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Tu sei qui: Portale I classici - The Classics La filosofia politica di Machiavelli, giugno 2014 Gianfranco Borrelli, Machiavelli e la filosofia politica (schema della relazione)

Gianfranco Borrelli, Machiavelli e la filosofia politica (schema della relazione)

Gianfranco Borrelli


Machiavelli e la filosofia politica



Partendo dal bisogno di oltrepassare in sede critica la forzata e infruttuosa contrapposizione tra un Machiavelli pienamente filosofo e un Machiavelli inventore del realismo politico fondato sui criteri della storiografia classica e umanistica, conviene ribadire in partenza la centralità che assume nella riflessione del segretario fiorentino la categoria di vivere politico, articolata via via nelle nozioni di vivere libero e vivere civile: da un lato, Machiavelli riprende e rielabora alcuni elementi della filosofia naturalistica e materialistica dell’epicureismo, descrivendoli come criteri di riferimento delle pratiche di sé da parte di ciascun cittadino; inoltre, egli intende riattivare quell’insieme di massime/sentenze come il complesso nuovo dell’esercizio principale del governo di sé e degli altri che dovrebbe sostenere i principi e i cittadini nel periodo più drammatico della storia delle corti regionali in Italia.

Utilizzando nell’interpretazione della categoria di vivere politico i criteri dell’ermeneutica del soggetto presenti nell’ultima elaborazione teorica di Foucault, si può mostrare che in Machiavelli la politica viene ad operare attraverso i soggetti come critica dell’illusione e dell’inganno in funzione di verità terrene, effettuali; essa vive di continui scarti, apre a successi o a insuccessi, si costituisce inevitabilmente come modo di vita in permanente rischio. Nel mio contributo cerco dapprima di descrivere quali siano le pratiche di sé che aprono al progetto di una soggettivazione radicalmente diversa rispetto a quelle proposte, e pure destinate al fallimento, da parte di Marsilio Ficino e Girolamo Savonarola. Passo quindi ad approfondire come il vivere politico costituisca un modo di vivere attraverso il quale si esprime al meglio la soggettività dei cittadini liberi poiché consente ai singoli, governanti e governati, di trasformare se stessi avendo a riferimento la contentezza di ciascuno e il bene comune della città (D II,2; IF VII,1). Si tratta della serie delle relazioni che vengono intercorrendo tra contentezza/mala contentezza e contenzioni presentate dal segretario fiorentino nell’avvio del capitolo 37 del primo libro dei Discorsi, introducendo al tema delle cause che portarono alla fine della Repubblica romana: differenti dispositivi politici e prassi civili pure alternative sono legati agli svolgimenti e agli esiti della tensione che resta attiva in permanenza tra bisogni/desideri dei soggetti contenti o malcontenti e la qualità dei conflitti/contenzioni da loro vissuti.

Il vivere politico deve essere anche in grado di inventare dispositivi efficaci e di lunga durata per il governo; in questo senso, la politica garantisce le funzioni di fondazione/rifondazione e di mantenimento degli ordini a condizione che questi siano sottoposti di continuo a innovazione e a adattamenti. Quest’ultimo importante obiettivo è reso possibile solamente se Repubbliche e Principati sono in grado di riaffermare i contenuti di libertà e di autonomia del principio originario della fondazione della comunità, posto alla base del vivere comune. Incontriamo su questo punto una tra le più rilevanti proposte di Machiavelli, laddove la nota proposizione di ritorno ai princìpi introduce un ampliamento dell’impianto epicureo assunto nel sistema di pensiero machiavelliano: al fine di combattere il degrado delle istituzioni civili, dovuto all’inevitabile diffondersi della corruzione dei costumi, Machiavelli introduce quella decisiva considerazione relativa alla necessità di ripigliar lo stato. Nel punto di Discorsi III,1, questa categoria di ripigliar lo stato viene presentata come il dispositivo politico al quale ricorrono per necessità e periodicamente i governanti (di Repubblica o Principato): essi debbono fare opera di attenta comparazione tra la situazione dello governo pubblico nella presenza e i princìpi fondativi degli ordini civili al fine di introdurre quelle innovazioni e quegli scarti indispensabili alla ripresa del loro efficace funzionamento. Nelle Istorie fiorentine, Machiavelli riprende in numerosi contesti il registro del ripigliar lo stato come chiave principale per spiegare storicamente le modalità di risoluzione di gravi contenzioni in Firenze. Questo strumento si rivela intanto necessario a fronte dell’affermazione di sospetti e di malvagi umori: in questi casi bisogna rispondere al bisogno di rendere la libertà alle sofferenze che già vive la città in preda alla corruzione (IF IV,8), oppure si decide d’intervenire in anticipo al fine di evitare un futuro male (IF IV,28).

Questa funzione di ripigliar lo stato conferma che sono i costumi rinnovati e sottratti alla corruzione a costituire la condizione principale per introdurre significative innovazione negli ordini civili, altrimenti ogni tentativo di cambiamento resta riduttivamente legato agli interessi egoistici delle parti; contemporaneamente, Machiavelli vuole ribadire che le pratiche del vivere politico, anche quando assumono forme istituzionali impersonali e artificiali, devono restare subordinate alla prassi civile e all’attento controllo da parte degli esseri umani, dei cittadini liberi.

 

Il testo è provvisorio e non va citato prima della sua pubblicazione. Il testo definitivo sarà pubblicato, come di consueto, da FrancoAngeli nel volume degli atti "La filosofia politica di Machiavelli" di prossima uscita.


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