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La crisi europea e il problema dei diritti

Fabrizio Sciacca - 20 giugno 2009 [...] La disaffezione alla tanto celebrata cittadinanza europea e il generale crollo delle sinistre (a partire da Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia) attestano il fatto che i diritti degli europei si devono garantire più dei diritti in Europa, e con maggiore sicurezza anziché con maggiore libertà [...]


Fabrizio Sciacca*


I risultati delle elezioni europee del 2009 hanno fatto emergere due cose: il minimo storico di affluenza alle urne ha evidenziato il massimo scetticismo nei confronti dell’attuale politica dell’Unione; la generale affermazione del centro-destra e dei partiti nazionalisti e regionalisti (a partire dal British National Party, dal Partij voor de Vrijheid in Olanda, dalla Lega Nord in Italia) ha reso chiara l’esigenza di considerare prioritarie le urgenze della difesa europea come una difesa degli europei. La disaffezione alla tanto celebrata cittadinanza europea e il generale crollo delle sinistre (a partire da Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia) attestano il fatto che i diritti degli europei si devono garantire più dei diritti in Europa, e con maggiore sicurezza anziché con maggiore libertà.

Il problema dei diritti in Europa si traduce oggi più che mai nel problema della garanzia dei diritti degli europei. Come è stato sottolineato, «le istanze della giustizia globale incontrano particolare resistenza presso i membri delle società ricche [affluent societies], poiché esse sembrano a questi minacce alle loro forme di vita e i loro modi di vivere. Se la resistenza a tali istanze fosse motivata solo dal self-interest, ciò non porrebbe alcun puzzle morale o filosofico, nonostante il suo ovvio significato pratico, politico. Di fatto, comunque, tale resistenza è spesso tradotta in termini normativi e difesa in nome di idee morali familiari. Ad esempio, si sostiene che abbiamo responsabilità speciali nei confronti dei membri delle nostre famiglie, comunità, e società e che queste responsabilità sono sia più pesanti sia più estensive delle nostre responsabilità nei confronti di altre persone. Allo stesso modo, l’argomento continua, non è solo possibile ma obbligatorio per noi fare gli interessi dei nostri consociati – le persone con cui abbiano legami interpersonali significativi – e cioè la priorità sugli interessi dei non consociati […] Può essere concesso, certo, che la priorità richiesta non sia illimitata e che gli interessi dei non consociati non possono essere del tutto disattesi. Entro certi ampi limiti, comunque, abbiamo il dovere di dare priorità agli interessi dei nostri consociati quando decidono come allocare  tempo, energia e risorse»1. La crisi dei diritti in Europa riguarda soprattutto il conflitto tra il senso di appartenenza a un’identità e il senso di appartenenza a un’istituzione. Il conflitto è stato probabilmente generato, e irrobustito, da un atteggiamento dell’Unione insufficiente o miope rispetto all’obiettivo di creare una simmetria, o una equivalenza, tra il senso di appartenenza identitaria e il senso di appartenenza istituzionale. Ciò che si è verificato è la diffusione di una crisi dell’opinione pubblica europea, che sorge e si manifesta in forme comunitarie distinte, ma convergenti nell’esprimere un rifiuto deciso di un sistema che non funziona. È un comunitarismo che può essere silenzioso, astensionista, persino qualunquista, o che porta all’espressione di un consenso mirante a strategie di sicurezza dei consociati, ovvero dei cittadini europei, più che alla tutela dei diritti di tutti i residenti. È sicuramente l’esito di un processo storico prodotto da scelte troppo impegnative, o troppo al di sopra degli strumenti e delle risorse da allocare. Ed è forse l’inizio di una nuova epoca di crisi, che però vuole evitare la perdita del senso di avere una  cultura, dato che è solo attraverso la cultura che le realtà significative possono essere veramente sentite. La richiesta che affiora brutale, nettamente percepibile  pur senza esser detta, è il non voler perdere la mia cultura: un insieme di abilità e conoscenze scientifiche che caratterizzano la grammatica semantica degli individui legati alle loro tradizioni e alle loro forme di vita. Paradossalmente ma comprensibilmente, i diritti che si rivendicano oggi nella crisi istituzionale europea non sono diritti universali. Non sono i diritti umani, ma qualcosa come i diritti fondamentali degli europei. Gli elettori hanno capito che la politica dell’Unione ha fallito puntando sulla cittadinanza come il requisito della salvaguardia dell’identità europea. La cittadinanza formale non risolve il problema dei conflitti culturali.

Che senso ha parlare di pluralismo in questo caso? Il pluralismo è possibile solo come coesistenza di valori reciprocamente praticabili in un determinato contesto. Il problema ineludibile è che società culturalmente affini tendono a coesistere, società culturalmente non affini tendono a evitarsi. Si spiega così ad esempio la sopravvivenza culturale di costumi irriducibilmente fondamentalisti da parte di membri di comunità islamiche nel Regno Unito. Cittadini britannici a tutti gli effetti, con un lavoro rispettabile (c’è un noto caso che riguardava alcuni medici, ad esempio), perfettamente integrati nella società, parlanti la lingua locale, nati nel luogo in cui vivono: eppure così saldamente legati a ideologie e valori non europei da coltivare valori anti-europei, per volere, in nome di quei valori, combattere (per distruggere) i capisaldi della cultura del territorio in cui sono nati, ma di cui essi non sono figli. Questo tipo di anti-cultura è l’opposto del senso della tolleranza liberale e del rispetto del pluralismo culturale, e crea di certo un senso di paralisi nella società britannica, la cui governance ha più volte preferito mettere a tacere il problema e non criticare le dottrine dei c.d. minority rights per paura di passare per ipocrita: con la conseguenza di alimentare da un lato una grievance culture, una cultura del risentimento, dall’altro un bisogno di sicurezza che spiega il dilagare dei consensi espressi a Nick Griffin. Senza dubbio, le società liberali stanno pagando l’effetto di aver accordato una sorta di acquiescenza, mascherata da tolleranza, nei confronti di ipotetici minority rights. Ciò ha prodotto una distorta dottrina capace di generare un’inversione morale in cui coloro che hanno generato e fomentato l’odio ingiusto sono stati sostanzialmente scusati solo in base al fatto di appartenere a un sedicente victim group, di contro a una maggioranza che invece è stata messa in guardia dal reagire perché ritenuta oppressione della parte aggressiva della società.

Ciò è parte delle minacce che hanno determinato quell’insicurezza sociale che ha fatto vacillare le basi del senso della tradizione e dell’autenticità degli europei. In Olanda è lo stesso: un ventiseienne marocchino-olandese uccide Theo van Gogh come fosse un animale sacrificale. Lancia sul suo petto, piantandolo come un pugnale, un biglietto di minacce dirette a Ayaan Hirsi Ali, l’attrice somala protagonista del cortometraggio Submission del regista olandese. L’imam di Tilburg non stringe la mano a Rita Verdonk, il ministro per l’integrazione delle minoranze: per lui è una donna straniera, e questo è sufficiente per non avvicinarla. La reazione del voto europeo è la risposta anche contro questo tipo di intolleranza interna da parte di quei non pochi non europei che vivono in Europa e che non vogliono cambiare la fisionomia della società europea trasformandola, ma distruggendola.  Ed è anche la reazione contro l’incuria di quelle istituzioni pubbliche che hanno permesso che molti quartieri di città europee diventassero ghetti parabolici collegati con il Medio Oriente, con il Pakistan o con il Marocco. La crisi del presente attesta forse la crisi della  stessa possibilità della politica. L’approdo a forme di esasperato populismo in reazione al violento senso di insicurezza che minaccia gli europei attesta altresì che il sogno multiculturale è finito.  Ha generato un’illusione, e si è trasformato in un incubo. Il pluralismo culturale è l’unica possibilità che resta agli europei di aggrapparsi alla cultura liberale dei diritti, ma è probabilmente figlio di un’altra illusione: come prodotto dell’illuminismo, esso è parte della tradizione liberale occidentale, parte della morale giuridica europea. Esso condivide la venerabile idea kantiana che le idee conoscibili attraverso la ragione siano universali: da ciò abbiamo fatto discendere la nostra idea che i diritti, essendo prodotti della ragione umana, siano in fondo qualcosa di universale, e quindi di estensibile. E quindi da ciò abbiamo fatto discendere l’idea che i valori occidentali siano universalizzabili. Che questo assunto sia sommamente criticabile dovrebbe essere più che mai chiaro oggi, se si vuole accettare l’idea che la cultura dei diritti, come parte del patrimonio genetico europeo, non sia qualcosa che altri sono disposti a condividere, e che altri sono disposti a estrudere dalle città del vecchio continente. Le culture sono fisiologicamente auto-resistenti, e in concorrenza con altre cercano di conservarsi, di sopravvivere; per conservarsi e per sopravvivere cercano di  imporsi; solo se costrette sono disposte a cedere o a negoziare.  Biologi e genetisti sanno che nei primati superiori, esseri umani compresi, culturalmente prevale la trasmissione, non l’assimilazione; il problema è quindi che non sempre accade che il semplice fatto della promiscuità di più culture (ad esempio, culture locali e culture immigrate) in un certo territorio sia di per sé garanzia di mantenimento delle identità culturali. Il pluralismo che fonda la tolleranza, persino questa idea, è un’idea non universale; ci sono altre – molte altre – concezioni del mondo che non accettano nemmeno l’idea della semplice coesistenza, poiché non ritengono giusto condividere la struttura filosofica della simmetria su cui si fonda il concetto di tolleranza. Inevitabilmente contingente a questo concetto è un elemento strumentale alla possibilità stessa di questa pratica civile: la reciprocità come strumento negoziale del principio di tolleranza. In determinate circostanze, quindi, anche il principio di tolleranza non appare più applicabile con successo ed entra severamente in crisi, specie quando le istituzioni pubbliche non riescono a trovare una valida alternativa. Il problema non è l’intransigenza di uno strumento illuministico, poiché da un lato la democrazia liberale dice che occorre essere criticamente disponibili, dall’altro sostiene che l’unica cosa non negoziabile sia l’uso della violenza. Risulta chiaro che la crisi si diffonde quando la non negoziabilità di valori non violenti entra in conflitto con la non negoziabilità di valori fatti valere con la violenza. L’illuminismo liberaldemocratico entra completamente in crisi di fronte a ciò; e questo dilemma in decidibile provoca un collasso istituzionale. L’antieuropeismo di molti europei non è contro l’identità europea e nemmeno contro i diritti di molti individui, cittadini e residenti, che vivono in Europa.


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* Questo lavoro riprende alcune idee che saranno pubblicate in uno scritto più ampio contenuto in  F. Sciacca (a cura di), La dimensione istituzionale europea, Firenze 2009.


1 S. SCHEFFLER, Boundaries and Allegiances: Problems of Justice and Responsibility in Liberal Thought, Oxford University Press, Oxford 2001, p. 82.



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