarsi per neutralizzare la propria incapacità di autogoverno. Costoro pensano la politica secondo il modello della poiesis, che 'fa' il prodotto politico, lo Stato, l'ordine, a partire da uno schema normativo.

Il pensiero politico 'vero' invece si cala nella sfida che il presente gli rivolge: questa effettualità (Wirchlichkeit) è la sua verità: il pensiero è dentro anche quando è contro; si pone all'interno dello spazio immanente delle forze e delle resistenze che affollano il piano di immanenza  attuale. Indubbiamente la verità contestuale si allarga e Machiavelli chiama a raccolta l'esemplarità, nella quale non può non echeggiare l'immagine mitica e idealizzata. Ma l'esempio - ed è ancora Arendt che mostra di aver raccolto la lezione machiavelliana - non è la legge generale: l'esempio si muove per analogia, per associazione dal particolare al particolare. La sua portata ideale è contestualizzata e funzionale. Pensiero partigiano: non c'è osservazione politica in Machiavelli che non sia partigiana, anche quando rileva condizioni costanti e generali dell'agire, posizionata lungo un asse di progetto politico in risposta ad un problema, ad una crisi che lo interroga. La pratica politica, dunque, con un rovesciamento vertiginoso rispetto alla nostra tradizione filosofica, domina e governa il pensiero, lo subordina e lo orienta. Senza, a mio parere, cadere in un semplicistico pragmatismo. Non c'è infatti, a mio avviso, una subordinazione ad un obiettivo privatistico, anche se non sono affatto escluse le componenti passionali dell'ambizione e della voglia di potere, anzi sollecitate come forze vive e necessarie. Però c'è un governo dell'azione che nasce dalla cosa stessa, dal problema politico che sollecita la virtù - certo non morale, etica sì - che sollecita l'intelligenza politica verso una soluzione concreta, possibile da effettuare, iscritta nell'insieme delle circostanze. Se ci si cala nell'intreccio stesso, se ne è parte, ci si obbliga a seguirne le logiche in vista dell'effettualità, dell'efficacia dell'impresa. Nella consapevolezza, non paralizzante, che la traiettoria che si viene a tracciare 'nella congiuntura' avrà effetti impredicibili, soggetti ad una possibile eterogenesi dei fini, al non controllo dell'esito dell'azione stessa. Esattamente quello che nella teoria moderna della politica è considerato il massimo rischio: insopportabile perdita di controllo che genera la figura chiave della modernità politica, la sovranità, la forzata reductio ad unum della pluralità.


3. Nel mettere a fuoco le conseguenze del gesto machiavelliano si evidenzia quindi la sfida a futura memoria verso un'altra opzione della scienza politica moderna, conseguente alla ricerca del fondamento e del controllo: la costruzione del soggetto politico attraverso l'azzeramento del bios animale, passionale e conflittuale, in direzione di un ordine che guadagna il suo statuto contrapponendosi alla naturalità e al senso comune. La paradossale cancellazione della ferinità dell'uomo in nome di una ragione calcolante, per Machiavelli, non potrebbe che essere 'falsa immaginazione', che taglia di netto come fosse una patologia la complessità conflittuale della radice-vita, nella quale pure sa riconoscere (per esempio in Hobbes) la materialità desiderante. Contro questa neutralizzazione, sta il Centauro: uomo e animale. Figura mitico-antropomorfica che conserva intatta la carica simbolica iscritta nel suo atto d’origine: ragione e passione, vita e forme, tensione dei contrari. In essa Machiavelli rappresenta la natura diabolica/doppia non del politico solo, ma dell'uomo, la sua ambivalenza e incomponibilità. Nella metafora del Centauro cade la pretesa moderna di un’identità che si costituisca come esclusione e cadono le dicotomie statiche della tradizione metafisica. Al loro posto la polarità dinamica, la tensione reciproca dei termini tra animalità e ragione, ordine e conflitto, spirito e corpo, passioni e calcolo, e, da un certo punto di vista, verità e immaginazione. Il Centauro smentisce ogni loro presunta assolutizzazione riattivando la conflittualità interna all’unità del diverso.

Il nodo 'originario' del reale rivela la sua opacità costitutiva, come scontro tra vettori passionali e intellettuali, utilitaristici e irrazionali, psichici, materiali, immaginari  tra loro irriducibili: un tumulto, dove le stesse verità presunte, immaginate sono vettori di forza (per esempio la rappresentazione immaginaria del principe da parte dei cittadini, o le inquietudini e le superstizioni). Tra questi vettori necessitanti la virtù - l'emergenza del soggettivo e del novum, -  può aprire uno spazio vuoto forzando, ingannando nella consapevolezza del vero stato delle cose, muovendosi con circospezione:  spazio di materialità, ma anche di immaginazione che mostra qui la sua forza positiva tramite la prefigurazione, l'accortezza, l'adattamento e l'appassionato desiderio del nuovo. Una cosa è certa: siamo lontanissimi dall'accordo del contratto, dal suo emergere 'per necessità' onde evitare la morte. Nel patto hobbesiano, la durezza realistica dell'antropologia trova il suo compenso fondativo nella legge naturale del pacta sunt servanda: ma è questa illusione che è respinta dalla ferinità persistente e intelligente della volpe: l'astuzia curva con intelligenza umana la ferinità del Centauro. Non c'è nessuna esclusione dell'animalità dalla politica, una volta nato il nuovo Leviatano. Non va cancellata nella cristallina rappresentazione della sovranità la conflittualità dei due umori che attraversano la società impedendo una armonica concordia organicistica. E' un'immagine tutta vitale e se vogliamo biopolitica - nel senso della biopotenza piuttosto che in quello disciplinare del biopotere -  del corpo sociale che resta in equilibrio instabile quanto più e vivo, librato sulla compresenza e tensione degli umori contrapposti: i Grandi il cui desiderio è accrescersi e opprimere e il popolo che sta tutto nel desiderio di resistere all'oppressione. Il progetto di Machiavelli s'inserisce certo nel campo 'popolare': ma non in modo risolutivo perché ogni soluzione definitiva è un'immaginazione falsa, una copertura della complessità della vita che sempre riproduce il 'suo principio':  l'antagonismo delle parti che è vitale non sopprimere, ma governare.

 

Il testo è provvisorio e non va citato prima della sua pubblicazione. Il testo definitivo sarà pubblicato, come di consueto, da FrancoAngeli nel volume degli atti "La filosofia politica di Machiavelli" di prossima uscita.


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