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Chiedo asilo. Essere rifugiato in Italia

Marina Calloni, Stefano Marras, Giorgia Serughetti - 7 febbraio 2013 Pubblichiamo l'introduzione del volume "Chiedo asilo. Essere rifugiato in Italia": la storia della/del richiedente asilo è un racconto che si sviluppa a intermittenza e che è insieme un continuum nel narrare le incessanti difficoltà che si incontrano nel superare confini e la continua incertezza che si esperisce nell’attesa dell’esito finale della fuga. Sono barriere esterne che si rintanano a poco a poco nelle pieghe dolorose dell’anima. I fuggitivi in cerca di asilo hanno in comune molti aspetti, al di là delle sembianze fisiche, delle appartenenze culturali e delle biografie individuali.

Marina Calloni, Stefano Marras, Giorgia Serughetti,

Chiedo asilo. Essere rifugiato in Italia, Milano, Università Bocconi Editore, Milano, 2012.


Qual è la condizione di chi chiede asilo in Italia? E quale lo status del rifugiato politico? Con la trasformazione dello scenario geopolitico avvenuto all’inizio degli anni Novanta, da paese di emigranti l’Italia è diventata una nazione di immigrazione. Tuttavia non tutti gli immigrati hanno le stesse motivazioni per l’abbandono del loro paese d’origine. Tenendo conto della legislazione italiana sull’immigrazione e del recente reato di clandestinità nel più ampio contesto internazionale, Marina Calloni, Stefano Marras e Giorgia Serughetti in “Chiedo asilo. Essere rifugiato in Italia” (UBE – Università Bocconi Editore, 2012, 224 pagg., 20 euro), presentano in modo semplice e conciso le questioni salienti che caratterizzano oggi la condizione del richiedente asilo in Italia e più in generale lo status del rifugiato politico nell’età globale. Da una parte chi è spinto da ragioni economiche o familiari, dall’altra chi invece è costretto ad andarsene a causa di persecuzioni politiche: due tipologie di immigrati che ricadono però sotto legislazioni diverse. Mentre il primo deve attenersi alle leggi vigenti nello Stato d’accoglienza, il secondo – dietro richiesta d’asilo – può invece appellarsi a convenzioni internazionali. Negli ultimi anni, tuttavia, con i respingimenti indiscriminati alle frontiere marittime non si è fatta alcuna distinzione – nei cosiddetti «flussi misti» – fra migranti economici e migranti forzati. L’Italia è stata per questo condannata dal Consiglio d’Europa.

Marina Calloni è professore ordinario in Filosofia politica e sociale presso l’Università di Milano–Bicocca e membro del Comitato Interministeriale dei Diritti Umani (CIDU), Ministero degli Affari Esteri. Ha fatto parte dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (FRA) a Vienna.

Stefano Marras è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano–Bicocca, dove ha conseguito il dottorato in Studi Europei Urbani e Locali con una tesi su richiedenti asilo e rifugiati a Milano.

Giorgia Serughetti è assistente di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano–Bicocca e ricercatrice presso l’Associazione Parsec di Roma su fenomeni connessi a migrazioni, asilo, tratta e prostituzione. Ha ottenuto un dottorato in Studi Culturali, Rappresentazioni e Performance presso l’Università di Palermo.


Indice
Perché raccontare storie di richiedenti asilo e rifugiati?

1. Quale asilo per esuli, profughi e rifugiati?

2. Il diritto d’asilo nell’era delle migrazioni globali. Il principio di ospitalità, tra estensione e rimozione

3. Rappresentazioni sociali del rifugiato: la dialettica dell’etichettamento

4. Accesso alla città e sistemi di accoglienza

5. Spazi di informalità: insediamenti spontanei, lavoro grigio e reti sociali

6. Donne e minori, tra vulnerabilità e resilienza

 

Introduzione

Perché raccontare storie di richiedenti asilo e rifugiati?


Milano, luglio 2012: Lucia Rojas ci racconta la sua storia. Santiago, Cile, 1975. Lucia è una militante del movimento studentesco cileno sotto il regime di Pinochet. Sono passati due anni dal golpe militare. Le persecuzioni e gli arresti di massa degli oppositori alla dittatura si fanno sempre più massicci. Molti amici non ci sono più. Si convince allora che la sua vita è in pericolo. Nel corso di una fuga precipitosa, un compagno le dice: “Salta quel muro!”. Lei non lo sa, ma si tratta del recinto dell’Ambasciata Italiana. Le danno protezione e le permettono di arrivare in Italia come richiedente asilo. Sbarca a Milano, dove ottiene lo status di rifugiata. Con lei ci sono altri cileni, uruguayani, argentini. Oggi Lucia è una cittadina italiana, lavora presso i servizi sociali del Comune di Milano e ha fondato un’associazione di professioniste straniere, chiamata Proficua, che aiuta altre donne, immigrate e rifugiate, a inserirsi nel mercato del lavoro e a costruirsi una nuova vita. Dall’esperienza di diritti umani negati ha tratto un motivo di professione e di associazione.

Questa storia è emblematica per segnalare le caratteristiche universali di chi lascia il proprio paese, per chiedere asilo in un nuovo Stato. Sono caratteristiche che accomunano le esperienze di uomini e donne in fuga, in tempi differenti e a diverse latitudini. Sono uguali nel significato racchiuso nell’atto stesso di superare la soglia, i confini nazionali, con conseguenze irreversibili sulla propria esistenza. Si diviene altro da ciò che si è stati. Si cambia identità, si diventa un latore di non-diritti, si comincia a vivere in un limbo che durerà fino a che non si incontreranno un’altra cittadinanza e una nuova comunità di appartenenza. La storia della/del richiedente asilo è un racconto che si sviluppa a intermittenza e che è insieme un continuum nel narrare le incessanti difficoltà che si incontrano nel superare confini e la continua incertezza che si esperisce nell’attesa dell’esito finale della fuga. Sono barriere esterne che si rintanano a poco a poco nelle pieghe dolorose dell’anima. I fuggitivi in cerca di asilo hanno in comune molti aspetti, al di là delle sembianze fisiche, delle appartenenze culturali e delle biografie individuali.

Fuga coatta. Fuggono perché costretti. Hanno la necessità di trovare un rifugio più sicuro, anche all’improvviso, senza il tempo di congedarsi dai propri familiari e dal proprio quotidiano. Ci si lascia indietro l’oggi che diventa passato. Il pericolo può presentarsi repentino, così come può arrivare inaspettatamente l’occasione di lasciare un luogo colmo di violenza, divenuto ormai pericoloso. Non è nel potere dei perseguitati poter pianificare e scegliere con precisione il momento dell’abbandono. Lo impone l’evolversi stesso dei fatti: la detonazione di un rivolgimento politico che irrompe nella vita di tutti i giorni e che espelle chi si oppone. La repressione acquista un potere centrifugo tale, che nel suo movimento distruttivo prende così tanto spazio al punto da radicalizzare il rischio per la sopravvivenza di chi non accetta abusi e minacce. Le vie non sono molte: restare col rischio di morire, ofuggire mantenendo la promessa della resistenza. Sono migrazioni “forzate”, coatte, indipendenti dalla propria volontà, che determinano tuttavia la scelta personale di non restare, passivi, ad aspettare la propria fine. Sono un atto di volontà, seppur in un tempo e in uno spazio di costrizione. Seppur molto simili siano poi le vite faticose dei migranti, esiste pur tuttavia una differenza fra chi decide di partire per costruirsi una migliore qualità della vita e chi è sopraffatto dagli eventi: i migranti economici hanno spesso il tempo di pensare ad un diverso futuro, pianificandone le tappe, o perlomeno prefigurandoselo.

Casualità dell’approdo. Non è certo dove andranno o verranno accolti i fuggitivi. Molto è determinato dal caso, dagli spazi geografici che percorreranno, dalle amicizie che faranno e dagli incontri fortuiti che presenterà loro il destino. Le occasioni sono inimmaginabili. Può capitare di scavalcare un muro e trovarsi in un’ambasciata; può essere che ci si imbatta in un trafficante di esseri umani che può procurare i documenti per un certo paese e non per un altro; o che qualcuno paghi il biglietto aereo per far lasciare velocemente un territorio divenuto pericoloso e accorciare lunghe distanze che potrebbero segnare la morte. Che si arrivi per mare o per terra nel primo porto o nel primo luogo sicuro, ci si trova molto spesso “scaricati” in un paese di cui talvolta non si sa un granché, nemmeno il nome o la geografia. La traiettoria della fuga contiene in sé una porzione ineliminabile di indeterminatezza, difficilmente controllabile, regolabile, immaginabile. Le variabili sono così multiformi e incalcolabili, che non possono essere rappresentate nella mente di chi chiede asilo: difficile prevedere tutte le possibili opzioni, valutandone i rischi; impossibile immaginare da subito il proprio futuro diverso da quello pensato nel passato, in assenza di modelli. E anche se si potesse esprimere un desiderio sulla propria meta, la destinazione non è sempre quella auspicata: non dipende da sé, ma dal vincolo delle leggi. Cambiamento di Stato/stato/status. L’esperienza della fuga porta a scavalcare confini che da geografici diventano politici e per questo non sempre valicabili. Vige la sovranità del territorio nel far rispettare le proprie leggi e nell’essere governato dai suoi cittadini. Passare da uno Stato all’altro significa passare da uno stato politico all’altro. Da cittadino che ha il potere di esercitare appieno i propri diritti si diventa non-cittadino, in uno spazio che è straniero e che rimarrà tale per un lungo arco di tempo. Lo spazio dell’abitare diventa un limbo che media la transizione da uno stato/Stato all’altro, che porta ad acquisire un altro status, quello di richiedente asilo. Protetto dalle leggi internazionali, questo viene reso incerto dalle pratiche locali. Alla fuga si sostituisce l’attesa, alla normalità la precarietà.

Resilienza. L’esperienza di sradicamento e di sofferenza non è solo un trauma che corrompe l’anima e distrugge la stima verso se stessi. Il dolore per ciò che si è lasciato e per quel che ancora non si riesce ad ottenere non è solo un passivo compatimento di sé come vittima del destino. Non è la richiesta della pietà altrui. Può essere la capacità di resistere che si trasforma in un potente vettore per rilanciare la propria vita e scegliere di nuovo il proprio futuro. Si può allora cominciare a fare piani, progetti, a pensare alla famiglia da riunire, a vedersi protetti da un nuovo lavoro, a volersi associare ad altre persone, a rimettere in gioco i propri sentimenti, a usare le emozioni non solo per compiangersi ma per fortificarsi, per vedersi camminare per la città, proprio come tanti altri.

Cosa significa allora Chiedo asilo? Significa condensare in una semplice frase un intero mondo di dolore e di aspirazioni, racchiudere il passato in un luogo della memoria e transitare verso un incerto presente. Si tratta di una richiesta ferma e nello stesso tempo incerta: non è detto che ci sia un veloce riscontro alla domanda che riecheggia e si dilata sul territorio d’accoglienza, negli uffici, nelle città. Dall’asserzione non consegue una risposta certa, ma traiettorie non-lineari con continui riaggiustamenti. Il fine implicito nella richiesta può anche non essere raggiunto: essere accolti come cittadini in un nuovo paese, nei diritti e nei doveri.

La potenza di sentimenti contrastanti, che nella fuga si stringono fra aspettative e frustrazioni, attraversa come un filo rosso l’intero libro. Storie di vita, poesie, interviste, canzoni, testimonianze narrate con la voce dei protagonisti danno l’inizio a ogni capitolo, segnandone il ritmo. La loro intonazione guida le diverse questioni che si intersecano con la condizione del richiedente asilo e del rifugiato: teorie, leggi, contesti urbani, istituzioni, enti, associazioni, reti. Veniamo così a introdurre a poco a poco i protagonisti di questo libro che si qualificano di volta in volta e a seconda della loro posizione giuridica ora come richiedenti asilo, ora come rifugiati, ora come titolari di forme di protezione internazionale, ora come beneficiari di protezione umanitaria.

La gerarchia legale condiziona la realtà del richiedente asilo nella società di arrivo e nelle relazioni fra simili, eppur diversi. Ma una pura definizione giuridica non ci dice molto delle loro esistenze, se non per l’impatto sociale che il loro status ha nelle loro vite pubbliche e private. Seguire i protagonisti nei loro contorti percorsi è la sola via per capire le strategie che possono portare al successo con l’abbandono dello status che hanno dovuto assumere e il riconoscimento di un nuovo stato politico, tornare ad essere cittadini, riacquisire il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza. Rimane però la dolorosa realtà dei più, di chi non ce la fa, di chi non riesce a chiudere i conti col proprio passato, perché non trova le condizioni nel presente.

La dialettica del riconoscimento

Lucia può essere considerata una storia di successo. Ha trovato difficoltà, ma le ha superate. Ha sperimentato la sua “diversità”, che ha voluto esibire più come forza che come elemento di assoggettamento o assimilazione, a costo di affermarla con stereotipi. In Italia, negli anni Settanta, Lucia e i suoi compagni non abbandonano le loro battaglie politiche, perché sono stati testimoni di eccidi e repressioni operate dalle dittature militari del Sud America. Partecipano anche al più vasto movimento per l’autodeterminazione dei popoli. Nessuno, però, sembra riconoscere, in occasioni pubbliche, la loro identità e il loro impegno militante, mentre la ben più ristretta comunità degli eritrei riceve grandi acclamazioni per la loro “numerosa” partecipazione.

La ragione è l’apparenza fisica: i primi sono rifugiati sudamericani, bianchi di origine europea, troppo simili per tratti somatici e abbigliamento ai cittadini italiani; non portano iscritta sul loro corpo la certezza della loro provenienza, e la società d’accoglienza, incapace di mettere a fuoco la loro presenza, tende a ridurli all’invisibilità. Così, un giorno, un argentino propone: “Da oggi in poi indossiamo tutti il poncho”. Gli altri si mettono a ridere: non avevano mai indossato un poncho in vita loro, è un costume folkloristico usato solo per far piacere ai turisti. Approvano però l’idea e se lo fanno fare tutti simile: non è facile farselo spedire in Italia. Era quello che serviva perché la loro differenza nazionale ed etnica potesse ottenere un riconoscimento collettivo e una piena rappresentazione performativa nello spazio pubblico.

Da allora in poi, in tutte le manifestazioni ufficiali (dal 25 aprile al 1° maggio), la comunità dei rifugiati sudamericani cominciò ad essere acclamata, rispettata e ringraziata: “Saluti alla folta comunità sudamericana!”. E intanto il poncho veniva messo sotto naftalina per un anno, in attesa di una nuova rappresentazione. Trent’anni dopo, un’altra situazione, un’altra storia, un altro caso di richiedente asilo. Senza la confidenza e la consapevolezza della rifugiata ormai insediata e rispettata, la nuova richiedente asilo cerca di conformarsi ad altrui mappe mentali.

Milano, luglio 2008. Una donna attende da quattro giorni alla frontiera internazionale dell’Aeroporto di Milano-Malpensa che le forze dell’ordine registrino la sua domanda d’asilo. I tratti somatici rivelano la sua provenienza dall’Africa sub-sahariana. Lei dice di venire dal Darfur, teatro di una guerra civile sanguinosa, durata molti anni, dal 2003 al 2010. I poliziotti, però, sospettano che usi una falsa identità e che la donna sia invece nigeriana o gambiana. La interrogano a lungo, con domande che riguardano il paese da cui dice di provenire: geografia, moneta, lingua. Lei parla inglese ed è cristiana. Spesso non sa rispondere alle domande e questo non convince gli agenti. A margine degli interrogatori, uno di loro commenta: “Se ci dicesse che è gambiana invece di continuare a dire che viene dal Darfur, la lasceremmo andare in due secondi!”. L’altro risponde allora subito: “Se mi raccontasse che è nigeriana e che l’hanno infibulata le firmerei subito l’istanza…”. E un altro ancora ribatte: “La mando anche in Commissione come sudanese, ma un minimo di screening dobbiamo pure farlo”. Il giorno seguente, l’istanza della sedicente sudanese (che ormai tutti conoscono come “la nigeriana”) viene registrata dalla Polizia, non prima di averla informata del fatto che in commissione eventuali false generalità sarebbero state scoperte (Marras, 2008).

Il caso della “nigeriana” che si sente costretta ad interpretare la parte della “sudanese” pone in risalto le pressioni e i rapporti asimmetrici che si instaurano tra la società di accoglienza mediante i suoi diversi attori istituzionali e chi fa domanda d’asilo. Immaginari sociali selettivi determinano il primo impatto col “diverso”, producendo rappresentazioni, pre-figurazioni, “etichette” (Zetter, 1991; 2007) che l’altro si sente costretto ad assecondare. È la veste che viene fatta indossare a chi è definito rifugiato o titolare di altri permessi umanitari nell’attribuzione di uno status. A queste costruzioni sociali concorrono le normative, internazionali e nazionali, le narrazioni mediatiche e tutte quelle rappresentazioni culturali che sono di volta in volta associate a uno specifico attore sociale: in questo caso straniero. Ciò che unisce ma distingue la “sudanese” da Lucia è la differenza tra la libertà e la coazione all’identificazione, il potere di essere riconosciuti o la costrizione al misconoscimento. Se allora, nel caso di Lucia, i membri della piccola comunità di rifugiati sudamericani ponevano il problema del loro riconoscimento in termini politici, sociali e culturali, per il rischio di invisibilità connesso al loro essere bianchi e vestiti all’occidentale, per la giovane africana senza nome trattenuta all’Aeroporto di Milano-Malpensa il problema è opposto.

Varcando la soglia tra le quinte e il palcoscenico della società d’arrivo, anche “la nigeriana”, come Lucia e i suoi amici, si chiede “che cosa può fare colpo su questi spettatori?”, “Quale copione dovrò rispettare per superare il giudizio della critica?”, “Quale parte si addice meglio al mio viso, al mio corpo?”, “Ne sarò capace?”. Pensa che presentarsi senza una maschera, col proprio viso, la propria storia, il proprio dolore, le proprie ferite, parlando delle reali cause che le hanno prodotte, possa non bastare. E allora indossa, senza successo, maschere pre-costituite e sclerotizzate, maschere che sembra estrarre da un cassetto della memoria, frutto di informazioni prese da racconti, quotidiani, tv, vita vissuta. La “vera rifugiata”, per lei, è quella che fugge dal Darfur da una guerra ipervisibile, e non, come lei, da violenze profondamente intime. Dalle due storie, molto diverse fra di loro, possiamo notare come le protagoniste assumano, seppur per ragioni differenti, l’etichetta più consona al riconoscimento che ambiscono ad avere.

Nel primo caso, l’invenzione di un abito tradizionale diventa il veicolo per una “ri-etnicizzazione”, seppur consapevole e pilotata (le persone vengono da paesi diversi), per affermare la presenza dei latinoamericani che venivano invece scambiati per “normali cittadini”. Nel secondo caso, è la parola, la dichiarazione di identità a essere il mezzo eteronomo attraverso cui si svolge il gioco dell’etichettamento, in cui l’attribuzione di significato è agita da soggetti estrinseci all’interessata. In altri casi ancora, che descriveremo in questo libro, la ricerca di conformità alle aspettative avviene in modo più implicito, persino inconsapevole, da parte dei richiedenti asilo, attraverso l’assunzione di quegli atteggiamenti e comportamenti che sembrano procurare il maggiore vantaggio in termini di riconoscimento di status, di accesso a servizi di accoglienza e progetti di integrazione.

La dialettica dell’etero- e auto-riconoscimento, assieme alla dinamica della auto- ed etero-nominazione/identificazione, sarà una delle maggiori chiavi interpretative che seguirà il nostro studio, che propone un approccio integrato e innovativo al complesso fenomeno dei rifugiati e dei richiedenti asilo oggi, con particolare attenzione al caso italiano.

Italia, terra d’asilo?

Le rappresentazioni storiche del rifugiato sono venute a mutare nel corso del tempo, tant’è che nel nuovo contesto mondiale, post-socialista e post-coloniale, si sono affermate nuove tipologie di richiedente asilo. Eppure, la rappresentazione contemporanea del rifugiato trova le sue radici nella storia e nella cultura dell’Occidente: da un lato, ci sono le figurazioni antiche e moderne dell’oppositore politico costretto all’esilio, messo al bando, mandato al confino; dall’altro ci sono le espulsioni e deportazioni di massa di intere popolazioni, un fenomeno che ha conosciuto un’accelerazione e un’amplificazione nel corso del Novecento, fino alla Shoah. Ma per situare la nostra analisi nel contesto italiano e comprendere la specificità e la complessità del processo che coinvolge, da una parte i richiedenti asilo, mentre dall’altra i poteri pubblici e la cittadinanza, bisogna considerare l’assai breve corso storico dell’Italia come terra d’asilo.

In uno scenario globale che, dopo il 1989 e la fine della Guerra Fredda, ha visto la crescente destabilizzazione di vaste aree del continente africano e asiatico, l’Italia, che fino ad allora aveva dato protezione a esigui numeri di oppositori politici provenienti dall’America Latina, dall’Africa e dall’Europa dell’Est, si è trovata, a causa della sua specifica collocazione geografica, allo snodo di traiettorie di mobilità che coinvolgono sia migranti economici, sia richiedenti asilo. Negli anni Novanta, l’Italia scopre con timore e disorientamento di essere cambiata per effetto del nuovo ordine geopolitico e intravede la sorte che le tocca per via della sua collocazione, all’incrocio di percorsi che attraverso il Mediterraneo collegano tre continenti. Così come non è più una terra di emigranti, ma di immigrati, in ugual modo l’Italia si accorge di essere diventata una terra di rifugiati e non solo di esuli, com’era nel suo immaginario romantico. Il rapporto col fenomeno globale dell’immigrazione diventa così alquanto problematico. Se negli anni Novanta con la Legge Martelli l’Italia era stata all’avanguardia nelle leggi sull’immigrazione e l’asilo in Europa, nel nuovo millennio mostra un enorme ritardo rispetto ad altri paesi europei come la Germania, il Regno Unito, la Francia e i paesi scandinavi. Inoltre, pur essendosi dotata, nel corso degli ultimi vent’anni, di strumenti normativi specifici per offrire risposte, con politiche pubbliche, al problema dell’accoglienza e della protezione di richiedenti asilo e rifugiati, tuttavia ha via via introdotto e applicato in maniera crescente forme giuridiche di protezione temporanea, che hanno finito per sostituire in larga parte l’attribuzione dello status di rifugiato, riconosciuto e garantito internazionalmente.

Data la storia recente dell’asilo nel nostro paese, prima ancora che potesse consolidarsi una cultura della protezione individuale degli stranieri vittime di persecuzione, il problema dei rifugiati ha finito per impattare con quello del controllo dei flussi migratori, come è venuto alla ribalta negli stessi decenni. Sono emerse molte ambiguità e carenze legislative, assieme alla scarsità dei sistemi di accoglienza e protezione. Conseguono una crescente discrezionalità delle forze dell’ordine, i requisiti sempre più restrittivi a cui è tenuto a rispondere il “vero” rifugiato, i rischi di respingimento alla frontiera, le possibilità di rimpatrio forzato, il riconoscimento di irregolarità giuridica, l’emarginazione sociale.

La necessità di distinguere e separare il vero dal falso, il bisognoso dal simulatore non è nient’altro che l’effetto dell’ossessione nazionale per il controllo dei confini, che devono essere sulla carta permeabili per accogliere i richiedenti asilo e insieme impermeabili per i migranti “fuori quota”, cioè che non rientrano nei contingenti ammessi annualmente. Questa ambivalenza riguarda tutti i tipi di confini di cui parleremo: i pre-borders (i luoghi di controllo esternalizzati), i borders (i confini geopolitici) e i post-borders (le frontiere aeroportuali e portuali). Contro un discorso pubblico – politico e mediatico – che tende a leggere e a trattare la problematica dell’asilo attraverso la lente del controllo dei flussi migratori, quindi mediante il restringimento delle condizioni per il riconoscimento della protezione internazionale, vi sono le iniziative di organizzazioni della società civile che operano in difesa e a beneficio di richiedenti asilo e rifugiati, puntando ad estendere e consolidare il campo dei diritti.

Partendo da determinazioni giuridiche, il nostro libro intende mostrare le origini, la portata e i limiti delle rappresentazioni veicolate da visioni concorrenti, sintetizzabili attraverso la dicotomia fra vero e falso rifugiato. Facendo leva sugli strumenti euristici e interpretativi della letteratura internazionale e sviluppando un nostro specifico approccio, intendiamo disvelare quei fenomeni di conformazione attiva e passiva che i protagonisti di questo libro sono costretti ad assumere di volta in volta e in contesti diversi, mediante l’attribuzione di etichette fortemente pervasive.

Queste rappresentazioni riduttive esercitano un’enorme influenza sui processi di riconoscimento giuridico, sulla perpetuazione dei pregiudizi, sulle condizioni di vita materiale di richiedenti asilo e rifugiati in Italia, con effetti di lunga durata. E intendiamo percorrere questa via analitica, affiancando i percorsi dei nostri interlocutori: dalla frontiera ai centri di accoglienza, dagli spazi urbani alla ricerca di una soluzione abitativa, fino alla richiesta di un’occupazione. Seguiremo la “formazione” e il “consolidamento” della figura del richiedente asilo, ripercorrendo i luoghi, i processi e le interazioni che lo costruiscono come tale. Esistono tuttavia rappresentazioni alternative, opposte alla dicotomizzazione riduttiva del richiedente asilo e del rifugiato, ridotto fra i poli della pura vittima o del puro profittatore. Le storie che racconteremo dimostrano la compatibilità fra determinazioni opposte: costrizione e volontarietà, casualità e progettualità, vulnerabilità e resilienza, bisogno di protezione e autonomia, nella prospettiva di un loro superamento.

Che cos’è questo libro?

Questo libro è un’opera comune che unisce esperienze diverse di ricerca teorica ed empirica, condotte dagli autori negli ultimi cinque anni in diversi ambiti disciplinari, operativi e istituzionali. Si presenta perciò come uno strumento ricostruttivo della problematica dell’asilo in Italia, che è al tempo stesso critico-analitico e documentativo. La ricerca può essere considerata di tipo multi-interdisciplinare, dal momento che si avvale del contributo di diverse scienze umanistiche, giuridiche e socio-politiche: in particolare, la filosofia politica e sociale, la filosofia del diritto, la sociologia dei processi culturali, la sociologia urbana, l’antropologia sociale, gli studi culturali e le analisi di genere.

I capitoli 1 e 2 inquadrano il problema dell’asilo dal punto di vista storico, filosofico e giuridico. Il capitolo 3 definisce, attraverso una lettura sociologica, il quadro teorico entro cui si muove l’analisi, introducendo l’osservazione empirica e partecipata in merito alle diverse dinamiche di etichettamento e sottolineando come queste siano legate a doppio filo al diffondersi di forme di protezione temporanee a carattere “umanitario”; queste tendono ad assumere la forza di un “campo”, invisibile ed erratico in grado di limitare l’azione fisica e sociale di chi ne è soggetto.

Nei capitoli 4 e 5 si percorrono, insieme ai protagonisti del libro, le traiettorie che li conducono dentro e fuori il sistema d’accoglienza, pubblico e del terzo settore, attraversando la città, scontrandosi con frontiere burocratiche, barriere culturali e vincoli alla mobilità che impediscono loro un efficace inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Accanto alle difficoltà di inserimento vi sono altre forme di socializzazione, come le reti etno-nazionali e le associazioni, che giocano un ruolo dirimente nel processo di (ri)-socializzazione dello straniero. Il capitolo 6 volge infine l’attenzione alle componenti meno visibili dell’universo di richiedenti asilo e rifugiati, vale a dire alle donne e ai minori, alla ricerca di uno sguardo trasversale ai generi e alle generazioni. Schede, mappe e tabelle di dati costruiscono poi un quadro aggiornato di informazioni giuridiche, sociologiche e statistiche, utili alla comprensione della condizione contemporanea di rifugiati e richiedenti asilo in Italia e nel mondo.

Il libro si presenta quindi in una duplice veste: da un lato, intende essere uno strumento di immediata utilità per chi voglia conoscere dimensioni, motivazioni, storie, esiti, vita quotidiana delle persone coinvolte nelle dinamiche dell’asilo politico e della protezione internazionale.

Dall’altro lato vuole offrire un percorso di analisi critica che permetta al lettore di confrontarsi con il fenomeno attraverso punti di vista differenti, distanti dalle rappresentazioni pregiudiziali o ideologiche che danno spesso forma e tono al discorso pubblico nel nostro paese. Proprio per la sua connotazione scientifica e per l’interesse verso il discorso pubblico, il libro è rivolto non soltanto a studenti, insegnanti, ricercatori, a professionisti del settore e ad assistenti sociali, bensì anche ad un più vasto pubblico di lettori che vogliano affrontare, in modo documentato, consapevole ma non scontato, un fenomeno tanto controverso, quanto cruciale, com’è oggi la questione del diritto d’asilo.

Attraverso un gioco di specchi riusciremo forse a far intravedere come tutto ciò che attribuiamo al richiedente asilo abbia invece molto a che fare, non solo con la nostra ignoranza, ma soprattutto con le nostre più profonde e antiche paure, col timore dell’abbandono, con l’insicurezza dell’allontanamento, con la perdita del proprio sé: ovvero con il rifiuto di un riconoscimento e la rimozione di una possibilità. E se dovessimo essere noi a rivestire i panni del rifugiato, un giorno?

 

Si ringrazia l'editore EGEA, dell'Università Bocconi, per aver concesso di pubblicare parte del volume e gli autori per averlo messo a disposizione del sito sifp.it


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